CAPITOLO 1 — Il risveglio senza nome
Dea
Apro gli occhi.
Il soffitto è nero. Non nero come la notte là fuori, no, nero come una pietra levigata da secoli, venata di riflessi bluastri che scorrono lentamente, come ricordi liquidi che hanno dimenticato il loro stesso senso. Fisso quelle vene per un lungo momento. Si muovono. O forse è la mia vista che vacilla. O forse è il mondo che si muove sotto di me, come una nave presa in una tempesta di cui non ho memoria.
Non so chi sono.
Il pensiero arriva freddo, netto, chirurgico, come un bisturi che si passa su una ferita già rimarginata. Niente panico. Niente dramma. Solo una constatazione: non c'è nulla dove dovrebbe esserci una vita intera. Nessun nome. Nessuna infanzia. Nessun volto familiare appeso al muro del mio cranio. Solo vuoto pulito, netto, assoluto, come se qualcuno fosse passato con uno straccio e avesse cancellato ogni quadro, ogni specchio, ogni finestra che dava sul mio passato.
Tranne una cosa.
Un dolore.
È alloggiato nel mio petto, proprio dietro lo sterno. Non un dolore acuto. No, è più antico di così. È un dolore che respira. Un dolore che ha imparato a vivere senza di me. A ogni battito del mio cuore, risuona, discreto, paziente, familiare. Come una cicatrice che non è mai guarita. Come un addio che il mio corpo non ha accettato. Come se qualcuno avesse strappato un pezzo di me e lo spazio vuoto continuasse a sanguinare, anni dopo, senza che nessuno si prendesse la briga di ricucirlo.
Muovo la mano sinistra. La pelle è intatta. Morbida. Quasi troppo morbida, come una pelle che non ha mai conosciuto il sole, la pioggia, le tempeste. Nessuna ferita. Eppure la sento. Questo dolore non è nella mia carne. È altrove. Dentro. Prima di me. Prima di questo risveglio. Prima di questa stanza. Prima di tutto ciò che non sono.
Mi raddrizzo.
Il gesto è lento, faticoso — come se il mio corpo avesse dormito mille anni e ogni muscolo dovesse ricordare come obbedire. La nuca scricchiola. Le spalle gemono. Le vertebre si allineano una a una, in un ordine che un tempo dovevo conoscere ma che mi è diventato estraneo.
La stanza è piccola. Pietra nera ovunque, ma la luce bluastra non viene da nessuna fonte visibile. È semplicemente lì, presente, come una nebbia luminosa che ha eletto domicilio tra le mura. Pulsa. Dolcemente. Al ritmo del mio respiro, o forse è il mio respiro che si allinea a lei? Non lo so. Non so nulla.
Un letto stretto sotto di me, lenzuola ruvide ma calde. Un tavolo di legno grezzo vicino alla porta. Sul tavolo, una brocca d'acqua e un frutto che non conosco — viola, costoluto, quasi troppo perfetto per essere vero. Come disegnato da una mano che non ha mai visto la natura, solo sognato di essa.
Dovrei avere paura. Dovrei urlare, chiamare, bussare ai muri, esigere risposte, rompere questa brocca contro la pietra perché si senta la mia disperazione. Ma il mio corpo non si muove. Aspetta. Pazientemente. Come se avesse già attraversato questa scena mille volte. Come se svegliarsi senza memoria fosse una routine. Un ciclo. Una maledizione familiare.
— Dove sono?
La mia voce è strana. Non grave, non acuta. Solo... consumata. Come una voce che ha parlato troppo e ascoltato troppo poco. Come una voce che ha urlato, un tempo, fino a non poter più produrre che questo sussurro rauco, questo soffio stanco. Rimbalza sulle pareti di pietra e torna verso di me, deformata, quasi beffarda — come se la stanza stessa si prendesse gioco della mia domanda.
Nessuno risponde.
Metto i piedi per terra. Il pavimento è freddo, ma non gelido. Un calore sale da sotto, come se qualcosa vivesse sotto le lastre. Una rete. Una vena. La pietra nera respira, anche lei. Sento le sue pulsazioni contro la pianta dei miei piedi nudi — un ritmo lento, profondo, secolare. Come un cuore. Come il cuore di un gigante addormentato sotto la città.
Mi alzo.
Il sangue scende dalla testa troppo in fretta. Vacillo, afferro il bordo del letto, resto immobile per un lungo secondo. Il mio riflesso mi guarda in un piccolo specchio sospeso al muro opposto.
Una donna. Bella, credo. Ma non è la bellezza che colpisce. È lo sguardo. I miei occhi sono troppo vecchi per questo viso. Hanno visto qualcosa. Molte cose. Cose che non sono venute con me in questa stanza, ma che hanno lasciato la loro ombra dietro di sé. Ombre sotto i miei occhi, rughe intorno alla mia bocca, una stanchezza radicata nella curva delle mie sopracciglia.