A sette anni conobbi Chamael e il mio mondo cambiò.
"Cosa ci fai sotto il lavello?" Gli chiesi sorpreso.
Lui piangeva ed era accucciato con le testa tra le gambe.
"Dai esci. 'Non piangere."
"Non mi piace qui!" Piagnucolo lui.
"A me tanto." Ammisi per la prima volta in quei quattro anni."
Il piccolo finalmente uscì da sotto al lavello. "E perché?" Mi chaise asciugandosi gli occhi.
Lo fissai, erano bellissimi. Castani come i miei apparentemente. Ma avevano delle pagliuzze grigie che mi ricordavano qualcosa.
"Perché qui sono libero." Ammisi ancora. "A casa non posso fare tutto ciò che mi piace. Non posso cucinare, correre e urlare, non posso farmi male e sbucciarmi le ginocchia. Se faccio anche uno starnuto, mia madre va nel panico." Confessai.
"La mia mamma dice che sono un mostro. Per questo sono qui." Mi confessò.
Lo fissai. Parlava molto bene per essere uno dell'asilo.
"Non sei un mostro, sei un bel bambino." Gli dissi incantato dai suoi occhi. "Come ti chiami?"
"Chamael McAllister."
Annuii. "Io sono Raziel e sono in seconda elementare. Non venire qui se ti senti triste, vieni da me. Chiedi al maestro di portarti da me."
Lui annuì. "Posso stare con te adesso?"
"Certo che puoi. " gli dissi comprensivo. "Ti faccio un panino? Ero venuto a prepararmi una merenda."
"Puoi cucinare?" Mi chiese stupito.
"Certo! Vuoi provare?"
"Mamma dice che con le mie mani non sono capace." Affermò.
"Cosa hanno le tue mani?" Gli chiesi. Poi curioso gli feci la domanda più importante, apparentemente sembrava un bambino dell'asilo. Ma parlava talmente bene che non comprendevo quanti anni avesse.
"Scrivo con questa mano qui! A mamma non va giù." Mi rispose intanto alzando la sinistra.
Feci una smorfia. "Anche io uso la sinistra e preparo dei buonissimi panini." Mi disse col sorriso. "Quanti anni hai Chamael?" Gli chiesi diretto.
"Ho tre anni compiuti e vado alla terza materna." Mi rispose.
Lo guardai stupito. "Dovresti essere al primo anno."
"Ma io so già leggere e scrivere." Mi rispose.
Grandioso. "Anche io a quattro anni già sapevo leggere e scrivere." Scrivevo in modo orrendo, non avevo ancora capito che le parole dovessero andate separate in una frase o l'utilizzo delle doppie. Ma sapevo leggere al contrario meglio di come scrivevo.
"E sei in seconda?" Mi chiese Chamael.
"Si, piano piano mi diplomerò." Dissi battendo la lama del coltello sulla bocca.
"Prendo gli ingredienti? Voglio un panino con il formaggio." Mi disse.
"Prendi gli ingredienti." Dissi.
Non lo vidi per un po' in cucina.
Alcune volte lo trovavo che era solitario su un'altalena ho sotto un albero a leggere un libro o a chiacchierare con Samuel, il fratello di Tommy e Joel. Compresi che nonostante l'età fosse sopra dalla media. Sinceramente non me ne stupivo, io stesso a quattro anni già sapevo leggere, presumevo che in quella scuola fossimo tutti così non ero il solo infatti ad avere queste peculiarità. Anche Tom, Gabriel e Gellert erano molto bravi come il loro compagno di classe Heinrich. Il nuovo anno ritrovai Chamael sconvolto di nuovo sotto il lavello delle cucine. Il suo responsabile mi chiese semmai lo avessi visto poiché lo cercavano e sapevano che io e lui avevamo fatto amicizia. Senza pensarci su troppo andai a cercarlo proprio in cucina. Fu lì che lo trovai, piangeva e tremava gli chiesi cosa fosse successo e gli dissi che se me ne parlava l'avremmo risolta. I maestri volevano cambiargli classe, volevano di nuovo spostarlo e lui non voleva ricominciare di nuovo a farsi nuovi amici, era difficile se andava avanti così avrebbe perso il suo amico Samuel che era ancora all’asilo. Lui era un bambino piccolo e non voleva essere un bambino delle elementari. Gli dissi che ne avremmo parlato con i maestri. Se lui non voleva cambiare classe perché dovevano farglielo fare? Così una volta convintolo, uscimmo e andammo dai maestri.
Purtroppo non era facile come pensavo, poiché i maestri ci portarono dalla preside. Avvertivo nella stretta di mano di Chamael che avesse paura, ma si faceva forza perché contava su di me. Quando fummo dentro mi rilassai appena vidi la sua Saffi e lo zio Tepá.
“Zia Saffi!” Esultai.
Erano lì per Chamael, iniziarono a fare domande cui risposi io. Non mi aspettavo che la zia e lo zio si interessassero a Chamael. Eppure dopo quell’incontro le cose cambiarono.
Chamael entrò a far parte della mia vita in maniera costante.
In cuor mio ne fui felice. Facemmo tante dose insieme, a cominciare dalle vacanze estive. Quello stesso anno partecipammo al matrimonio del signor dagli occhi grigi. Per la prima volta parlai con lui scoprendo che era un uomo buono. Come la zia Saffi mi chiamava Raziel, anche se mi chiamava Raziel Isaak. Alla festa mi fece fare tutto ciò che volevo, ballare, saltare, cantare. Era divertente, anche Chamael si divertiva poiché c’era i bambini della sua età. Il figlio del signore con gli occhi grigi, la figlia dello zio Drake e la sorellina di Gellert, avevano tutti l’età di Chamael. Fu una festa bellissima, la prima a cui partecipavo, io non perdevo di vista Chamael che rideva e giocava con tutti. Il signore dagli occhi grigi invece non perdeva di vista me. Forse la mamma gli aveva detto di controllarmi.
A fine festa mi raggiunse.
“Con Marina vorremmo tenervi a dormire da noi. Ci stai Raziel Isaak?” Mi chiese.
“Se posso portare Chanael sì.” Gli risposi.
Lui mi sorrise e per la prima volta vidi i suoi occhi plumbei illuminarsi diventando di un grigio più chiaro.
“Posso chiamarti zio?” Gli chiesi ingenuamente.
Lui mi sorrise. “Mi dispiace, ma questo non posso accettarlo. Non sono tuo zio.”
Perché no? “Il papà di Gellert mi dice di chiamarlo zio Tad. Gellert dice che sete fratelli tutti e due.” Gli dissi.
“Lo so! Ma io non riesco ad accettare di esserti zio Raziel.” Mi disse deludendomi. Penso che lo percepì perché abbassai lo sguardo per non piangere. “Mi dispiace. Un giorno capirai…” mi sussurrò. “Adesso prendi Chamael e raggiungete lo zio Drake, è ora di partire per tutti noi.”
Fu così che concluse la nostra chiacchierata, non lo vidi più da allora e sinceramente non volevo neanche vederlo. Non aveva voluto che lo chiamassi zio! Non aveva voluto il mio bene e la cosa mi fece star male. All’epoca non pensavo minimamente che lui poteva rifiutare questo compromesso solo perché mi era padre. Se lo avessi saputo, forse nonostante avessi solo sette anni, avrei potuto capirlo. Forse, perché ancora non capivo che un padre era ben più di una persona che ti cresceva. Solo quando fui più grande scoprii che un padre iniziava ad essere tale quando ti dava la vita.