Prologo
Vincenzo Fumagalli era giunto in Brasile chiamato da un fratello maggiore, tale Fidenzio. Ambedue erano milanesi di nascita ma si erano frequentati poco visto che Fidenzio, più vecchio di vent’anni, era partito per l’America Latina dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando Vincenzo era appena seienne. Fidenzio era poi tornato a Milano cinque o sei volte ma il troppo tempo trascorso tra una visita e l’altra lo aveva fatto divenire, di fatto, uno sconosciuto per Vincenzo che nulla sapeva di quel fratello, dall’accento straniero, che viveva lontano… dall’altra parte del globo.
Vincenzo stava considerando quanto era avvenuto lì, in Brasile, negli ultimi quattro anni. Ripensandoci non poteva fare a meno di scrollare il capo anche riflettendo su quanto fosse pesante l’eredità del cognome che portava.
«Fumagalli, pur essendo uno dei cognomi tipici e quasi completamente concentrato in Lombardia, nel dialetto significa “ruba polli e non ha nobili origini…» spesso si diceva questo ma poi continuava, rincarando la dose: «…quanto al nome che mi hanno imposto, anticamente veniva utilizzato nell’ambiente contadino milanese come soprannome per indicare una persona ignorante e credulona.»
In effetti “fuma galli” erano due parole dialettali lombarde che indicavano soprattutto persone di poco conto e di malaffare: non quindi effettivi ladri di galline. Un “vincènzo”, poi, nel gergo della mala, è anche il “tonto da truffare”.
Queste considerazioni fatte mentalmente parevano giustificare in buona parte tutta la sorte avversa dalla quale Vincenzo si sentiva perseguitato sin dalla propria nascita.
Fidenzio Fumagalli era invece un lombardo che aveva lasciato l’Italia subito dopo la guerra, dalla quale era tornato sconfitto, come sottufficiale ventenne della Guardia Repubblicana, nella quale aveva militato sotto la “Repubblica Sociale Italiana”, quella comunemente detta di Salò. Era uno dei tanti nostalgici che non si era rassegnato all’idea di una Italia nuova, quella del dopo guerra e del “Boom Economico”. Si era imbarcato, come molti a lui simili, per il Sud America per sfuggire ad un padre fascista ed impositivo, alla famiglia che si era sfasciata a causa della separazione dei genitori, al proprio passato fatto di tristi ricordi ed alla delusione di una guerra perduta, con ignominia, nonché ad una Patria che, secondo lui, si era prostituita al vincitore. Non s’era reso conto che certi “rospi imbottiti di sterco”, una volta ingoiati, non ti lasciano più ed entrati nel sangue ti avvelenano l’esistenza. Questo signore, divenendo anziano, aveva somatizzato i propri problemi trasferendoli in un manoscritto monumentale di memorie alle quali aveva dedicato vent’anni del proprio tempo… forse un ventennio infelice anche quello.
Leggendo quelle pagine si aveva un’idea stravolta della realtà e spesse volte il lettore poteva chiedersi se l’estensore di quei testi fosse in sé oppure se qualche rotellina gli fosse uscita dagli ingranaggi. Il tomo poteva essere interessante ma, dopo tanti anni, le cose descritte avevano perduto il sapore dell’attualità e nessuno, quindi, avrebbe comperato quel libro, sempre che fosse giunto alle stampe. Il linguaggio adoperato era quello desueto di tant’anni prima ed i testi andavano totalmente riscritti digitandoli su un supporto informatico ché, diversamente, nessun editore prende in considerazione un “manoscritto”, così come anticamente si faceva.
Di fronte a questa difficoltà aveva pensato di rivolgersi al fratello più giovane che aveva avuto qualche esperienza come giornalista pubblicista e possedeva un computer portatile.
Lo aveva invitato a trasferirsi in Brasile, nella città di Salvador da Bahia, approfittando di un momento di difficoltà economica di questi, in attesa di percepire la sua prima mensilità di pensione, promettendogli mare e monti se lo avesse aiutato nella revisione dei testi delle sue memorie, prendendosi carico dell’editing di ciò che sarebbero divenuti, poi, tre volumi di seicento pagine ognuno.
Il carattere delle persone né l’atteggiamento gestuale, purtroppo, li si possono cambiare specie se impregnati di una certa ideologia politica di estremissima destra. Ogni qualvolta il fratello più giovane gli presentava i nuovi testi corretti, nasceva una discussione seguita da una lite ed infine un diktat: la versione originale non andava cambiata ed il linguaggio, seppur superato dall’evoluzione della moderna idiomatica, doveva essere rispettato esattamente tale e quale era.
Alla fine del secondo anno -in media ne occorreva uno per volume- due libri, su tre, erano stati digitati sul computer del paziente fratello minore ed erano quasi pronti per essere affidati ad un amico editore. La stampa del primo sarebbe avvenuta solamente previo pagamento di tutti i costi, visto che un tentativo con altre due case editrici non era andato a buon fine e l’amico editore non riteneva di dover investire nulla di suo su quei libri.
La cosa venne tuttavia congelata a causa di un’improvvisa malattia di Fidenzio e Vincenzo, lasciata la veste di revisore e digitatore di testi sul computer, dovette improvvisarsi badante tutto fare ed anche infermiere. Ebbe inizio, così, un calvario ed una convivenza difficile quanto penosa per ambedue. La fine di questo patimento reciproco avvenne con il decesso di Fidenzio e la partenza di Vincenzo trasferitosi nello Stato di São Paulo e, successivamente, in quello di Paraná.