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1077 Words
3 “Che schifo di tempo!”, pensò Elena Macchi, guardando fuori dalla finestra del suo appartamento al terzo piano. Scrutò il cielo carico di nuvole nere, gonfie d’acqua, e maledisse la giornata. Aveva preso il pomeriggio libero, intenzionata a trascorrerlo all’insegna della natura e dello sport: una corsa sul lungolago della Schiranna. Ci stava pensando già da qualche giorno e aveva tenuto d’occhio le previsioni. C’era stato il sole tutta la settimana e persino quella stessa mattina. Una vera jella! Come sprecare un sabato pomeriggio all’insegna del cazzeggio, cosa che proprio non riusciva a digerire. Elena non sopportava l’inattività, non avrebbe mai trascorso la giornata distesa sul divano a vedere la pioggia scendere attraverso i vetri. Sbuffò, pensando a cosa inventarsi per occupare il tempo. Aveva bisogno di staccare un po’ dal lavoro. Ultimamente non aveva avuto un attimo di tregua, sempre tensioni e stress. Non ricordava da quanto tempo non prendesse una giornata tutta per sé. Se relax per molti poteva significare oziare a letto fino a tardi e bighellonare per casa in pigiama tutto il giorno, per lei aveva tutt’altro significato. Le piaceva praticare sport, specialmente all’aria aperta. Il massimo dell’ozio che poteva permettersi era quello post corsa o post nuoto: un’ora destinata alla meditazione, con le membra stanche, felici di potersi riposare, perché, a quel punto, sarebbe stato un meritato riposo. Elena era una trentacinquenne dinamica di corpo e di mente. Il suo cervello era sempre in movimento, al pari di un elaboratore dati: immagazzinava informazioni, le codificava e decodificava come un computer. Per questo era brava nel suo lavoro: non le sfuggiva mai niente. Caparbia, testarda, determinata, tenace, si sarebbe detto che presentava più i tratti di un carattere maschile che femminile. L’aspetto fisico si confaceva al temperamento: era alta, un fisico atletico, con una massa muscolare ben sviluppata e perfettamente definita, simile a quella di una body builder. Aveva una forza che avrebbe potuto fronteggiare senza paura un uomo di corporatura robusta. I tratti del volto erano squadrati, la mascella ben delineata, il naso dritto alla greca, gli zigomi alti e spigolosi, lo sguardo di ghiaccio, occhi verdi dal taglio affilato, incorniciati da un paio di occhiali dalla severa montatura in tartaruga. Aveva i capelli biondo platino, che portava sempre raccolti, puntati dietro la nuca. Eppure, nonostante quell’aspetto androgino, sottolineato anche da un abbigliamento rigoroso, Elena Macchi era una donna affascinante e nel complesso non poteva essere definita altrimenti se non una bella donna. Avrebbe fatto un giro in centro, per negozi. Poteva essere l’occasione giusta per fare shopping, nonostante non andasse matta per le compere. Indossò un completo di lino azzurro, pantalone e giacca con manica a tre quarti, con sotto una canotta di cotone bianca, un paio di scarpe color panna, stile college, tacco basso. Avvolse attorno al collo una pashmina color corda, mise la borsa a tracolla, prese l’ombrello e uscì di casa, chiudendo a quattro mandate la porta blindata. Camminava a passo svelto, con la sua andatura eretta, lo sguardo fiero dritto avanti a sé. Percorse tutta la via XXV Aprile, evitando le buche sul marciapiedi per non imbrattarsi le scarpe. Svoltò quindi in via Sanvito Silvestro e si diresse verso via Sacco. Attraversò la strada e proseguì, tenendosi i Giardini Pubblici sulla destra. Altrimenti noti come Villa Mirabello o Giardini di Palazzo Estense, venivano annoverati tra i più belli del Nord Italia, costituendo una delle principali attrazioni turistiche della città. Sede del Comune, i Giardini ospitavano una grande vasca che si apriva nel parterre di fronte al palazzo e diverse grandi aiuole, i cui i piccoli arbusti e i fiori decorativi erano curati nel minimo dettaglio. La presenza di diversi viali, sentieri e prati conferiva movimento al giardino in stile francese. Elena Macchi passò davanti alla sobria facciata rosa, rivolta verso il centro città, sul cui frontone si ergeva una meridiana sormontata dall’aquila ducale, simbolo dei duchi d’Este. Il Palazzo era stato infatti residenza di Francesco III d’Este, Duca di Modena e Reggio. La Macchi si fermò al semaforo dell’attraversamento pedonale di fronte alla vetrina del Villa, una delle storiche cartolerie della città. Non appena scattò il verde, passò dall’altra parte della strada e percorse il portico, sfilando davanti al Bosisio. Il profumo di caffè la investì, attraverso la porta aperta del bar, solleticando in lei il desiderio di una tazzina di decaffeinato. Magari, prima di rientrare a casa, ci avrebbe fatto un salto. Adorava quel posto. Ci andava spesso, perché trovava quel bar un piccolo gioiellino con un che di magico. Uno scroscio improvviso distolse la sua attenzione dall’aroma del caffè. Passò oltre, restando al riparo del portico e si soffermò a guardare la vetrina del Verga, con la sua raffinata esposizione di porcellane. Si domandò quanti potessero permettersi di spendere certe cifre. Ma Varese era una città, se non propriamente ricca, sicuramente benestante. Rimase in attesa che l’acquazzone cessasse, poi attraversò la strada e imboccò corso Matteotti. Elena era una donna di buongusto, indossava solo capi di sartoria. Uno stile austero e sobrio, sì, ma sicuramente di classe. Mai avrebbe acquistato un capo in un grande magazzino o in un outlet. Percorse la zona pedonale fino alla piazzetta del Garibaldino, sostando davanti alle vetrine, senza decidersi a entrare: i capi esposti non la convincevano minimamente. Al termine di quell’inutile passeggiata, pensò di fare un salto in libreria per vedere le ultime novità. Tagliò per piazza San Vittore, così da raggiungere Pontiggia dal retro, accorciando la strada. Un raggio di sole colpì in quell’istante il campanile del Bernascone, notevole monumento architettonico, testimonianza esemplare del tardo manierismo imposto dai Borromei. Appena fece il proprio ingresso in libreria, notò un intero scaffale dedicato all’ultimo romanzo di John Grisham, Il partner. Attratta dal titolo, nonché dalla fama dell’autore, si avvicinò, prese un volume e lo girò. Lesse la quarta di copertina: poteva essere interessante. Decise di acquistarlo. Pagò alla cassa, infilò il libro nel sacchetto e uscì dal negozio, dirigendosi verso casa. Non pioveva più, stava schiarendo. Un debole sprazzo di sole tra le nubi grigie. Da terra si levava l’odore intenso dell’asfalto bagnato. La fontana di piazza Monte Grappa zampillava, stagliandosi contro il grigio del cielo. Elena si soffermò un istante ad ammirare la bellezza della piazza. Non capiva perché ci fosse gente che non apprezzava Varese. Lei la trovava una bella città. Forse perché ci era nata e cresciuta. Certo, non era all’altezza delle grandi metropoli, ma era a dimensione d’uomo e la sua architettura svelava inaspettatamente bellezze che non smettevano mai di sorprenderla. Attraversò la strada e passò nuovamente davanti al Verga. Pochi passi e l’ingresso del Bosisio era lì, pronto ad accoglierla. Entrò e ordinò un decaffeinato al banco.
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