Maria Masella" Prefazione

830 Words
PrefazioneQuando mi è stato chiesto di scrivere questa prefazione, ho accettato con gran paura. Paura che poi non è sensazione tanto fuori posto in un’antologia di giallisti dedicata a Marco Frilli, un editore che più di vent’anni fa ha fatto nascere una collana di noir. Perché paura? Per due motivi. Nell’impresa sono stata preceduta da quattro colleghi e sarà difficile trovare qualcosa di nuovo e non ovvio da raccontare. Il secondo è ancora più preoccupante perché Marco era mio amico e scrivere di un amico implica scrivere di sé, imbarazzante. Uno scrittore è addestrato a scavare dentro di sé per trovare materiale utile, ma mostra sentimenti e manifesta opinioni indossando i panni dei propri personaggi, in un ambiguo Carnevale. Scrivendo questa prefazione dovrò rinunciare al riparo della maschera, è questo che davvero mi spaventa. Ma non ho mai rifiutato una sfida. Oggi dovrò essere soltanto io per almeno due pagine, pagine che potrete saltare in un attimo evitando di ritrovare su Marco Frilli frasi già scritte e ignorando anche quello che mi riguarda. Nelle righe precedenti c’è un errore: Marco non era un amico, è un amico. I tempi verbali sono importanti. È: perché il suo sogno ha messo radici ed è vivo. È un amico: perché il suo sogno è stato un po’ anche il mio e l’amicizia vive di sogni condivisi. Un buon editing segnalerebbe la ripetizione della parola “sogno”, ma è chiave di volta nel mio rapporto con Marco Frilli. Sogno perché così aveva chiamato il suo progetto quando ci eravamo conosciuti, nell’agosto del 2001, quando ero andata per la prima volta in Casa Editrice a portargli un dattiloscritto, quello che sarebbe diventato Morte a domicilio. Subito, mentre posavo il plico sulla scrivania, aveva chiarito cosa cercava per la collana di noir che “sognava”, non che “aveva in mente”. E, ripeto, le parole sono importanti per chi vive di parole. Sì, ricordo ancora il sorriso appena storto e mezzo nascosto dal gesto di portarsi una sigaretta alle labbra, come se un po’ la parola lo imbarazzasse. Tante volte gli avrei visto fare quei gesti e tante volte li avrei usati, forse come mascheramento di emozioni private o difficili da mettere in parole. Ma torniamo a quel giorno. Aveva detto che cercava storie ben scritte e con impianto giallo coerente, requisiti ovvi. Dicendolo la sua voce aveva un tono divertito e avevo capito che sapeva come non sempre fossero “requisiti ovvi”. Dopo una pausa aveva aggiunto che voleva qualcosa di più: ambientazione italiana, attenta e non di maniera, ma nelle storie dovevano esserci soprattutto personaggi, “non soltanto testa ma cuore, personaggi di cui i lettori devono innamorarsi”. Parlava. E parlavo, perché sono sempre stata loquace. Quello che era cominciato come incontro di lavoro fra un editore e un’aspirante autrice era diventato uno scambio di opinioni fra due innamorati dei libri. Per quella prima mezz’ora, soltanto per quella, Marco Frilli era stato il mio editore, poi era diventato un amico con cui condividere la gran passione per i libri, le storie e le parole. Per anni, sarei andata in Casa Editrice ad accennargli un’idea per il romanzo successivo, perché parlarne mi aiutava a chiarirmi. No, non gli raccontavo la storia, perché l’avrei scoperta scrivendola, ma ascoltava le mie vaghe sensazioni, accettava che non sapessi… Quando, frequentando la Casa Editrice, avevo conosciuto Nora, la moglie di Marco, avevo cominciato a capire perché lui aveva tanto insistito sull’importanza dei sentimenti. Da allora in varie occasioni li avrei visti insieme e tante volte mi sarei trattenuta a chiacchierare con lei. Avremmo parlato di tutto, ma saremmo sempre tornate a Marco, a Marco e al suo sogno, un sogno che lo teneva in piedi, la notte, a leggere manoscritti perché ormai gliene arrivavano tanti. “Vivere con un uomo animato da una passione così forte non è facile, la tua rivale c’è sempre” diceva, ma si capiva che aveva già perdonato quella passione che lo teneva in piedi la notte e gli faceva dimenticare tutto perché c’era da leggere ancora una pagina e poi un’altra. “Quelli senza passioni e senza sogni sono peggio” replicavo, ogni volta. Sì, anche Nora era diventata un’amica. In quell’agosto del 2001 Marco l’aveva nominata quando gli avevo porto il dattiloscritto. “Me lo porto a casa, lo comincio questa sera e Nora comincerà a protestare che devo dormire.” È forse un segno che abbia visto Marco per l’ultima volta mentre era con lei? Passavo in auto per corso Europa, da Levante verso il Centro, all’altezza della COOP. Da lontano li avevo visti, di schiena: camminavano affiancati, lui si sorreggeva un po’ al braccio della moglie. Ero nella carreggiata opposta, trovare posto per l’auto era impossibile. Avevo fretta e non ero sola. L’ultima immagine di Marco è con sua moglie Nora, loro due colti insieme dal mio specchietto retrovisore. Nel retrovisore l’avevo visto sorridere. MARIA MASELLA
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