Massimo Ansaldo: Compito in classe

1287 Words
Massimo Ansaldo Compito in classeIl professore Amo la matematica. È con questo pensiero che mi alzo tutte le mattine, un pensiero fisso che massaggia dolcemente le pareti del cranio. Ecco il motivo per cui non soffro mai il mal di testa. È un pensiero dolce, come l’inizio di una primavera eterna che irrompe dopo un inverno perenne, aria fresca per la mente e l’intelligenza. La matematica non si discute, mica è politica la matematica, mica è religione, mica è un’opinione. È crudele quanto basta la matematica, perdona rare volte, pretende di essere capita. Sennò si ricomincia finché non sarai vinto e obbligato a rinunciare. La matematica spiega tutto, supera la biologia e la tecnica. Non esisterebbero senza una spiegazione matematica, come la chimica. Amo insegnare al liceo scientifico, la classe terza A potrebbe essere eletta come la migliore che abbia mai avuto se non fosse per quella testa di cazzo di Luca, che sia maledetto. Odio Luca. Disturba le mie lezioni, lancia le palline di carta, tira continuamente scappellotti ai compagni, solleva le gonne alle ragazze e sputa fuori dalla finestra. Ma non sono queste le cose che mi fanno più imbestialire, no. Quando c’è il compito in classe che cosa fa il nostro campione di buona creanza? Disegna sul foglio! Figure umane e animali stilizzati, contorti in posizioni strane, con occhi grandissimi che sembra ti fissino prima di sbranarti, figure orrifiche uscite da un inferno tutto suo, che gli popola la testa. Maledetto lui e quella sua voglia di disegnare. Odio il disegno. Stamani gli ho preparato uno scherzetto che si ricorderà per tutta la sua carriera scolastica, sempre che riesca ad averne una. Ho selezionato tre domande alle quali, sono certo, non è in grado di rispondere con il livello di preparazione che ha maturato. Un compito in classe a lui dedicato, sarà contento? Luca Amo il disegno. È con questo pensiero che mi alzo tutte le mattine. Apro gli occhi e l’immaginazione fa scorrere sul soffitto della mia cameretta le opere di Pollock e Hopper, Michelangelo e Caravaggio, Matisse e poi i campioni della Street Art. Raffigurare la realtà, copiare con uno sguardo personale. Una nuova realtà che nasce tra le tue mani, ‘con’ le tue mani, pacificamente armate da un fragile pennello. C’è qualcosa di più meraviglioso che mi possa accadere? Voglio dipingere per tutta la vita e oltre. Forse ho sbagliato l’indirizzo degli studi, vabbè, cambierò appena riuscirò a liberarmi di questo penitenziario scolastico che mi ha segregato chiudendo con il chiavistello ogni possibilità di uscita. Odio il capo dei carcerieri, il professore di matematica. Credo la faccia apposta a perseguitarmi, credo mi voglia umiliare quando sequestra tutti i disegni che nascondo sotto il banco. Ne avrà rubati una trentina e non li vuole restituire, anzi, credo li abbia distrutti. Odio la matematica. Il professore pretende che tutto dipenda da lei, anche le nostre vite, la mia vita. È l’ultima volta! Stamani gli ho preparato uno scherzetto che si ricorderà per tutta la sua carriera scolastica. Il compito in classe Il professore esce di casa, non prima di aver contemplato il poster appeso all’ingresso; legge il testo sussurrando quella che si direbbe una sorta di preghiera laica: “Il mondo è scritto in lingua matematica e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola. Galileo Galilei”. Bacia la figlia Fioretta. “Ciao amore mio, allora vieni a prendermi quando esco da scuola. Ti accompagna la mamma, scendi dall’auto ed entri in segreteria... d’accordo? Senza deviazioni, mi raccomando! E poi si corre filati al luna park!”. La bimba, otto anni, annuisce, tirando su con il naso, il filo di moccico che penzola dalle narici sparisce come d’incanto. Suo padre sorride e sgattaiola oltre il portone. Dopo una buona mezz’ora fa il suo ingresso nell’istituto scolastico, un enorme scatolone di laterizi sottoposto a continui interventi di ristrutturazione e messa in sicurezza e circondato da un fitto reticolo di ponteggi. La mattina è pressata da un cielo plumbeo e sferzata da un vento che frusta con raffiche violente come colpi di scudiscio. I ponteggi scricchiolano come se i bulloni potessero uscire dalle loro sedi. Tutto sembra improvvisamente precario e sinistro. Luca prende la via dell’ingresso secondario ed è scosso dal sussultare disordinato dei pianali di metallo impegnati in un ballo scoordinato, privo di armonia coreografica. I due entrano in classe, ignorandosi. Guerrieri pronti a impugnare quelle che credono essere le armi più sofisticate in circolazione. Ti odio pensa il professore, amo la matematica. Ti odio pensa Luca, amo il disegno. Ecco i tre quesiti, dice il professore, mentre con il gessetto scricchiola sulla lavagna e con una dizione cadenzata e perfetta enuncia la prova da superare. Venti ragazzi lo seguono attenti e timorosi, tranne Luca, già impegnato a scarabocchiare sul foglio. Ha ascoltato e il suo timore trova conferma. Il compito in classe verte sui capitoli relativi alle equazioni irrazionali e alla goniometria. Gli argomenti che odia più di tutti gli altri, scelti apposta per lui. Aspetta che il tempo a disposizione stia per scadere e decide di attuare il suo piano. Infila la mano in tasca e accarezza il vetro della fialetta puzzolente di Stink Bombs. Deve solo chiedere il permesso di andare in bagno, entrare nella sala insegnanti e versare il liquido dentro la borsa del professore. Sospetteranno certamente di lui, ma senza la prova della ‘pistola fumante’, come ha imparato dalle serie tv… Sta per alzare la mano, quando si ferma ad osservare il soggetto che ha appena disegnato. Un’aquila dalle ali enormi, che vola tra montagne innevate. Una libertà che lui oggi non conosce ancora, ma che vorrebbe afferrare. Solo le arti figurative possono donarla, altro che la matematica. Poi rimane sconcertato mentre osserva che, inconsciamente, ha usato numeri, parabole, iperboli ed ellissi per comporre un disegno armonioso e prospetticamente perfetto. È interdetto, ammutolito. Una finestra si spalanca all’improvviso sotto i colpi di vento. Luca è seduto vicino all’anta che sbatte e non fa in tempo a trattenere il foglio. La sua aquila prende il volo e atterra sul terriccio antistante i ponteggi. In quel momento l’auto della mamma scarica Fioretta davanti alla scuola. La bimba si avvia sul marciapiedi e si dirige verso l’entrata principale, proprio quando i primi bulloni dell’impalcatura cominciano a saltare come proiettili di una pistola impazzita. È questione di pochi secondi e i ponteggi cominciano a crollare uno dietro all’altro, ferendo il bidello e un paio di insegnanti. Il professore corre fuori e nota la moglie che si agita impazzita dentro le nuvole di fumo provocate dal disastro. La visibilità è pessima e la confusione totale. Strattona tutti gli studenti che si sono riversati nel piazzale antistante l’edificio, credendo di riconoscere in ognuno di loro sua figlia Fioretta. Comincia a piangere. “Papà, papà...”. Il professore ruota il collo verso la flebile voce che ha appena spalancato la sua speranza. Fioretta è in piedi, non è ferita e in mano stringe un foglio quadrettato. “Guarda papà, che bella questa aquila e come vola in alto...la coda è fatta di numerini, che belli! Stavo per venirti a prendere, ma appena ho visto il disegno per terra, mi sono fermata a guardarlo. Poi è crollato tutto...”. Il professore piange, il professore che ama la matematica e odia il disegno piange di un pianto nuovo, mai provato prima. Sbircia i numerini, le parabole, le iperboli, le ellissi e piange ancora più forte. Luca, che ama il disegno e odia la matematica, osserva la scena da distante. Poi gli sembra di udire un frullo d’ali, ali potenti e maestose, come quelle di un’aquila, come quelle della libertà.
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