Continuò a borbottare e a minacciare, il mezzo sorriso sconsolato stampato sul volto, anche quando ebbe raggiunto la porta spalancata: lì accanto un vecchio barbuto lo fissava come distante anni luce. Strano a dirsi, gli occhi neri come la pece, pur semisepolti tra le grinze delle palpebre, gli ricordavano quelli di Paolo, e i suoi stessi.
“Tu…”
“Buona Pasqua, Alfio.”
“Buona Pasqua…”, ripeté senza intenzione, come per capacitarsi: primo, che era il giorno di Pasqua (e chi se ne importava, lui non frequentava la Chiesa da decenni), e secondo che quello di fronte a lui era suo padre, l’uomo che meno si sarebbe aspettato di trovarsi davanti in una sera come quella.
“Spero di non disturbarti…”
“Che ci fai qui? Quelli della casa di riposo…”
“Non ci sono mica rinchiuso. I giorni festivi abbiamo il permesso di rientrare fino alle undici, e così ho preso un taxi… Non ricordavo bene dove abitassi, sai? Dopo che hai cambiato casa e ti sei sposato… Non mi avevi detto l’indirizzo…”
“Cosa sei venuto a fare?”
“Ma…”
Alfio si rese conto che con la barba grigia, i pochi capelli ammaccati sotto la coppola e lo sguardo come ipnotizzato da secoli, quel vecchio si stava trasformando un pericoloso catalizzatore d’odio. Suo padre era venuto a rovinargli la vita, così come gliel’aveva rovinata mettendolo al mondo incapace tale e quale a lui stesso da giovane… Una catena di falliti, quella dei Ferrara.
“Ti riaccompagno subito. Mi dispiace, avresti dovuto avvisare. Non è la serata giusta.”, decise di botto, quasi congratulandosi con se stesso per aver ritrovato la lucidità al momento giusto.
Il vecchio restò con un piede sul tappeto d’ingresso e un altro sulla moquette: ora quegli occhi perduti in un altro mondo fissavano un punto alle spalle di Alfio, un gigante sorridente che era sopraggiunto a ficcanasare proprio mentre quell’ennesimo intoppo della sorte stava per essere neutralizzato con una mossa strategica.
“È tuo padre? Scusami, il bambino mi aveva detto di aver appena conosciuto suo nonno per la prima volta in vita sua…”
“Oh, non era giorno di visita. Lui… è solo passato per un saluto.”
“Andiamo, lo lasceresti andare quando di là è stato appena servito l’arrosto? Non mi sembra vada di fretta, o mi sbaglio?”
Ora Bruno forti squadrava con insistenza l’ospite inaspettato, come catturato a sua volta dall’alone di spaesamento che emanava quell’elemento “sovversivo” della rassicurante, monotona famiglia Ferrara.
Alfio scuoteva il capo, rosso quasi al limite del collasso, mentre il collega si impadroniva del cappotto liso del vecchio e si soffermava a esaminare un pacco oblungo che stava incastrato in una tasca interna.
“Un regalo? Oh, già. È Pasqua.”
“Per i nipotini, nulla di che. Ma se non sono desiderato…”, trovò infine da dire Ferrara senior, stavolta rivolgendosi a suo figlio con tutta la melanconica delusione della circostanza.
“Perfetto. Ma sì, se la metti così.”, sibilò tra i denti Alfio.
Ormai era andata: la cena che aveva faticato così tanto a organizzare, quella a cui aveva affidato il futuro suo e della sua famiglia, si frantumava sotto i suoi occhi come un puzzle appena finito, scivolato incidentalmente tra le braci accese di un camino.
Chiara Ferrara rimase sbigottita almeno quanto il marito, ferma alla soglia della cucina con entrambe le mani a reggere le portate, di fronte al suocero in gilet e camicia dal colletto ampio, anni Settanta.
“Papà…”
“È il nonno, è il nonno davvero!”, trionfò Matteo che aveva vinto la scommessa, accanto al fratello dall’aria spaurita.
“Perché lo chiami papà? Non lo hai mai chiamato papà. Non sapevi neppure che faccia avesse!”, scoppiò Alfio, prendendo di peso una sedia di quelle spaiate all’angolo libreria e ficcandola di prepotenza tra quella sua e di sua moglie.
“Ho visto tante foto… E poi, la somiglianza.”, balbettò la moglie, uscendo finalmente dalla sua posa sbigottita e avvicinandosi al tavolo per posare i piatti. Cercò col suo lo sguardo di Bruno, quasi a scusarsi per l’ultima sfuriata del marito.
“Ma che sarà mai! Il paparino che fa un’improvvisata a cena! Più si è, meglio è! Ma prego, prego. Si accomodi.”
Trasportato dalla cortesia giocosa dell’ospite, lo stesso Ferrara senior lasciò scivolare la maschera imbarazzata con cui era piombato a casa del figlio, e porse la mano a tutti i presenti. Si spinse fino a dare un pizzicotto alle guance rosate del piccolo di casa, che si ritrasse terrorizzato massaggiandosi per il dolore.
“Dio come siete grandi. E io che neppure vi ho visti nascere.”
“Oh Dio mio, e come mai? Vive forse lontano? Che peccato. Seguirli nei primi anni di vita è l’essenziale… È la cosa più bella.”, aggiunse di suo Cinzia, che sconvolta al solo pensiero di quella privazione allungò un braccio a carezzare Lia.
“Comunque siano andate le cose”, interruppe Bruno, forse per un improvviso rigurgito di compassione verso gli attori di quella piccola commedia familiare, “ormai eccoli qui tutti riuniti, i Ferrara. Allora, tutti a tavola!”
L’unico Ferrara apparentemente di buonumore, oltre ad Alfio che schiumava rabbia, Chiara corrucciata col marito, Paolo che fissava il nonno come fosse un mostro venuto da Marte, era proprio il vecchio. Addentò di gusto la sua bistecca, salvo risputare nel piatto il boccone tutto d’un pezzo perché si era reso conto che “con la dentiera è difficile sminuzzare”.
“Eppure la carne è così tenera.”, si affrettò a puntualizzare Cinzia, poi sussurrando premurosa alla padrona di casa: “Forse dovresti fargliela tu a pezzettini.”
“Faccio io”, s’intromise Alfio, strappando letteralmente le posate dalle mani del padre. “Anche se a quest’ora a Villa Aurora dovreste aver cenato da un pezzo.”
“Oh, per quello che servono. Le solite porcate.”
Bruno scoppiò in una delle sue risate contagiose: Matteo lo imitò con la stessa cadenza scoppiettante.
“Hai sentito il papà? Non sbaglia mica a presentarsi a casa a scroccare cene!”
“Bruno…!”, giunse il richiamo orgoglioso di Cinzia.
La conversazione fu presto avviata sull’argomento che meno premeva di affrontare al padrone di casa. Qual era il nome di battesimo di Ferrara senior? Lucio. Da quanto tempo viveva in una casa di riposo? Oh, da quando aveva lasciato la casa di famiglia alla prima moglie di Alfio. Davvero non aveva ricevuto mai visite in più di dieci anni a Villa Aurora? Mica vero, un paio di volte suo figlio era venuto per fargli firmare qualche contratto di rogito su certi piccoli passaggi di proprietà immobiliare…
Più generiche erano le domande degli ospiti al vecchio Ferrara, più questi sembrava prendere gusto nell’aggiungere sinistri particolari alla natura del rapporto col suo unigenito.
“…E così ho pensato di fargli un’improvvisata. Il giorno di Pasqua, augurandomi di trovarli proprio così, tutti insieme. Davvero una bella famiglia”, concluse il signor Lucio, sospirando sulla carne lasciata a metà e soffermandosi con un certo orgoglio su tutti i commensali, ospiti compresi.
“Che bella occasione, certo. E proprio a Pasqua, poi.”, Cinzia ripeté la prima banalità che le venne in mente, imboccando la figlia che aveva ripreso a fare i capricci.
“Io sono dell’idea che si farebbe sempre meglio ad avvisare, prima di mettersi in viaggio, da soli, dopo tanto tempo che non si è autonomi.”, sibilò Alfio, ricoprendo d’insalata il boccone masticato nel piatto del padre.
Chiara, che ancora non aveva mandato giù il rimprovero gratuito del marito a proposito della parola “papà”, colse la palla al balzo per prendere le difese del suocero:
“Se è arrivato sano e salvo fin qui, mi sembra che autonomo lo sia. E poi ad aspettare che lo si andasse a trovare… Per me è stata un’idea carina.”
“Un’idea carina. Ah sì?”
“Esatto. Carina.”
Di colpo tutte le altre discussioni cessarono, il contorno di patate sembrò raggelarsi nelle due pirofile a bordo tavola.
“Beh, suppongo che sia al corrente della carriera di suo figlio alla LIFAXA. È una delle più grandi compagnie assicurative del Centro Italia, sa?”, approfittò Bruno, nel malaccorto tentativo di smorzare la tensione.
“Lo apprendo da lei adesso, signore.”
“Bruno, per carità!”
“Beh, grazie dell’informazione, Bruno”, gioì Ferrara senior, passando poi i successivi, interminabili dieci secondi a infilzare con la forchetta tre foglie di insalata.
Alfio si decise a riprendere quando già la conversazione moriva di nuovo, senza staccare gli occhi dal piatto: “Avevi portato qualcosa per i bambini? Andranno a letto tra un po’.”
“Giusto. Oh, non è nulla. Una sciocchezza perché il nonno non gli stia troppo antipatico…”
Lucio Ferrara scoprì la dentiera usurata mentre si frugava un po’ impacciato nelle tasche dei calzoni. Improvvisamente interessati, Matteo e Paolo sporsero i colli come struzzi dall’altro lato della tavola.
“Qualche caramella, un paio di cioccolatini.”
Lasciò cadere cinque o sei sfere ammaccate avvolte nella carta stagnola, ovetti di zucchero e cacao come da qualche tempo non se ne vedevano più in giro. Chiara cercò perplessa lo sguardo del marito, ma questi pareva ostinato a tagliare i resti della sua fettina di carne. La salsa di limone aveva formato un ammasso gelatinoso che strabordava sulla tovaglia, e lui pareva provar gusto a macchiare quel che restava dell’onore di casa.
“Possiamo, mamma?”
“Ok, ma non mangiateli tutti.”
Matteo e Paolo litigarono immediatamente per impossessarsi dell’ovetto dispari, mentre già uno dopo l’altro, sotto la tovaglia, venivano scartati e saggiati nella loro forma molliccia, già quasi sciolta nelle tasche del nonno.
“Uh, che schifo!”, sputò Matteo il suo primo dolciume, dritto nel piatto di patatine.
Paolo sobbalzò dalla sedia e indicò alla madre sbigottita un minuscolo, bianco verme che si allontanava smarrito sul bordo di ceramica.
“Ci sono i mostri dentro! I mooostriii!”, cominciò immediatamente a piagnucolare, liberandosi le mani dei suoi ovetti maledetti. Intanto il fratello si era liberato la bocca e procedeva a sputare a più non posso nel piatto immondo.
“Bevi un po’ d’acqua, tesoro. Non ingoiare… va’ in bagno, forza”, intervenne infine Chiara, resasi conto dell’emergenza. Nel frattempo anche la loro ospite, in stato imbarazzante e fin troppo sensibile a episodi che potessero scatenarle un attacco di nausea, si era alzata per raggiungere in fretta e furia la cucina.
“Amore…”, tentò di andarle dietro Bruno, esterrefatto.
Lucio Ferrara era rimasto a fissare gli ovetti liberi dalla stagnola sulla tovaglia, i pochi che erano sopravvissuti alla furiosa spartizione dei nipoti. Vermi rapaci e informi come larve di mosca ne uscivano strisciando, faticando e sbavando per fermarsi dopo soltanto un paio di centimetri.
“Era questo il tuo piano, allora. Volevi soltanto mandare a monte la serata. Hai voluto rovinare in una sola ora quello che non sei riuscito a calpestare negli ultimi dieci anni!”, cominciò Alfio, prima sibilando e soffocando nell’ira, poi sempre più forte, al punto che il suo collega tornò imbarazzato dalla cucina per tentare di calmarlo.
“Dai che non è nulla. Col casino che c’è in sede in queste ultime settimane, può capitare di essere nervosi.”
“Non è per te!”, gli rispose immediatamente l’altro, alzandosi e puntando il dito verso quello che pareva essere diventato il depositario di tutta la sua frustrazione: “È lui! È lui che è una maledizione per me e per la mia vita! Mi vuol vedere sul lastrico, fallito! Lui…”
Bruno, indeciso sul da farsi, si avvicinò per tenergli il braccio che vibrava ancora nel suo clamoroso gesto d’accusa:
“Ehi, ehi… Erano solo cioccolatini andati a male. Sono sicuro che tuo padre non voleva capitasse proprio stasera.”
“Non lo sapevo. Dovevano essere nella biscottiera da qualche anno. Il fatto è che a villa Aurora non vengono mai bambini che possano mangiarne…”, si era finalmente deciso a intervenire anche Ferrara senior, l’unico rimasto a posto dopo che anche il più piccolo di famiglia se l’era squagliata dietro alla mamma.
“Tu, tu sapevi!”, s’assopì lo sfogo d’ira di Alfio, ormai come sfiancato dal contatto sicuro e super partes di Bruno. “Mi hai gettato nel ridicolo…”
“Questa è sempre stata una tua dote. Quella di renderti ridicolo con le tue stesse mani, quando mai nessuno neppure l’avrebbe pensato.”
Persino Bruno Forti fissò incuriosito il vecchio seduto, sentendolo per la prima volta partecipe del mondo che lo circondava, dell’innegabile tragedia in atto, fuori dall’ovattato mondo di demenza senile da cui pareva essere avviluppato.
“Tuo padre non ha tutti i torti”, afferrò la palla al balzo, nel disperato tentativo di scongiurare un'altra crisi di rabbia. “Hai esagerato la situazione, amico mio. Il tuo vecchio voleva soltanto fare un regalo…”
Era finalmente rientrata anche Cinzia, un po’ pallida ma serena, a rassicurare tutti sul suo stomaco. Si chinò su Lia miracolosamente calmatasi, forse per effetto delle urla che con lei non c’entravano affatto, e altrettanto placidamente fece segno al marito di liberarsi di quelle palline immonde che erano rimaste a sfrigolare di vermi sulla tovaglia.
“Ero venuto soltanto per rivedere te e la tua bella famiglia. Mi sarebbe piaciuto tornare indietro, darti un’altra possibilità di riparare al tuo egoismo…”, continuava intanto il vecchio Ferrara, ormai un fiume in piena di vittimismo e autocompatimento. Arrivò ad asciugarsi una lacrima, cercando pietà negli occhi di Cinzia che già gli faceva segni affermativi, con Lia in braccio.
“E la letterina, la letterina che mi scrivesti per la festa del papà; avrai avuto otto o nove anni. La conservo sempre, sai? Qui con me, nel portafoglio. Ci sono tante paroline d’affetto, parole che poi non mi dicesti più, da grande…”