Capitolo 1
BLACKJOHNNY: Devi ucciderlo. Capisci che non c’è alternativa.
CONANILBARBARO: Sarà lui a uccidere me! Non sai quello che mi costringe a fare. Ridono tutti di me, dicono che sono un fallito.
BLACKJOHNNY: Non sei un fallito, lo sai. Il problema non sei tu. È lui.
CONANILBARBARO: Mi ha umiliato. Mi ha costretto a baciare merda di cane!
BLACKJOHNNY: Lo vedi? La merda è lui, che è marcio dentro. Lo sai che si deve fare a bastardi come questi? Lo sai?
CONANILBARBARO: Certo che lo so. Me lo dici sempre.
BLACKJOHNNY: Allora dimmelo, Conan. Vediamo se hai le palle come il nick che porti.
CONANILBARBARO: Certo che ce le ho, le palle.
BLACKJOHNNY: Dimmelo, allora. Dimmi cosa si meritano i bastardi come Silvio Testa.
CONANILBARBARO: Una bella lezione. Qualcosa che li rimetta al posto loro.
BLACKJOHNNY: Una lezione non basta, cagasotto.
CONANILBARBARO: Ti ho detto che non devi più chiamarmi cagasotto!
BLACKJOHNNY: E tu dimostrami che non lo sei. Toglilo di mezzo.
CONANILBARBARO: Come faccio?
BLACKJOHNNY: Hai mica paura? Un duro come te…
CONANILBARBARO: Non è questo… C’è la galera.
BLACKJOHNNY: C’è anche l’inferno, che è la tua vita di adesso. Sai quanti ce ne saranno come lui? Ti uccideranno loro un po’ alla volta, per sempre, se tu non agisci prima.
CONANILBARBARO: Io vorrei solo che capisse… quello che si prova.
BLACKJOHNNY: Non hai le palle. Hanno ragione a farti leccare merda di cane.
CONANILBARBARO: Non è questo!
BLACKJOHNNY: Addio.
CONANILBARBARO: Aspetta! Aspetta, non andartene! Tra poco devo andare a scuola…
BLACKJOHNNY: Mi sono rotto il cazzo a sentirti piangere come una ragazzina. Ti ho spiegato quello che c’è da fare. Devi toglierlo di mezzo. Oggi, prima della fine della giornata: dimostrerai a me, alla scuola e al mondo intero di avere le palle, e di non essere un perdente come vuol far credere a tutti il signor Testa di Cazzo.
CONANILBARBARO: Ok.
BLACKJOHNNY: Ok. Aspetto il tuo messaggio, tutto come ci siamo detti.
CONANILBARBARO: Ok.
BLACKJOHNNY: Hai capito tutto? È la tua ultima occasione. A stasera.
CONANILBARBARO: Ok. Ciao.
***
Bologna, 10 aprile
Continuava a fissarsi allo specchio di camera sua e non capiva. Come poteva essersi ridotto a zimbello della scuola, lui assieme al suo gruppetto di nerd sfigati? Tra poco sarebbero passati i suoi amici in bici, e in silenzio avrebbero iniziato a pedalare verso il Pascoli e una nuova grigia giornata di tortura. Ultimamente Silvio aveva passato ogni limite: se n’erano accorti anche gli atri compagni di classe, eppure nessuno aveva alzato un dito per difenderlo. Filippo sospettava che godessero un po’ tutti a vedere lui e i suoi amici torturati dalle quotidiane marachelle del Testa: “almeno c’è lui sotto torchio e non io”, gli pareva di sentirli rimuginare, i coglioni. Una cosa era certa: non poteva continuare così. Era arrivato ad accennarne qualcosa a suo padre, la sera prima, e tutto quello che era riuscito a tirar fuori dal placido, inflessibile signor Teotini era stato un suadente invito allo stoicismo intellettuale:
“Tu non abbassarti a fare il suo gioco, e lui neanche si accorgerà più che esisti.”
Erano seduti a tavola per la cena, e a Filippo saliva il vomito in gola al pensiero di tutti gli insulti che era stato costretto a sorbirsi la mattina al liceo.
“Ma papà, non funziona, se lui è sempre il primo a venirmi addosso.”
“Lo fa perché è un codardo. Ti sfiderebbe sul piano didattico, se volesse far veramente bella figura con la classe.”
“Non funziona proprio così, sai?”, aveva sospirato Filippo, ficcandosi in bocca il primo boccone di pollo arrosto per non rischiare di aggiungere altri agghiaccianti particolari sulla sua vita sociale.
“E tu non reagire. Lascia che si stanchi e scelga qualcun altro da tormentare. Di tipi così il Pascoli era pieno anche ai miei tempi. Sono talmente stupidi che finiscono per perdersi per strada alla prima bocciatura.”
Detto questo, il signor Teotini si era lisciato i baffi unti e aveva lanciato un’occhiata soddisfatta al soffitto. Un dubbio gli era venuto solo quando era ridisceso a fissare la faccia sbalordita e delusa di suo figlio sopra la pietanza:
“Non vuoi che venga a scuola con te, domattina? Potrei dirgliene quattro…”
“No davvero, papà. Lascia stare, sarà come dici tu. Col tempo capirà anche lui.”
Ci mancò poco che suo padre non congiungesse le dita di entrambe le mani per la contentezza:
“Così parla un vero Teotini. Va’ e fatti onore, figliolo. La vita è piena di bulli come questo tuo compagno di classe: magari fosse sempre così facile affrontarli da pari a pari, faccia a faccia…”
Già, magari fosse stato facile. Filippo distolse lo sguardo dal suo viso smunto allo specchio (i baffetti cominciavano appena a scurirgli il labbro superiore) e prese con una manata lo zaino dal letto sfatto. Da giù sentiva i campanelli delle bici in avvicinamento: era già ora di andare. Era l’ora di affrontare ancora una volta il suo destino da perdente.
“Pronti?”, lo salutò Michele anche per Teddy, che come al solito aveva qualche difficoltà a parcheggiare la bicicletta sul marciapiede di fronte a casa Teotini.
“Il tuo apparecchio pare più ingombrante del solito questa mattina, Mickey”, gli rispose Filippo balzando in sella alla sua.
“E non chiamarmi così. Già ho un bel daffare con quel pezzo di merda.”
“Secondo mio padre dovrei lasciargli carta bianca. Prima o poi si stancherà e ci lascerà in pace”
Avevano imboccato la via che costeggiava gli argini del Mugnone: un lieve puzzo di stantio rovinava l’aria fresca di prima mattina, peggiorando il malumore dei tre adolescenti.
“Tuo padre? Hai parlato di Silvio Testa a tuo padre?”, echeggiò la voce infantile di Teddy dietro di loro.
“Tranquillo. Non si abbasserebbe mai a parlarne con gli insegnanti. Ha piena fiducia in me, e nel fatto che ce la caveremo da soli.”
“Forte, tuo padre. Con chi crede che abbiamo a che fare, con un bamboccio del ginnasio? Se non gli consegniamo i compiti anche oggi, quelli della sua banda ci ribucano le ruote…”
“Come minimo…”, puntualizzò Michele sputando dall’apparecchio, mentre già le tegole del Pascoli sbucavano dietro gli ultimi palazzi di via Lungo Il Mugnone.
La scena era quella che Filippo era stata costretta a sopportare negli ultimi due anni di scuola: il Testa e i suoi amici al portone del liceo, i sorrisi spianati e le mani tese a esigere i compiti della giornata.
“Come faremmo senza di te, Mickey Mouse!”, ringraziò Silvio, rilassato sulla sella del motorino rosso cromato, fissato alla ringhiera del sottopassaggio antistante l’edificio. Aveva spuntato ai lati i capelli biondi che solo il giorno prima gli piovevano ribelli su nuca e spalle: il taglio gli donava un’aria più distinta e allo stesso tempo misteriosa, come in antitesi all’immagine d’irruento che aveva sempre voluto pubblicizzare tra i compagni di classe.
Michele passò nervosamente la lingua sulla montatura d’acciaio che gli ingabbiava i denti, e si chinò ad aprire lo zaino. I compiti che avrebbe passato al Testa e alla sua cricca non erano proprio uguali ai suoi, altrimenti qualche insegnante avrebbe potuto insospettirsi.
“Inglese… Matematica…”
La conta avveniva in religioso silenzio, con gli altri che si guardavano intorno nel timore che qualcuno d’estraneo al loro “privato commercio intellettuale” avesse potuto scoprirli.
“Bravo Mickey Mouse.”
“Potresti almeno non chiamarmi più così?”, tentò di opporsi, assai timidamente invero, Michele.
“Come vuoi tu, Mickey Mouse. Se non fosse per quei dentoni di ferro, giuro che ci proverei.”
Risata complice del gruppo, pallore diffuso sul volto dei tre perseguitati.
“Domani tocca a te, Teddy Bear. E ricordati di offrirti per l’interrogazione di scienze.”
Teddy alzò gli occhi e annuì ancor prima di aver capito di cosa si stesse parlando. Quel giorno se ne stava un po’ per i fatti suoi, forse perché gli aveva dato da pensare la rottura della cappa d’omertà che gravava sulle loro violenze al Pascoli, da parte di uno dei suoi migliori amici. Filippo gli aveva dimostrato che non erano soli, che forse era possibile reagire a quei prepotenti con l’aiuto di qualcuno più grande di loro…
“Io… non credo che potrò venire domani, a scuola.”, fu tutto quello che gli uscì di bocca, nello stesso istante che il suono della campanella d’inizio lezione li scuoteva dal loro torpore mattiniero. Michele si affrettò a riporre i quaderni nello zaino, Filippo si era fermato a una certa distanza per osservare la scena: tra le biciclette incatenate alla ringhiera, l’Honda su cui stava poggiato Silvio batté sinistramente contro la barriera con rumore di ferraglia.
“Cosa hai detto?”
“Motivi familiari. Mi dispiace.”
“E pensi di cavartela così? Ce l’avevi promesso, e sai bene che sono io il prossimo in lista dopo di te.”
“Non è colpa mia, mi dispiace…”
“Cazzone.”
Silvio sputò sull’aiuola la gomma che aveva tormentato tra i denti tutto il tempo, e mollò al suo compagno di banco le copie degli esercizi di matematica.
“Non penserai di cavartela così. Sai che un altro impreparato io e Fabio non possiamo permettercelo.”
Indicò con un sogghigno cattivo quello a cui aveva rifilato gli esercizi, che annuì come se si trattasse di una questione d’onore.
“Se non può, faresti meglio a rassegnarti.”
Nessuno si sarebbe più aspettato l’intervento a bruciapelo di Filippo; Sara Rovai, l’ultima fiamma di Testa e un anno più grande di tutti loro, sgranò gli occhi chiari e languidi come se fosse appena caduto un fulmine lì al centro del gruppo.
“Cosa dici tu, coglione?”
“Dico che non puoi costringerlo a fare qualcosa che non gli va.”
“Filippo…”, sussurrò Teddy in maniera appena udibile, storcendo lo sguardo all’inverosimile dietro gli occhiali, per fargli capire che avrebbe peggiorato ancor di più le cose.
“Io posso fargli fare quello che voglio, quando voglio. Soprattutto quando si tratta di una cosa che mi aveva promesso.”
“Una cosa che gli avevi costretto a prometterti.”
Michele passò accanto al suo amico, ormai nei guai, con lo zaino in spalla:
“Dobbiamo entrare in classe, coraggio.”
“Raccogli la gomma da masticare da terra. Prendila e ficcatela in bocca.”, diceva Silvio allo stesso tempo, fissando Teddy con uno di quegli sguardi cattivi, senz’anima, che trasmutavano l’azzurro mare dei suoi occhi in ghiaccio artico.
Teddy chinò lo sguardo alla gomma spiaccicata su un filo d’erba, arrossì visibilmente e poggiò a terra lo zaino per appressarsi all’ultima umiliazione.
“Che cazzo fai? Perché devi dargliela sempre vinta?”, riprese Filippo, coi denti serrati al punto che gli facevano male.
Anche Sara salutò e sparì di corsa all’interno dell’edificio; il bidello li squadrò con un’occhiata cattiva, poi chiamò gli ultimi ritardatari.
Teddy tenne lo scarto tra le labbra come sul punto di vomitare, poi sputò e corse dietro Fabio che già saliva i pochi scalini dell’entrata.
“Ti ho sentito, sai? Non mi piace quest’aria da furbo del cazzo che hai tirato su all’improvviso.”
Silvio squadrava Filippo con gli stessi occhi glaciali che aveva riservato al suo amico; l’altro cercò di ricambiarlo il più possibile, poi fu costretto a prestare attenzione al bidello che a gesti li minacciava che tra poco avrebbe chiuso definitivamente il portone d’ingresso del Pascoli.
“Lo so come finiscono i tipi come te. Dovresti pensarci su, prima che sia troppo tardi.”, disse tutto d’un fiato, prima d’infilarsi lo zaino in spalla e prepararsi alla più gloriosa uscita di scena che il suo liceo avesse ricordato dai tempi di suo padre.
“Ah sì, e come finiscono? Sentiamo.”
Andrea gli era venuto a un palmo dal naso. Era più robusto di lui, più alto, più pericoloso. Anche gli allievi dell’ultimo anno lo temevano, e questa breve considerazione bastò a far disperare Filippo di cavarsela con un “mordi e fuggi”. Decise di andare fino in fondo: se non altro suo padre sarebbe stato fiero di lui, comunque fosse andata.
“Sono talmente stupidi che finiscono per perdersi per strada alla prima bocciatura.”
Ecco, l’aveva detto. Chissà perché ancora il giorno prima considerava quell’osservazione una delle tante massime sterili e inapplicabili del signor Teotini: ora invece, al momento del bisogno, gli era tornata alla mente tutta intera, e incredibilmente “tosta” da spiaccicare sul muso a quel bullo che gli incombeva a pochi centimetri di distanza.
“Bocciatura, eh?”
Lo sguardo di Silvio guizzò di lato a sincerarsi che Emilio il bidello fosse occupato a incardinare al suolo un battente dell’ingresso, poi scattò con uno dei suoi ganci fulminei. A spiaccicarsi sulla tempia di Filippo Teotini non fu una “massima” di pari portata, ma il peso di qualche chilo di muscoli e giunture da giovane pugile. Al colpo che lo tramortì, il mondo si oscurò sul fantasma del suo inutile mentore, e ci fu solo sapore di terra e d’asfalto.
“Tutto a posto? Vuoi che chiami tuo padre?”, furono le prime parole che decifrò durante il trasporto nello stanzino di Emilio, che l’aveva aiutato a rialzarsi da terra chissà come, ancora semi incosciente.
“Tutto a posto, lascia stare. Non è niente.”
“L’occhio potrebbe gonfiarsi. Ce la fai a reggere questo?”
Gli ficcò in mano una compressa con del ghiaccio col suo solito atteggiamento burbero, squadrandogli l’occhio con attenzione maniacale, come se dovesse lievitare fino a scoppiargli in viso da un momento all’altro.