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Trappola a Porta Nuova

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Blurb

Daniele Bagli, un impiegato dalla piatta quotidianità, vorrebbe vivere un “giorno perfetto” incontrando una misteriosa ragazza, conosciuta su f*******:, di cui non ha mai visto nemmeno una foto. Affascinato però dalle sue parole è rimasto impigliato in quella rete virtuale che sta per assumere le fattezze della realtà. La stazione di Porta Nuova dovrebbe ospitare il loro primo appuntamento ma Bambi, è quello il suo pseudonimo, non scenderà mai da quel treno in arrivo sul binario 13. Quando poi il protagonista scoprirà il tragico destino di quella donna inizierà a confrontarsi con i suoi assillanti sensi di colpa e con la sensazione, che si tramuterà poi in certezza, di essere vittima di una impietosa trappola che prevede la sua incriminazione per quel delitto. In una torrida Torino, emotivamente sconvolta da quell’evento, inizierà infatti una caccia all’uomo in cui Daniele, braccato dalle forze dell’ordine, si muoverà alla ricerca di una spiegazione, di una possibilità di salvezza ma, soprattutto, di un nemico verso cui indirizzare tutta la propria rabbia.

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I-1
IIn quel caldo pomeriggio estivo avevo dato per scontato che la stazione di Porta Nuova sarebbe stata vittima di un caotico affollamento, ma evidentemente mi ero sbagliato perché mi trovai faccia a faccia con una calma, quasi irreale, che mi spiazzò. Presumevo infatti che avrei dovuto sgomitare per farmi largo tra il bailamme dei passanti e dei loro carrelli pieni di bagagli, zainetti e borse frigo e invece potevo muovermi pacatamente e osservare con femminea curiosità lo strampalato look di alcuni di coloro che erano appena sbarcati nella splendida e inedita Torino post-olimpica. Dopo quella serie di osservazioni dell’ambiente circostante gioii perché il “mio” treno pareva destinato ad arrivare in orario. Quasi un sei al superenalotto, un’ottima premessa per quella giornata che presentava molte incognite e poche certezze. Decisi di trascorrere i successivi dieci minuti di attesa all’interno di uno dei bar della stazione e ordinai un potentissimo caffè ristretto perché il mio livello di coraggio necessitava di quel sostegno esterno. Una volta di fronte al bancone di quel locale approfittai del primo specchio che mi capitò a tiro per verificare l’impatto visivo del mio armamentario estetico. Certo il vestito grigio, che di solito riesumavo per le grandi occasioni, sembrava un po’ fuori contesto ma il mio aspetto generale non era poi così malaccio. Provai a rassicurare il mio ego dedicando a me stesso un sorriso accattivante, pieno di autocompiacimento, che, in un’ottica prospettica diversa, avrei catalogato da “perfetto idiota”. Alla donna appollaiata alla cassa non sfuggì quella mia fase di narcisismo perché provò ad appiopparmi uno sguardo complice che non avrei disprezzato se fosse stato prodotto da un’altra donna e non da quella sottospecie di essere umano. E poi di certo non ero lì per lei... Avevo accettato quella scommessa e ormai stavo giocando tutte le mie carte. Forse si trattava di una sfida troppo pericolosa, forse ero un attore che interpretava un personaggio sbagliato per le sue corde recitative oppure… Oppure tutto il contrario. E in quel caso sarebbe stata per me la più grande rivincita. Il barista mi fece subito intuire che, per sopprimere tutta quella calma, avrebbe scambiato volentieri quattro chiacchiere con chiunque, condivisione della lingua permettendo, si fosse trovato al di là del bancone. Io accettai quella tacita proposta perché mi permetteva di frenare, per qualche secondo, il mio livello di nervosismo che stava subendo un’imprevista escalation. Mi affidai all’ovvietà di una prima innocua domanda per provare a insinuare il mio “piede nella porta”, affidandomi a una tecnica pubblicitaria che consisteva nell’arrivare all’informazione desiderata partendo da una prima innocua richiesta. “È sempre così tranquillo qui?”. “No, per fortuna. Altrimenti dovremmo chiudere bottega perché gli unici affidabili clienti sarebbero quei quattro barboni che vivono qui dentro tutto l’anno”. “Ma quelli le cose che consumano di più sono le panchine”. Puro qualunquismo che avevo sfoderato al solo scopo di risultare simpatico al barista. “Deve partire?”. “No, sto solo aspettando un amico”. Quell’uomo, dallo sperimentato intuito, non dovette credere alle mie parole e me lo dimostrò con la replica successiva. “Così elegante?”. “Cosa c’è di strano? Arrivo direttamente dal lavoro”. “Ah, capisco…”. Dal sorrisino sardonico che accompagnò quel sintagma compresi che quel tipo si stava facendo un’idea sbagliata sulle mie inclinazioni sessuali. “Invece mi sa che non ha capito proprio niente”. Irrancidii il tono della mia voce, in maniera probabilmente sproporzionata rispetto all’“offesa” che avevo subito. “Non c’è bisogno che si alteri. Non volevo mica offenderla”. Mi scusai subito per l’uscita precedente e mi resi conto che il mio status emotivo iniziava a farmi qualche scherzetto. Decisi perciò di superare quell’impasse chiedendogli l’unica informazione che volevo ottenere da quel colloquio. “Ma il treno proveniente da Roma è sempre così puntuale?”. “Non lo è mai, assolutamente mai!”. “Ma allora posso ritenermi fortunato?”. “Non proprio, direi”. “In che senso?”. “Il ritardo c’è anche stavolta ma probabilmente non è stato ancora segnalato. Se tanto mi dà tanto entro pochi minuti arriverà la comunicazione ufficiale”. Niente di più maledettamente vero perché quell’ipotesi venne infatti avvallata, nei tempi previsti dal veggente, dallo speaker ufficiale delle Ferrovie dello Stato che confermò la previsione del barista. Il treno 708, proveniente da Roma, viaggiava, si fa per dire, con oltre mezzora di ritardo. “Non le resta che pazientare. Probabilmente avrà trovato un po’ di traffico, incrociato qualche semaforo rosso di troppo”. Non replicai a quella battuta che doveva fare parte dell’inflazionato repertorio di banalità a cui si affidava quotidianamente il mio interlocutore. Cercai, invece, di boicottare la sensazione montante di rabbia che crebbe in me una volta appresa quella notizia. Che cosa sarebbe stata mezzora in più o in meno di attesa rispetto alla durata di una vita intera? Invece era molto, troppo. Davvero insopportabile. Vivevo nell’ingenua convinzione che quella giornata sarebbe stata perfetta e quel primo contrattempo sembrò terremotare tutte le false certezze che avevo coltivato durante la fase di preparazione psicologica a quell’evento. Dopo essermi congedato dal barista, approfittando del sopraggiungere di un altro paio di clienti, mi rifugiai in bagno perché volevo negarmi allo sguardo di qualsiasi altro essere umano dotato di un minimo barlume di senso critico. Quando mi trovai di fronte ad un altro ampio specchio mi produssi in un patetico monologo, composto da frasi che riprodussi, mentalmente, più e più volte: “QUESTA NON è UNA SITUAZIONE ADATTA A TE! POTREBBE RIVELARSI SOLO UN BLUFF, UNO SCHERZO IN CUI SEI CADUTO COME UN FESSO! L’UNICA CERTEZZA è CHE FARAI LA FIGURA DEL COGLIONE! QUANDO QUEL MOMENTO ARRIVERà BALBETTERAI STUPIDE FRASI SENZA SENSO! LASCIA PERDERE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!”. Quella mitragliata d’incognite era difficile da affrontare e la sventagliata di acqua fredda a cui sottoposi il mio viso non contribuì a migliorare la mia situazione interiore. D’altronde ormai era troppo, troppo tardi per tornare indietro. Mi dissi che ero un uomo dotato di corposi attributi e non mi sarei fatto di certo spaventare da quell’appuntamento al buio. Tutto era avvenuto così in fretta. Il rapporto con la donna del mistero si era sviluppato grazie a quella rete informatica nella quale erano rimasti impigliati i nostri sentimenti e, soprattutto, la nostra curiosità. C’eravamo infatti “conosciuti” su f*******: qualche mese prima, circostanza piuttosto comune visto che quel social network era divenuto, in un breve lasso di tempo, un fenomeno di costume che aveva attirato l’attenzione dei mass media e degli studiosi di relazioni sociali. Continuando a rimuginare sul domani che mi attendeva ritornai sui miei passi e sfidai lo sguardo, sempre più malizioso, del barista che stava elaborando, in tempo reale, la propria decodifica mentale sul mio inquieto comportamento. Feci un paio di passi verso di lui prima di recedere dal proposito di affrontare una schermaglia verbale che, con ogni probabilità, mi avrebbe visto soccombere in maniera impietosa. Afferrai perciò, da un impolverato espositore, un pacchetto di gomme da masticare che serrai nel pugno destro con cui fendetti poi l’aria, affidando a quell’eloquente gesto ciò che avrei potuto dire con mille volgari parole. Quando poi passai alla cassa per pagare venni freddato dall’insinuazione proferita dalla mastodontica commessa. “Ci deve proprio tenere un sacco a questa donna. È emozionatissimo”. “Arrivederci e pessimo lavoro”. Fuggii da quel covo di curiosoni prima che quei due potessero rivoltare la mia privacy come un calzino. Dovetti comunque confrontarmi con la sparata di colei che, pur con tutti i limiti estetici insiti nel suo aspetto, continuava ad appartenere al genere femminile e a rappresentarne il punto di vista. E se lei si era accorta così facilmente della mia condizione emotiva, chissà cosa sarebbe accaduto quando mi fossi ritrovato faccia a faccia con la mia miss X. Per quanto mi riguardava potevo solo affermare con certezza che, tra un messaggio e l’altro, un misterioso meccanismo si era impadronito della mia psiche e mi invitava a vivere quel momento ad ogni costo. D’altronde il fatto stesso che mi fossi spinto a ridosso di quei binari, arroventati dal caldo d’inizio estate, era la palese testimonianza della posizione assunta dai miei sentimenti. Io c’ero, sì c’ero con tutto me stesso ma anche contro me stesso perché, con quell’afa opprimente, l’opzione a strati: vestito grigio/camicia/canottiera non era stata proprio una scelta felicissima soprattutto perché, in quel periodo dell’anno, mi affidavo solitamente ad un altro tris di indumenti: bermuda/sandali/t-shirt. Peccato che lei mi avesse scritto che preferiva gli uomini dal look elegante rispetto a quelli che privilegiano la comodità di un abbigliamento sportivo. Ero un burattino nelle sue mani ancor prima di conoscerla, senza dignità, senza orgoglio e senza personalità. D’improvviso una mano si aggrappò al mio gomito. Pensai, inopportunamente, che potesse essere lei e mi voltai di scatto. “Scusi signore, mi basta anche un euro”. Quel mendicante infranse la barriera della cosiddetta distanza sociale ed entrò a stretto contatto con il mio corpo. Temevo che il suo alito al barbera potesse impregnare i miei indumenti e feci un paio di passi indietro. “Cosa vuoi?”. “Solo un euro, il signore le sarà grato”. Lo allontanai protendendo in avanti entrambe le braccia. Era come se mi fossi trovato di fronte ad un appestato che cercai di scacciare definitivamente schiaffandogli in mano una banconota da cinque euro. Quel disinteressato slancio di generosità non ottenne l’effetto desiderato perché quell’uomo si fece ancora più intraprendente e iniziò a subissarmi di ringraziamenti ad alta gradazione alcolica. “Te ne vuoi andare, adesso?”. “Va bene ma la stavo solo ringraziando”. “Prego e addio!”. Non ero mai stato intollerante ma, in quegli istanti, vivevo con un unico obiettivo in testa e detestavo tutto ciò che potesse in qualche modo procrastinare quell’incontro. Non sapevo, non potevo sapere quale sarebbe stato l’esito di quell’appuntamento pianificato on-line ma avevo comunque elaborato anche un piano B: se quella ragazza si fosse rivelata esteticamente decente ma intellettualmente poco intrigante il tutto si sarebbe concluso con una salutare scopata, senza alcuna conseguenza sentimentale. Una di quelle avventure che racconti agli amici al solo scopo di suscitare la loro invidia e compiacere il peggior maschio che è in te. Avevo poi elaborato anche il piano C, la riserva della riserva: se lei fosse stata brutta oltreché noiosa mi sarei inventato qualche inverosimile scusa per fuggire il più lontano possibile da ogni sua pretesa sessuale. Naturalmente l’avrei eliminata dall’elenco delle mie amicizie su sss, sopprimendola anche dal punto di vista della sua entità solo virtuale. Il mio io romantico e incline all’illusione continuava però a privilegiare soprattutto il piano A: lo sbocciare di una bella storia d’amore, l’incontro con la donna della mia vita con la quale condividere un radioso futuro. Tutti concetti astratti se paragonati a un’unica certezza: erano già le 18 e 15 ma del treno in arrivo da Roma non vi era alcuna traccia. Quando mi passò accanto un uomo in divisa blu provai a rallentarne il passo affiancandolo e iniziando a parlare: “Mi scusi”. “Dice a me?”. Sguardo schifato e tono di voce stizzito, simpatico come un inatteso temporale estivo. “Mi sembra che siamo le uniche due persone nel raggio di duecento metri”. “Parli, allora”. “Ha qualche notizia sul treno 708?”. “Non è ancora arrivato?”. Contai sino a tre prima di ricominciare a parlare. “Se glielo sto chiedendo…”. “Hanno già segnalato il ritardo?”. Forse mi ero rivolto alla persona sbagliata. Quella che indossava era certamente una divisa, ma poteva non aver nulla a che fare con le Ferrovie dello Stato anche se quel suo atteggiamento svogliato e insofferente, della serie “sono qui ma non conti su di me, sono solo l’ologramma di me stesso”, era proprio da Ferrovie dello Stato. “Grazie lo stesso, lasci perdere”. “Comunque dovrebbe essere quasi in arrivo”. Tranciai quell’infruttuosa conversazione e iniziai a tappezzare con le impronte dei miei piedi le zone intorno alla biglietteria centrale. Feci in tempo anche a notare come l’aspetto di quel luogo di transito era molto migliorato rispetto al recente passato, grazie alle Olimpiadi da poco archiviate, il cui merito era stato quello, malgrado gli scetticismi iniziali, di dare una bella rinfrescata all’immagine della nostra rattrappita città. La Torino operaia aveva lasciato spazio a una Torino rampante e moderna, divenuta, finalmente, anche un polo di attrazione turistica. Avevo già pianificato ogni minimo dettaglio. Quando “la straniera” sarebbe arrivata, io, il suo principe sabaudo, le avrei fatto da cicerone, sempre che avessimo trovato la forza necessaria per trascinarci fuori dalla mia camera da letto. Malgrado fossi convinto che il primo impatto con la nostra stazione tirata a lucido non l’avrebbe delusa avevo provato a consigliarle di viaggiare in auto, suggerimento che lei aveva rispedito prontamente al mittente. “...non mi piace guidare per ore e poi non voglio perdere di vista il panorama quando viaggio. Il mondo che ci circonda è pieno zeppo di attrattive e va osservato con la testa fuori dal finestrino del treno in corsa. È una delle cose più affascinanti che ci possano essere!!!”. Stralci delle nostre discussioni emergevano dalla mia memoria. Dialoghi nei quali solitamente i suoi tre punti esclamativi ponevano fine alla discussione. Mi ero ormai convinto che la struttura semantica delle sue frasi fosse uno degli elementi che avesse contribuito a generare quello stato di attrazione perenne tra noi; le sue parole, così ben selezionate e assemblate, difficilmente scadevano nel banale e, tra l’altro, alcune sue risposte riuscivano anche a sorprendermi. Negli scambi di e-mail con l’universo femminile ciò era avvenuto assai raramente.

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