“Dimmi la verità. È vero che sei scivolato?”
“Scivolato?”
Ora sì che cominciava a far male. Filippo allentò la presa sulla compressa, e accettò l’anti-dolorifico che gli porgeva Emilio, sempre con la stessa espressione di sospettosa inquietudine negli occhi.
“Sì, mi sembra di sì. Te l’ha detto Silvio?”
“Esatto. Un attimo prima eravate lì uno di fronte all’altro che discutevate… poi mi rivolto e ti trovo sul marciapiede spiaccicato come un pesciolino.”
Filippo smorzò le labbra in un sorriso che per metà era una smorfia di sofferenza. Magari il suo nemico giurato aveva avuto una buona idea: quella era una questione tra lui e Silvio Testa. Per nulla al mondo avrebbe voluto coinvolgere il padre nella sua prima “battaglia con la vita”: un Teotini era superiore, avrebbe aspettato di veder fallire gli altri che se lo meritavano, prima di scendere al loro stesso livello.
“Sarò scivolato, allora. Una bella botta.”
“Mi sa di sì. Fa’ attenzione all’occhio. Se dovesse gonfiarsi corri subito da me, ti accompagno in segreteria.”
Filippo ringraziò ancora intontito; si diresse verso la sua classe come in un viaggio nel mondo dei sogni, col corridoio che gli si sbiadiva progressivamente all’angolo dell’occhio sinistro. Sara Rovai l’aspettava fuori dall’aula, guardinga e agitata perché in tremendo ritardo per la lezione della prima ora:
“Allora, tutto ok?”
“Ti manda lui?”, ebbe la prontezza di spirito di chiedere Filippo, ignorando il lampo di dolore che gli martellò la testa.
“Solo per sapere se hai intenzione di dirlo alla prof. Si è spaventato anche lui, sai? Dice che non voleva tirartelo così fotte.”
“Sta’ tranquilla. Non dirò niente.”
La fissò negli occhi cercando di assumere un’espressione da duro, di quelle che venivano così bene a Silvio prima di uno dei suoi atti di prepotenza. Sulle labbra di Sara, velate di rossetto alla ciliegia, passò l’ombra di un sorriso:
“Ok allora. Gli avevo detto che sei uno tosto anche tu.”
“Puoi giurarci.”
L’osservò come a rallentatore, mentre gli voltava le spalle e si avviava in fondo al corridoio verso l’aula di terza liceo: i jeans che le fasciavano le gambe perfette, il top ugualmente attillato in vita. Pareva una modella, e gli aveva appena rivolto la parola per la prima volta in vita sua.
Entrò in classe spedito, a testa alta e a un soffio dall’appello. L’insegnante neppure gli chiese perché fosse in ritardo.
***
“Ce l’ha con te perché è a causa tua che si beccherà l’interrogazione di scienze di domani. E con me perché neanch’io posso salvargli il culo, stavolta.”, mormorò Michele a Teddy Spalletti, in piedi a pantaloni calati sulla pista d’atletica, in degna compagnia dell’altro nelle stesse pietose condizioni.
Teddy si morse il labbro inferiore per evitare che una lacrima in punta di ciglio gli piovesse sullo zigomo. Sapeva che gli allievi del primo anno avevano le aule che davano sulla palestra all’aperto, e probabilmente in quel preciso istante si stavano prendendo gioco di loro. Nella migliore delle ipotesi avrebbero evitato di postare sui social i video girati coi telefonini.
“Lo sai? Io non ho nessun impegno domani.”
“Ma davvero?”, esclamò Michele stridulo, dimenticando ogni discrezione di fronte a Silvio che li teneva d’occhio dall’altro lato della pista.
“L’ho detto perché volevo che la pagasse. Non mi va più di stare al suo gioco.”
“E ti è venuta questa geniale idea prima o dopo di ficcarti la sua cicca in bocca?”
“Almeno gli ho fatto salire su la rabbia. Gli hai visto gli occhi? Sembrava che a momenti li sarebbero spuntati due spilli dalle pupille”, confidò Teddy, lanciandogli uno sguardo obliquo di complicità.
Pur nella situazione assurda in cui si trovavano, Michele non seppe trattenere un ghigno soddisfatto.
“Peccato che abbia pagato anche Filippo.”
“Oh, lui saprà vendicarsi.”
“Sai che ti vedo più ribelle da un po’ di tempo a questa parte?”
“Io e Filippo abbiamo fatto la nostra parte. Ora tocca a te.”
“Ah, è iniziata la rivolta, allora?”
“Puoi giurarlo.”
La voce seccata di Fabio li raggiunse come una doccia d’acqua gelata, assieme a una folata di vento frizzante che fece loro venire la pelle d’oca alle gambe.
“Iniziate a saltare! Un giro completo!”
“Mezzo giro, si era detto…”, si lamentò Teddy, ritrovando per l’occasione la sua vocina acuta da preadolescente.
Silvio aspirò dalla sigaretta un ultimo tiro, prima di restituirla all’amico:
“Un giro intero, e poi flessioni.”
Filippo se li ritrovò davanti in corridoio, poco prima della fine dell’ora di palestra, con quelli di seconda che davano loro il cambio e che li sfidavano a mezza voce in tono canzonatorio:
“Cosce da polli. Avevate caldo al culo, giù in pista?”
Michele si ostinava a guardare fuori dalla finestra, fingendo suprema indifferenza. Teddy fu il primo a correre incontro a Filippo: sapeva che era appena stato nello stanzino-infermeria di Emilio.
“Tutto a posto?”
“Lascia perdere me. Se l’è presa ancora con voi due?”
“Le solite stronzate. Non ci bado più.”
“Ehi!”, gli andò contro Michele, punto sul vivo. “Forse starà bene a te!”
Filippo si intrufolò in mezzo a loro, cingendogli le spalle da un lato e dall’altro per avere la possibilità di sibilargli all’orecchio in un soffio:
“È tutto pronto per lo scherzo.”
Michele sgranò gli occhi e si sottrasse alla stretta al collo che a momenti minacciava di soffocarlo:
“Lo scherzo! E chi ci pensava ormai…”
L’amico li condusse in aula quasi trascinandoli di peso, sulle labbra un’espressione a metà tra il crudele e l’ironico. Proprio sulla soglia, venne loro incontro Martina, una del loro “circolo” di secchioni che recentemente aveva mollato un po’ la presa sullo studio perché infatuata di un ragazzo della cricca di Testa.
“Ma davvero? siamo giunti a tanto?”, bloccò il terzetto gongolante.
“È solo uno scherzetto da nulla a quel prepotente. Tu non t’immischiare.”, iniziò Michele, scivolando dentro e mirando con lo sguardo al banco di Silvio e Fabio.
Filippo prevenne Martina, mettendo le mani avanti come per parare le nuove accuse:
“Io non ho niente a che fare col messaggio alla lavagna, lo giuro.”
“E chi può essere stato, se non voi tre insieme?”
Michele si voltò verso la scritta che campeggiava al centro della tavola appesa, in gessetto rosso, abbastanza grande da essere vista anche dalle ultime file:
NON TORNERAI A CASA VIVO, SILVIO TESTA
“Cazzo. Volevo dire, fico.”
Martina lo aggredì lanciandogli contro il cancellino:
“Vi ho sempre sentito dire che non bisognava scendere a questi livelli! Pensate che lui la smetterà, se si sente minacciato?”
“Se non è stato Filippo…”, provò a inserirsi Teddy, guardando il soffitto come chi non sapesse più che pesci prendere.
“Se non è stato nessuno di voi, fareste comunque meglio a cancellare tutto prima che arrivi.”
Martina si diresse a passo spedito verso il cancellino rimasto accanto al battiscopa. Filippo la prevenne ancora una volta, fulmineo. Prese il cancellino e si piazzò a braccia conserte davanti alla lavagna:
“Io dico che dovremmo farglielo leggere. Se qualcuno ha avuto le palle di lanciargli un avvertimento, non vedo perché dobbiamo mettergli i bastoni tra le ruote.”
“Ma se la prenderà con voi!”
“Se la prenda pure. Vorrei averci pensato io.”
La ragazza sbuffò all’udire le voci degli altri studenti di terza che sciamavano per i corridoi, diretti in aula dopo la fine dei dieci minuti di spacco tra le ore di lezione:
“Io non voglio entrarci. Oh, no.”
Abbandonò l’aula e lasciò il team degli “sfigati” a contemplare quell’opera d’arte dell’intimidazione, rosso su nero.
“E lo scherzo?”, sussurrò Michele, quasi sperando che ormai la loro piccola vendetta privata contro Silvio fosse passata in secondo piano.
“È bello che pronto. Guarda qua.”
Prese una lattina di aranciata dallo zaino, l’aprì e verso il contenuto sul ripiano sotto il banco di Silvio e Fabio. Il filo di carica del cellulare di uno dei due sfrigolò e lanciò scintille, poi tutto tornò immobile.
“Non sarà pericoloso?”, s’informò Teddy, l’occhio ormai alla porta dell’aula che si andava riempiendo di studenti.
Filippo tornò al suo posto appena prima che entrassero le sue vittime:
“Solo una scossetta, niente di che. Qualcosa che possa fargli ricordare questa bella giornata.”
“Sarà. Io penso che è colpa mia se ti ha fatto male…”
Teddy, sedutosi accanto al suo compagno di sventure, gli stava ammirando la ferita alla tempia, quando l’agitazione scoppiata in classe li riportò a Silvio immobile di fronte alla scritta sulla lavagna.
“Se sperano che mi caghi addosso…”, iniziò senza finire, il solito sorrisetto obliquo stampato sulle labbra mentre eliminava la minaccia con una scia del cancellino.
“Non ti pare di fare troppo il tragico, Teotini? È difficile calibrare la forza di un sinistro, quando hai questi bicipiti…”, continuò rivolto a Filippo, passando per raggiungere il suo banco. Filippo credette di intravedere un lampo di insicurezza in quegli occhi sempre così gelidi e asettici, forse per la prima volta da quando era capitato in classe col bulletto più “promettente” del Pascoli.
“Forse un po’ addosso se l’è fatta comunque.”, rifletté ad alta voce, godendosi a occhi bassi quei cinque minuti di popolarità di fronte al resto della classe.
Teddy si voltò indietro, appena in tempo per incrociare l’espressione spaurita di Michele, in attesa del “colpo di scena”:
“Farei meglio a presentarmi domani a scuola, e a offrirmi per l’interrogazione di scienze comunque vada.”
“Sei rincoglionito?”, l’aggredì Filippo, sbattendo il pugno sul banco. Per un momento il rumore secco coprì l’esclamazione seccata di Fabio per l’allagamento del suo sottobanco. Un attimo dopo, balzò all’indietro tenendosi il polso sinistro stretto tra le dita della destra:
“Bastardi! C’è corrente!”
Silvio l’aiutò a sgomberare libri e zaino dalla postazione. Qualcuno si preoccupò di staccare il caricatore dalla presa elettrica (era inopportuno che l’insegnante indagasse su quel particolare, visto che era proibito tenere i cellulari accesi in classe), e in breve mezza classe fu radunata attorno a Fabio che si faceva aria con la mano illesa, come appena scampato a un attacco mortale:
“Questi sono scherzi del cazzo! Avrei potuto restarci folgorato…”
Un paio di risatine fuori luogo smorzarono la tensione; solo Martina restava in piedi, rigida in un angolo, a fulminare Filippo con lo sguardo.
“Lo vedi come si fa? A farli cagare addosso, a non passare ogni singolo giorno della nostra vita come dei perdenti?”, diceva intanto il Teotini al suo dimesso compagno di banco, ancora convinto che quello fosse soltanto un troppo effimero ribaltamento della gerarchia naturale tra prede e predatori.
“Quando sei visto da tutti per quello che dimostri, tanto vale scendere sempre più giù, fino a toccare il fondo.”, sussurrò quasi a se stesso Teddy, guardandosi le unghie ancora macchiate di polvere, dopo che era caduto in pista durante la corsa coi pantaloni calati.
“E questo che cazzo significa?”
“Io non sono come te. Non riuscirei mai a guardarlo negli occhi… come lo guardi tu.”
“Ma fai sul serio? Chi ti ha detto che non mi cago addosso anch’io, quando gli sto di fronte? Mi ha quasi spaccato il cranio, Teddy!”
Si interruppe quando un’ombra si frappose tra la luce che filtrava dalla finestra e il loro banco in prima fila. L’insegnante era già entrata e disponeva le ultime verifiche di geografia economica sulla cattedra.
“Che cazzo credi di dimostrare? Hai avuto il tuo momento di notorietà: adesso siamo pari, no?”
Silvio incombeva sul suo rivale di giornata, a pugni stretti e un lieve pallore che gli faceva più smunto il viso sottile.
“La scossa se l’è beccata il tuo amico. Dovresti essere contento.”, sillabò Filippo indifferente, chissà come adattandosi a quella sua nuova maschera da snob.
“Non hai paura che possa ammaccarti l’altro lato, la prossima volta?”
Gli indicava il lato destro del viso, incurante degli sguardi sospettosi dell’insegnante a pochi metri da loro.
“Durante la convalescenza penserò a come vendicarmi. Stavolta badando a non sbagliare bersaglio.”
Il lampo di un sorriso attraversò il volto del bullo del Pascoli: Teddy, che lo guardava di striscio, si accorse che stavolta non era la smorfia crudele di quando tramava qualche mossa infame nei loro confronti. Era un sorriso più aperto, sincero, quasi di ammirazione.
“Almeno hai cacciato fuori le palle, coglione.”
Tornò al suo banco, dove Fabio sacramentava a mezza voce tra decine di fazzolettini, intento allo stesso tempo a controllare lo stato del suo cellulare.
“Sei in gamba”, Teddy avvalorò il giudizio del Testa, provando a ripetere quel sorriso d’ammirazione sul volto paffuto.
“Magari avrà associato quello scherzo innocente con la minaccia alla lavagna. Sarà stato davvero troppo anche per un pugile come lui…”
Per la prima volta dopo settimane di “terrore” scolastico, Teddy vide l’amico sogghignare. Capì quello che intendeva col rifiutarsi di passare ogni giorno della propria vita come dei perdenti.
“Vorrei essere come te.”, sospirò sul test corretto che la professoressa gli calò sul banco. Il voto non era eccellente, ma neppure sotto la sua solita media.
“Rialzati dal fondo allora. Tenta l’estremo, ma dalla parte opposta.”
L’ora passò più velocemente del solito. Dopo la fine delle lezioni Sara passò come al solito a salutare Silvio all’uscita dall’aula: lui colse l’occasione per presentarle Filippo Teotini, finito chissà come in mezzo a lui e Fabio, come fossero stati amici da sempre:
“Sara, Filippo. Filippo, Sara. La mia ragazza.”
L’angelo dalle mèche bionde scosse il capo, dopo aver scambiato un fulmineo sguardo d’intesa col ragazzo conosciuto già quella mattina.
“Ehi, adesso non esageriamo. Ci stiamo frequentando, tutto qui.”
“Che male c’è a dire che sei la mia ragazza? Non sono abbastanza macho per te?”
Silvio fece un gesto da boxer mirando alla faccia di Filippo, che si scansò finendo quasi per dare una capocciata a Fabio.
“A proposito, sai che il nostro eroe per poco non ci ha fatti secchi, oggi in classe?”, continuò il Testa, vantandosi dello scherzo di Filippo quasi fosse uno dei suoi più riusciti atti di vandalismo.
Teddy e Michele osservarono a lungo il gruppetto di “vincenti” che si allontanava lungo il corridoio, chiacchierando e sghignazzando nella fiumana di studenti. Filippo sembrava ancora un po’ a disagio, intrappolato dall’abbraccio stritolatore di Silvio, ma tutto sommato doveva godersi anche lui quel finale glorioso di una giornata iniziata così sottotono.
“Ma dai. Non ci credo.”, borbottò Michele, già livido d’invidia, non appena furono rimasti soli accanto alla porta.
“Al cambiamento di Silvio?”
“Al fatto che ora faccia tanto l’amico. Secondo me vuole dargli il resto, e ammaccargli l’altra metà della faccia come promesso.”
Teddy si premette gli occhiali sul naso, lo sguardo ancora triste per l’ultima discussione avuta col compagno di banco.
“Forse la sua strategia era quella giusta. Si è conquistato la stima di tutti, dopo che ha avuto il coraggio di affrontarlo…”
“Ti beccheresti anche tu un pugno in faccia per farti accettare da lui?”
“Forse potrei accontentarlo e farmi interrogare al suo posto, domani…”
“Già. Hai capito proprio tutto, genio.”, lo canzonò Michele, scuotendo il capo ironico e allontanandosi dietro quegli altri che già uscivano dal portone.
Teddy riuscì a raggiungere Filippo alle bici: sembrava abbastanza allarmato quando lo trovò solo con Sara accanto all’Honda rosso fiammante del Testa.
“Silvio non è ancora uscito?”, chiese a entrambi, come non sapendo di preciso a chi rivolgersi.
“Sarà al bagno. Ted… lascia perdere. Prenditi un giorno di vacanza, domani.”, gli suggerì Filippo, gli occhi fissi nei suoi, miopi. Sara neppure gli aveva badato: si rinforzava il mascara seduta in coda al sedile del motorino.
“Ok. Voglio solo parlargli.”
Teddy Spalletti trovò Silvio e due dei suoi compagni di classe all’uscita dei bagni del loro piano, proprio mentre il bidello Emilio urlava da tutt’altra direzione che la scuola era finita che avrebbero fatto meglio ad andarsene e a lasciarlo lavorare in santa pace. Fece in tempo a carpire qualche brandello della conversazione del Testa con gli altri due, in merito a un argomento apparentemente abituale tra i maschi alfa della scuola.
“Sicuro che non te la sei già fatta? Secondo me ci sta alla prima.”
“Manca poco. Ormai è cotta a puntino.”
“Secondo me è una puttana. Una che dopo un po’ ti stufa.”
“Ehi, vacci piano. Quella sarà la tua.”
Silvio si scontrò quasi con Teddy che allora varcava la soglia dei gabinetti trattenendo il fiato per la tensione. Con le mani nelle tasche del giubbino, lo zaino troppo gonfio che gli incurvava le spalle e le gote foruncolose sotto gli occhiali, riuscì nello sforzo sovrumano di sostenere lo sguardo di Silvio per più di tre secondi:
“Devo parlarti. Hai un momento?”
“Se è per la corsetta di oggi, non ho ancora deciso quando ci sarà la seconda parte senza mutande”, Silvio colse al volo l’occasione, scatenando un coro di fischi da parte degli altri due bulli.
“È per l’interrogazione di domani. Forse potrei venire a scuola…”
“Oh, adesso dimostri di aver imparato la lezione. Bravo coglione.”
Lo disprezzava forse ancor più di quella mattina, coi pantaloni calati sotto gli sguardi di quelli di seconda. Teddy inspirò ancora a fondo prima di continuare con l’ultima parte del discorso su cui aveva rimuginato per tutta la mattinata.
“Ho anche gli appunti rivisti per la prova di matematica. Ce ne sarà una a sorpresa la settimana prossima… ti ho già preparato le soluzioni ai quiz più probabili…”
“Ma questo è amore!”, canzonò Fabio dando una manata alla spalla dell’amico, che alzò gli occhi al cielo preparandosi a un’altra seccatura:
“Ok ma fa’ presto, non voglio passare il pomeriggio a scuola.”
“Posso… mostrarti? Non mi va con loro, però.”
“Vogliono un po’ di privacy… Non tirarglielo fuori subito, Teddy Bear!”, ridacchiò Fabio uscendo con l’altro, e lasciando sbattere la porta dei bagni contro lo stipite.
Silvio quasi strappò i fogli a quadretti dalle mani del suo schiavetto, li analizzò per qualche istante, di spalle contro uno degli scompartimenti dei gabinetti, e sbuffò seccato dopo essersi reso contro che contenevano a stento qualche appunto preso durante l’ultima lezione.
“Che cazzata è questa? Ti ho detto che non ho tempo…”
La trafittura alla gola, poco sotto la mandibola, arrivò fulminea e dolorosa al punto da mozzargli il fiato. Non ebbe il tempo di reagire che già il compasso che gli aveva perforato la giugulare era stato ritratto, per poi ricadere con un altro colpo più profondo e letale. Schiumando sangue e lanciando infine l’urlo che minacciava di morirgli sulla lingua, Silvio tentò un attacco alla cieca contro il suo assalitore.
Teddy approfittò per fargli lo sgambetto e mandarlo a sbattere con la testa contro il bordo della tazza. Poi entrò anche lui nello scomparto, si chiuse la porta alle spalle per proteggersi dall’attacco dei due compagni di classe che intanto erano entrati in soccorso del capo.
“Il messaggio alla lavagna, l’avevo scritto io.”
Si piazzò sulla sua vittima a gambe larghe, i fogli macchiati di sangue sparsi un po’ ovunque per lo stretto cubicolo. Alle sue spalle rimbombavano i pugni contro la porta di Fabio, che chiamava Silvio a squarciagola.
“Sai che dice un mio amico? Che questo vuol dire avere le palle. Io ho più palle di te, Fabio e Filippo messi insieme. Io sono Conan. Io sono il più forte.”
Teddy sferrò un ultimo calcio al Testa già privo di forze, squarciandogli le ferite alla gola e affrettandogli l’agonia. Sullo sfondo del compagno che soffocava, calmissimo e inespressivo, estrasse il cellulare e digitò un sms al numero che solo lui conosceva: COMPIUTO.