E il vecchio frugava nel portafoglio, e porgeva il foglietto liso a Bruno perché fosse assolutamente testimone del passato “secondo natura” di quel figlio ora degenere. Chiara sporse il capo oltre la tenda che separava il soggiorno dal corridoio con le camere da letto, forse per dire che aveva pensato fosse meglio mettere a letto i bambini, visto che l’appetito ormai era perso per entrambi. Fu appena in tempo per assistere alla scena madre di suo marito.
Quasi aggredì Bruno per togliergli di mano la letterina, l’appallottolò e la buttò nel piatto bisunto di suo padre:
“Riportatela via! Ritornatene a Villa Aurora e lasciami in pace. Lascia in pace me, mia moglie, i miei figli! Ora sai che diventerò come te… Non ho più un lavoro, presto non avrò neanche più questa casa!”
“Adesso basta, Alfio. Vieni di là, coraggio…”, gli si avvicinò la moglie, tentando di prenderlo con le buone come faceva sempre durante i suoi attacchi nevrotici.
“Lasciami anche tu! Lo sai come andrà a finire. In qualche modo lui avrà saputo del lavoro, dell’invito del Forti, dell’esito della cena da cui dipendeva il nostro futuro… Ed è arrivato soltanto per rovinare tutto… per mandarmi sul lastrico, e goderne…”
Dopo aver tentato invano di sottrarsi all’abbraccio protettivo di Chiara, Alfio chinò il capo sulla sua spalla e si liberò con un pianto sommesso, singhiozzante, al limite dell’infantile. Lucio lo guardava assente, ormai tornato nel suo mondo distante e immune alle peripezie emotive dei più giovani:
“Non pensavo fosse così difficile. Forse è davvero troppo tardi.”
Con quest’unico commento si decise ad alzarsi e ad allontanarsi lentamente verso l’ingresso. Bruno lo seguì con lo sguardo, forse tentato di raggiungere l’uscita assieme a lui per sottrarsi alla scena patetica, ma fu trattenuto da Cinzia che non riusciva più a tener buona la piccola:
“Si è spaventata, poverina. Senti, è stata una serata davvero piacevole. Certo, finita un po’ tristemente, ma..”
Parlava più a suo marito che agli altri due, ormai collassati l’uno sull’altro, e si capiva che cercava soltanto un pretesto per svignarsela da casa Ferrara nel modo più dignitoso possibile, senza umiliare nessuno. Certo, dopo quell’esperienza il barbecue pacchiano a casa dei Quintavalle le sarebbe sembrato il più chic dei ricevimenti.
“Alfio, suvvia. Non c’è ragione…”, provò a schiarirsi la voce anche Bruno, gli occhi un po’ alle spalle tremanti del collega, un po’ alla moglie che girava in tondo per cullare la bambina innervosita.
Quando il padrone di casa si riscosse, gli occhi rossi e annebbiati di lacrime e le labbra all’ingiù come quelle dei bambini incapricciati, non trovò che da scusarsi per l’imprevista perdita di controllo. Riacquistò qualche sembianza di lucidità solo quando guardandosi intorno ebbe realizzato che suo padre aveva tolto il disturbo:
“Mi spiace. È tutta la sera che mi ripeto che tutto avrebbe dovuto andare per il meglio. E quando… e quando poi meno te lo aspetti…”
“Te lo ripeto, Alfio. Non è successo nulla! Se è per quell’intoppo sul lavoro che sei così stressato, ti prometto che farò di tutto perché si aggiusti, ok? Non star qui a preoccupartene. Soprattutto, non far spaventare tua moglie o i bambini. Sono dei bravi ragazzi…”
Cinzia sbuffò discretamente, al vedere suo marito che ormai aveva preso il posto della padrona di casa: a volte le riusciva insopportabile l’atteggiamento goliardico di lui, ma a paragone del suo lato sentimentale avrebbe preferito mille volte il primo.
“Oh, grazie. Grazie. Non sai che peso mi togli dal cuore. Sapevo che eri un uomo d’onore, sai? Ho una famiglia sulle spalle… e la casa… I vecchi non sanno quando è ora di togliersi di mezzo… Credeva che il mio destino fosse rinchiudermi in qualche ospizio, già alla mia età, lì dov’è finito lui…”
Chiara scrollò le spalle e con un eloquente mossa delle sopracciglia fece segno a Bruno di portar pazienza, che presto quel patetico sfogo di nervi si sarebbe risolto in una bolla di sapone. Ci volle un po’ più del previsto, ma alla fine si ritrovarono tutti e quattro attorno alla tavola imbandita, davanti a quattro piattini di dessert (“buonissimo, complimenti alla cuoca”), usciti allora dal frigo dove avevano atteso fin quasi alla mezzanotte.
Ripristinata ormai la sua decorosa facciata di piccolo borghese, Alfio Ferrara riuscì a risultare persino gradevole nel suo ciclopico tentativo di risollevare il morale della serata. Strappò ai Forti la promessa di passare con loro le prossime vacanze estive in qualche verdeggiante agriturismo toscano, e volle stringere per ben due volte la mano al collega a suggello della loro consolidata, imperitura amicizia:
“Non è perché io non creda che tu quel posto lo meriti più di me, lo sai.”, lo congedò commosso di nuovo fino alle lacrime, sul pianerottolo del condominio. “Forse avrei fatto bene a licenziarmi io stesso, ma in queste condizioni… Mi capirai…”
“Ma certo, ma certo. Ci si aiuta per quel che si può… A che servono gli amici? Fatti forza… Sul serio, non c’è ragione di star così apprensivi…”, si sgolava Bruno nel tentativo di sfilare la mano da quella appiccicosa, un po’ convulsa dell’altro.
La serata di Alfio Forti terminò con due tazze di camomilla e le continue rassicurazioni della moglie che andava e veniva dalla cucina per sparecchiare.
“Chi si immaginava che fosse una così brava persona? Mi è sopra di un buon palmo, Chiara. Di sicuro avrebbe meritato lui la promozione a responsabile del settore Previdenza e Vita.”
“E chi ha detto che tu non hai la tua parte di merito? Forse Bruno l’aveva già capito prima ancora di arrivare a cena…”, tentava di rassicurarlo l’altra, per nulla convinta.
“Ti dico io chi ha fatto da ago della bilancia. Perlomeno il vecchio ha avuto una parte nella riuscita della cena. Forti si sarà reso conto che con uno così per padre, non sarà stato facile per me far carriera per così tanti anni alla LIFAXA.”
“Non essere troppo severo con lui, Alfio.”
Lui posò la tazza sul piattino rumorosamente, poi si rilassò sullo schienale della seggiola con uno sbadiglio:
“Domani passerò a Villa Aurora, e mi consulterò col personale per farlo sedare. Perlomeno non ci sarà pericolo che scappi via ancora.”
Sua moglie scosse il capo e si allontanò con la tovaglia macchiata di cioccolato e sugo di limone, temendo che qualsiasi tentativo di discussione avrebbe riacceso i nervi già provati della sua metà. Rientrò poco dopo per avvisarlo che sarebbe passata a controllare i bambini che intanto avevano ripreso a far baccano in cameretta, e lo lasciò solo di fronte alla sua tazza vuota.
“La porto io di là. Tu va a letto, è già tardi!”, le gridò dietro Alfio, ormai tornato di buonumore.
Chi avrebbe mai immaginato che dopo una simile tempesta sarebbe ritornato il sereno? Soltanto un’ora prima incombevano su di lui il fallimento economico e professionale, il rimorso per aver rinchiuso senza ragione apparente suo padre e averne fatto un demente, la matematica certezza che sarebbe stato necessario serrare entrambe le mani attorno alla gola di quello sbruffone di Bruno Forti per fargli capire chi avesse più diritto a quella promozione… E invece adesso!
Si permise il lusso di fischiettare mentre entrava in cucina dalla sala da pranzo. Posò le due tazze, si accorse che la portafinestra che dava sul balcone era aperta: fece scattare la serratura e in quell’attimo andò via la luce.
“Tesoro? Chi…”
Un getto d’alcol lo colpì in pieno viso, finendo poi per inzuppargli camicia e calzoni in una colata come di lava e zolfo. Gridò mentre gli occhi gli andavano a fuoco, in un disperato tentativo di orientarsi verso il lavello.
“Ero venuto perché ti ravvedessi, per darti la possibilità di farmi capire, di non costringermi a fartela pagare.”
“Tu! Che cazzo…?”, Alfio interruppe infine le grida, completamente accecato, dal lavello in cui aveva infilato tutta la testa.
“Non comprendi ancora? Tutti questi anni a cercare un senso nell’umiliazione, nella solitudine, nella coscienza di essere stato ingannato dal tuo unico figlio…”
Lucio Ferrara stava in piedi, immobile, a osservare l’altro che gemeva continuando a gettarsi acqua fredda sulle palpebre infiammate. Aveva avuto l’accortezza di bloccare la porta della cucina con lo schienale di una sedia: forse a quell’ora Chiara doveva essere sotto la doccia, chissà…
“Vattene via!”
“Non sono mai andato via. Sono stato nascosto di là, al buio, aspettando che restassi solo.”
“Che cosa vuoi da me? Chiara!”
Era una fortuna che suo figlio fosse così impegnato a lanciarsi acqua su viso e collo: questo dava agio a Ferrara senior di imbrattargli i vestiti con altro alcol. Qualcuno picchiava alla porta della cucina: doveva sbrigarsi. Al tenue chiarore dei lampioni in strada, vuotò l’intera bottiglia di liquido infiammabile, poi si diresse ai fornelli con la letterina che aveva mostrato in pubblico durante la cena:
“Sai cosa pensavo? Che Black aveva ragione. Una sera durante uno dei nostri colloqui mi disse che i figli ci appartengono fino all’adolescenza. Poi diventano estranei; se non è più l’interesse a tenerceli legati, si mutano in mostri. Si fanno viscidi e schifosi come vermi, e quando non sono costretti a sopportarci ci odiano. Ci umiliano, ci cancellano e se possibile ci uccidono.”
Bruciò lentamente i bordi della letterina ingiallita sulla fiamma del gas, poi avanzò verso il figlio ancora chino sul lavello.
“Maledizione, Chiara! Va’ a prendere l’auto! Non ci vedo! Chiara!”, si sgolava lui, sbracciandosi nel tentativo di afferrare qualsiasi tovagliolo o strofinaccio a portata di mano. Forse neppure aveva sentito l’ultimo discorso di suo padre, forse si era già dimenticato ancora una volta della sua presenza.
“In questo mondo di merda, è pur sempre vero che sono venuto io, prima di te”, concluse il signor Ferrara, prima di lanciare la letterina incendiata sui vestiti zuppi di alcol del figlio. Solo allora si accorse che, spiaccicata mani e volto ai vetri della portafinestra, Chiara osservava straziata e incredula la scena: suo marito mutatosi in una torcia umana, il vecchio che aggirava l’isola al centro della cucina per ripararsi dai goffi movimenti dell’uomo urlante, agonizzante, chinatosi sulle ginocchia in un disperato tentativo di sfuggire al suo stesso corpo.
Un assordante rumore di vetri infranti invase la cucina illuminata da rosse lingue di fuoco: il vaso di terracotta schizzò terra e detriti sulla giacca di Lucio Ferrara che trafficava, spalle al muro, con un vecchio cellulare di cui appena conosceva i comandi. Chiara poté fare ben poco sul corpo ormai rantolante del marito, visto che aveva il polso gravemente ferito per aver tentato di aprire la finestra dall’esterno, attraverso la lastra frantumata. Piangeva gettandogli addosso secchiate d’acqua con una pentola d’alluminio, ma Alfio non rispondeva più, il volto ridotto a un ammasso di piaghe e bolle.
Dal suo angolo riparato, il vecchio era riuscito finalmente ad inviare il primo sms della sua vita: COMPIUTO.