Capitolo 2
BLACKJOHNNY: Sai che lo farai. Lo devi a te stesso, all’uomo che sei stato e che tornerai ad essere.
UTENTE4988: È troppo tardi, amico mio.
BLACKJOHNNY: Io credo in te. So che di te parleranno ancora, che il mondo ritroverà il Ferrara di un tempo.
UTENTE4988: Mi accontenterei che lo facesse la mia famiglia.
BLACKJOHNNY: Lo farà, puoi starne certo. Ti vedrà per la prima volta come non ha mai fatto in tutti questi anni.
UTENTE4988: E la vita…
BLACKJOHNNY: La vita ricomincerà daccapo, più bella di prima.
UTENTE4988: Credi che sia uno stupido?
BLACKJOHNNY: La vita vera è quella che dimostri a te stesso! Non c’entrano nulla il passato, tutti questi anni.
UTENTE4988: Tutti questi anni…
BLACKJOHNNY: Non esistono. Ci siete solo tu, e l’umiliazione che lui ti ha costretto a subire. Tutta la polvere che hai mangiato a causa sua.
UTENTE4988: È un padre di famiglia, Black.
BLACKJOHNNY: E allora, non lo sei anche tu? Hai abbastanza esperienza per rendertene conto: il mondo è un acquario di squali. Vince chi per primo sbrana tutti gli altri.
UTENTE4988: Senza pietà per nessuno…
BLACKJOHNNY: Loro non ne hanno mai avuto per te. Mai.
UTENTE4988: Sapessi quanto veleno ho ingoiato…
BLACKJOHNNY: Stavolta sarà lui a farlo. Oh, e non si riprenderà più, puoi starne certo.
UTENTE4988: E se proprio per questo… passassi io dalla parte del torto? Io che fino ad adesso ho sempre fatto attenzione a non scontentare nessuno?
BLACKJOHNNY: Tu SEI dalla parte del torto. Per lui lo sei sempre stato. Per lui dovresti semplicemente scomparire, affossarti, morire una buona volta.
UTENTE4988: Tu lo sai che non me lo merito, Black!
BLACKJOHNNY: Allora fallo. Fagli provare cosa significa essere un debole, essere spazzato via da chi meno ti saresti aspettato. Digli in faccia che sei vivo, che esisti, che questo mondo sarà di merda ma in tutta questa merda tu vieni prima di lui. Uccidilo con le tue stesse mani, fagli mangiare tutto lo schifo che finora ti ha gettato addosso con la sua indifferenza, la sua mancanza di rispetto e di onestà.
UTENTE4988: Troverò la forza? Sono tanto cambiato, questi anni mi hanno rammollito. E quando lo guarderò negli occhi in quell’istante…
BLACKJOHNNY: Troverai la forza, perché è nell’odio che ti è cresciuto dentro a causa sua.
UTENTE4988: Di fronte a tutti?
BLACKJOHNNY: Di fronte a tutti. Prima di mezzanotte. Ricorda.
UTENTE4988: Ok.
***
Foligno (PG), 18 aprile
Mancava appena un’ora alle otto, ma sapeva che i minuti sarebbero trascorsi lunghi come giorni. Finalmente era riuscito ad averlo a casa, nel suo regno, a cena con sua moglie e i suoi due bambini, Matteo e Paolo, di undici e nove anni. Anche l’altro aveva moglie: bellissima, a detta dei colleghi in comune. E poi una figlia di meno di un anno, che avrebbe accompagnato la giovane coppia in carriera. Belli, ricchi, in corsa per ascendere ai vertici della compagnia di assicurazioni in cui lui aveva gettato il sangue per gli ultimi dieci anni, e da cui rischiava di essere cacciato a pedate nel culo da una settimana all’altra. Il suo rendimento lasciava a desiderare, ma siccome questo non rientrava per legge tra i giusti motivi di licenziamento, il comitato di direzione aveva fatto recapitare a ciascun impiegato delle aree Sinistri, Previdenza e Retail delle missive coi nuovi progetti di ridimensionamento dell’azienda.
La direzione dell’area che lui conosceva a menadito, quella destinata alla stipula di polizze sulla vita, sarebbe stata affidata non a chi vi navigava da esperto, pur con alti e bassi, da tanto tempo che ormai conosceva ciascuno dei suoi superiori, dai sub-agenti agli addetti al front office. A meritare la direzione era chi aveva impressionato più favorevolmente il comitato… magari chi, come Bruno Forti, era imparentato con qualcuno delle alte sfere e sarebbe subentrato a soffiargli la promozione a un passo dal coronamento della sua vita da mediocre agente di provincia. Il rendiconto annuale di ciascuno dei dipendenti della LIFAXA di Pescara lo annoverava agli ultimi posti: era stato uno shock, soprattutto quando, nel mezzo del ciclone licenziamenti che sconvolgeva il mondo del lavoro a causa della crisi, aveva ben poche speranze di salvarsi dall’incubo liquidazione.
Bruno Forti non sarebbe mai stato licenziato: lui alla LIFAXA ci era entrato da “figlio di” solo un anno prima. Non era particolarmente in gamba, non aveva mai brillato come sbandieravano i colleghi venduti, il numero di polizze sottoscritte non superava neppure le pratiche che lui, Alfio Ferrara, aveva concluso dopo i primi dieci mesi di assunzione. Perché, allora? Perché proprio a lui?
Dalla poltrona del soggiorno, di fronte alla pendola che sembrava sciogliersi sotto il peso delle lancette, Alfio contava i rintocchi dei secondi. Le sette e dieci, no… e undici. Sentiva i figli che facevano casino nell’altra stanza: avrebbe avuto voglia di sgridarli fino a terrorizzarli, per sfogare almeno parte dello stress che gli serrava i polmoni. Poi ci ripensò: sarebbe stato da codardo. Certo, Bruno davanti alla moglie avrebbe potuto rivelarsi un bonaccione, uno che dopotutto aveva a cuore il destino professionale di un buon lavoratore come lui, con due figli a carico. Se avesse rinunciato alla promozione a direttore di Previdenza e Vita, Alfio sapeva che lui sarebbe stato il prossimo in lizza. Ancor più naturale sarebbe stata la promozione se il collega ci avesse messo una buona parola: era anche lui un padre di famiglia! Correva voce che sua moglie Cinzia fosse incinta: avrebbe insistito anche lei, quando si fosse accorta dell’accorata situazione familiare del padrone di casa.
Sospirò, voltandosi verso la moglie che era appena entrata nella stanza.
“Di là è tutto pronto. Mi sa che darò un’ultima scaldata all’arrosto prima di metterlo in pirofila.”
Era calma, troppo per i suoi gusti. Non si rendeva conto che da quella cena sarebbe dipeso il futuro dell’intera famiglia? Il suo conto in banca era quasi in rosso, non era riuscito a concludere nessun grosso affare negli ultimi dieci mesi, a lavoro si sentiva perseguitato dalla compassione di colleghi e superiori.
“Perderemo tutto. Saremo costretti a vendere la casa.”
“Alfio…”
“Non mi dispiace per me. Me lo merito. Ma tu, i bambini.”
“Alfio, non è successo niente. Non ti licenzieranno.”
“Ne hanno già fatti fuori sei questo mese.”
“Giovani senza esperienza, appena assunti e che non sapevano neppure farsi il nodo alla cravatta.”
“Brillanti, però. Giovani e assai più promettenti di me.”
“Ecco, lo stai facendo ancora. Avevi promesso.”
“Cosa?”
Si risvegliò come da un sogno. Chiara l’aveva raggiunto da dietro e ora gli poggiava una mano sulla spalla, stringendo appena:
“Piangi sul latte versato prima ancora di averne fatto cadere una goccia. Quando imparerai a essere meno pessimista?”
“Non sono io ad esserlo! È la vita che fa schifo… è questo schifo di lavoro!”
“Potresti ricominciare tutto daccapo, cambiare vita…”
“Senza un soldo? E con tutti voi sulle spalle?”
La mano si ritrasse; Alfio si rese conto di aver urlato. Anche i bambini tacevano dall’altra parte del muro.
“Scusami. Forse ora… è il momento sbagliato.”
Stette a guardarla mentre si allontanava, senza avere il coraggio di risponderle. L’eventualità di mollare tutto e trovarsi un’altra attività lo tentava parecchio. Ma quale scegliere? Ci aveva messo dieci anni a capire che quella di agente assicurativo era una carriera che non l’avrebbe portato da nessuna parte: era troppo timido coi clienti, troppo insicuro nell’applicare le nuove, aggressive strategie di mercato. Ecco, ora si era ridotto a supplicare un giovane neo impiegato di lasciargli un posto su quella nave di succhiasangue, ingoiando quel che rimaneva della propria dignità di uomo. Oh, ma non era colpa sua: c’è chi nasce per vincere e chi per perdere. Lui perdeva sempre, lui era un fallito…
“Ma non è detto. Quasi quasi gli faccio il culo. Lo scotenno vivo di fronte a quella troia della moglie”, esclamò a voce alta, gli occhi da folle fissi sulla pendola.
“Chi è una troia, papà?”
Quando tornò alla realtà si ritrovò il faccino umido di sudore di Paolo accanto alla poltrona: gli arrivava a stento alla spalla, eppure gli somigliava tanto che a momenti era tentato di fissarlo per un minuto di fila senza capacitarsi di non essere lui quel bimbo ancora escluso dai grandi misteri dell’esistenza.
“Che ti avevo detto sul fatto di arrivare alle spalle senza avvertire? Ti pare questo il modo di presentarti ai nostri ospiti? Fila via a lavarti! Dillo anche a quel perdigiorno di tuo fratello!”
Paolo tremò e scosse appena il mento prima di arretrare spaventato. Corse via, mentre Alfio Ferrara ripiombava nella sua voragine oscura.
Quando suonò il campanello erano tutti e quattro seduti a tavola da dieci minuti, a fissare desolati il pane affettato nel cestino a centro tovaglia. Chiara corse ad aprire dopo un’ultima occhiata allo specchio dell’ingresso: Bruno Forti l’abbracciò calorosamente alla vita quasi prima ancora di dire buonasera. Era un omone di un metro e ottantacinque, con una moglie che, non fosse stata per la vita leggermente ingrossata, si sarebbe detta uscita da una rivista di moda.
“Non avrei mai detto che avessi sposato una donna così splendida!”, rombò col suo vocione allegro, oscurando quasi Cinzia che gli veniva dietro tutta sorrisi e profumo con la figlia Lia tra le braccia.
“Mai quanto la tua. E mi vanto di essere uno dei primi tra i tuoi colleghi ad ammirarla dal vivo”, Alfio non trovò nulla di meglio da dire, esibendosi in un goffo baciamano alla signora Forti, che ebbe qualche difficoltà nel destreggiarsi con la piccola in braccio.
“Ma non il primo, caro mio. Non il primo.”, puntualizzò Forti, lasciando cadere con nonchalance il cappotto sul divano della sala da pranzo e ignorando l’attaccapanni proprio accanto allo specchio. “La settimana scorsa abbiamo passato il pomeriggio a un barbecue organizzato da Quintavalle: ha una piscina niente male, sai?”
“Il Quintavalle di Contabilità?”, si informò Alfio, fingendo noncuranza mentre assegnava a Cinzia il posto più lontano dalla finestra, accanto al seggiolone che era stato di Paolo.
“Lui. Non lo sapevi? Strano, mi avevano informato che avevi disdetto all’ultimo momento.”
“Si saranno scordati di farmi arrivare l’invito”, liquidò Alfio, già impallidito. La cena: doveva badare alla cena e a quella singola serata, senza farsi influenzare dalle ombre oscure che gli arrivavano da Perugia.
“Oh, forse sarà questa maledetta corsa per accaparrarsi le poche scialuppe di salvataggio. Sai, quando la nave imbarca acqua…”
“Ognuno cerca di badare ai propri interessi, si sa.”
Lui invece no. Lui non l’aveva invitato per questo, non si sarebbe mai abbassato a fargli credere… Alfio si morse il labbro inferiore e gettò un’occhiata adirata alla moglie: voleva servire oppure no? Già lo stomaco gli si era chiuso. Questo Forti doveva essere un pezzo grosso, se pure l’Ufficio Contabilità si era scomodato per ingraziarselo. Perché poi quelli del Comitato avevano deciso di assumerlo come semplice agente, invece che affibbiargli una posizione nel reparto amministrazione? Forse per umiliare lui, l’inutile veterano Ferrara?
“Almeno si scroccano cene niente male!”, rideva ora il Forti, ficcandosi in bocca manate di stuzzichini e ignorando i richiami affettuosi della moglie.
“Bruno...!”
“E questi due ometti? Cristo quanto ti somigliano. Soprattutto questo funghetto qui. Quanti anni hai tu?”
Paolo alzò timidamente le mani e mostrò le nove dita. Il padre batté il palmo della mano sulla tovaglia e lo rimproverò aspro:
“Hai la lingua o no? E allora usala!”
Ammutolì persino Bruno, rivolgendo poi il suo sorriso sornione alla padrona di casa che entrava col vassoio dell’insalata.
“Un profumino delizioso. Oltre che affascinante, anche una brava cuoca.”
Chiara annuì rossa di piacere, e chiese all’ospite di aspettare un altro minuto per la portata principale, quasi fosse un piacere personale. Cinzia si alzò facendo tintinnare collane e bracciali, proponendosi assolutamente di aiutarla a portare in tavola i piatti a base di carne.
“Non disturbarti, cara. È già tutto pronto, e poi sono stata seduta finora. Un po’ di movimento aumenta l’appetito.”
“Sei sicura, Chiara? Oh, naturalmente ti do del tu…”
“Ma scherzi?”
In quel momento suonò il campanello. Non aspettavano nessun altro: Alfio rizzò la testa e si preparò a qualche infausto contrattempo. Chi poteva essere a quell’ora, se non un vicino molesto venuto per curiosare nei suoi fallimenti, e rovinare quell’ultima speranza di rimanere a galla? Mentre si alzava in piedi per anticipare Matteo che era già scattato verso la porta, Alfio ebbe le vertigini e si vide già immerso in un mare d’acqua salmastra fino alla gola.
Il bambino tornò dall’ingresso assai più stupito di quando si era visto piombare addosso quel gigante di Forti per una stritolata alla mano.
“È un vecchio. Dice che è il nonno.”
Per la prima volta dall’inizio di quella tormentata serata, ad Alfio scappò un sorriso.
“Il nonno, eh? E tu apri la porta senza neppure riconoscere chi c’è dall’altra parte?”
“Scusa…”
“Va’ di là e resta inchiodato alla sedia fino a che non avranno lasciato tutti la tavola. Giuro che questa è la volta buona che le prendi.”