Capitulo 2

1093 Words
Capitolo 2: La notte delle catene Il PUNTO DI VISTA di Alaya Non riuscivo a dormire. Come avrei potuto? Il mio corpo riposava su un materasso degno di un palazzo, ma la mia anima urlava in una gabbia invisibile. Sentivo ancora nelle narici l’odore della pelle di Santino Ricci. Le sue parole. Il suo sguardo. Questa parola: mia. Non ero una donna soggetta ad aspettare la prima notte di nozze. Ero una preda e mi rifiutavo di lasciarmi divorare senza combattere. Quindi mi sono alzato. A piedi nudi, mi avvicinai lentamente alla porta della camera da letto. L'elsa d'argento brillava nella fioca luce. Il mio cuore batteva così forte che sembrava fare più rumore delle mie azioni. Ho pregato dentro di me che la porta non cigolasse. Ma non appena ho girato la maniglia... "Clic…" Un suono secco, metallico. Leggero, ma in questo silenzio assoluto, mi sembrava di gridare come un grido di guerra. HO CONGELATO. Un secondo. Due. Tre. Niente. Nessun passo in avvicinamento. Nessuna voce. Nessuna minaccia. Solo silenzio. Il pericolo restava in agguato, ma invisibile. Sono scivolato fuori dalla stanza. Lentamente. Le mie dita dei piedi toccavano appena il pavimento di marmo ghiacciato. I miei occhi cercavano nell'oscurità il minimo movimento. Il corridoio era enorme. Illuminata da applique dorate che diffondevano una luce gialla, quasi irreale. Le pareti erano ricoperte di vecchi dipinti, volti congelati, testimoni silenziosi di ciò che stava accadendo qui. Trattenevo il respiro ad ogni passo, come se anche il respiro potesse tradirmi. Devo uscire di qui. Devo fuggire. Ma anche questo pensiero mi sembrava ridicolo. Dove andrei? Quando mi hanno portato via, ero bendato. Non so nemmeno in che paese mi trovo. E questa casa... no, questa villa... era una fortezza. Ogni corridoio sembrava una trappola. Forse ogni porta era chiusa a chiave. E le guardie... oh, li ho visti, tutti quegli uomini vestiti di nero, freddi e addestrati come cani affamati. Probabilmente non dormivano mai. Ma ho continuato. Perché era quello, o aspettare che arrivasse il domani e rubasse la dignità che mi restava. Sono arrivato in cima ad una grande scalinata. Immenso. Al piano di sotto, il corridoio. Un gigantesco lampadario di cristallo pendeva dal soffitto come un sole maledetto. Due uomini vestiti di nero erano al piano di sotto e parlavano a bassa voce. Mi sono schiacciato contro il muro. Il mio cuore batteva così forte che pensavo che mi avrebbe denunciato. Indietreggiai, cercando un'altra direzione. Un altro corridoio. Un'altra possibilità. Mi tremavano le mani. Il mio respiro era rapido, incontrollabile. Tuttavia, le mie gambe continuavano ad andare avanti. Volevo urlare. Correre. Colpo. Ma in quella casa ogni passo era una dichiarazione di guerra. E non avevo un esercito. Ero solo. Una ragazza da niente, venduta, rinchiusa, in balia di un mostro... ma ero ancora viva. E finché respirerò, cercherò una via d'uscita. Anche se l'unica cosa che ho trovato... è stato un altro inferno. Non so cosa mi abbia fatto girare a sinistra invece che a destra. Poi mi sono imbattuto in una porta. Legno massiccio, scuro, con antiche incisioni. Niente di speciale... tranne questo suono ovattato che ho sentito mentre mi avvicinavo. Gemiti. Femminile. Lento. Profondo. Quasi... ubriaco. Ho appoggiato l'orecchio al legno, per pura curiosità. E poi mi ha colpito. Sospira "ahhhh!! Ouhhh". Sonagli. Sussurri osceni. Il rumore di un letto che sbatte contro il muro. Una voce profonda. Un altro, più acuto. Una donna. — “Ohh… yes… again!” Ah vai avanti, fottimi più forte ohh... Sì sìss ahhhh... mhhhhn » — “Stai zitto… vuoi svegliare tutta la villa?” rispose ansimando un uomo. Sono rimasto congelato. Il mio cuore batteva all'impazzata. Mi bruciavano le guance. Ho fatto un passo indietro, scioccato. Imbarazzato. Quello è... Santino? E' lui... che fa l'amore lì dentro? Mi sentivo congelato dentro. Disgustato. Ma anche... curioso. Non avevo mai conosciuto un uomo. Non sapevo niente di tutto questo. E questa donna... ha quasi pianto di piacere. Come poteva qualcuno urlare in quel modo per qualcosa che mi spaventava così tanto? Ma no. No, no, NO. Non era un mio problema. Non avevo niente da fare lì. — “Alaya, cosa stai facendo?!” Andare via! » sussurrai tra me e me, in preda al panico. Ho voltato i tacchi per andarmene quando due voci maschili sono emerse dal nulla. - "Ehi! Chi c'è?" Mi sono bloccato. Due guardie. Quelli grandi. Con un abito nero. Braccia incrociate, mascella serrata. - "Tu! Fermati!" Sono andato nel panico. I miei piedi scivolarono sul pavimento di marmo. Il mio respiro si accelerò. Mi tremavano le mani. — “Io-io… io… io-stavo cercando il… l-il…” — “Cosa ci fai qui?!” Quest'ala è chiusa agli ospiti! » Ho balbettato. Impossibile mettere in fila una frase. Il mio cuore batteva così forte che riecheggiava nella mia testa. Una delle guardie si rivolse all'altra. — “Chi è quello?” » Il secondo strinse gli occhi, poi il suo volto si indurì. — "È la notizia. La moglie del capo. » E poi la porta dietro di me si è aperta all'improvviso. È uscito un uomo. A torso nudo, il corpo luccicante di sudore, un asciugamano attorno al collo. I suoi capelli erano appiccicati alla fronte, il suo sguardo nero come la notte. — “Cos’è questo casino fuori dalla mia porta?!” » Era bello. Pericolosamente bello. Ma non era Santino. Non avevo mai visto quest'uomo. I suoi occhi si posarono su di me, lentamente, come un predatore che valuta la sua preda. Le guardie si alzarono immediatamente. — "Ci scusiamo signor Raffaele. Abbiamo trovato questa ragazza che spiava. » — “Spia?” » ripeté con un sorrisetto e si avvicinò, lentamente, con gli occhi fissi nei miei. — "Vuoi imparare cose, piccino? Vuoi vedere com'è un vero uomo a letto?" Istintivamente mi sono appoggiato allo schienale, conati di vomito. Volevo parlare, ma non usciva alcun suono. Ero paralizzato. Mani sudate. Fiato corto. Mi tremavano le gambe. - "Basta!", disse la guardia accanto a lui. Si mise tra lui e me. Raffaele alzò le mani, divertito. — "Tranquilla, scherzo. Ma attenzione a lei... La moglie del padrone non ha il diritto di perdersi in angoli pericolosi. » Tornò dentro ridacchiando, poi sbatté la porta. Rimasi lì, umiliato, terrorizzato. Mi bruciavano gli occhi, ma mi rifiutavo di piangere. — «Torna nella tua stanza, subito.» ringhiò una delle guardie. Ho obbedito. Silenzioso. Sconfitta. Ogni passo era un peso in più sulle mie spalle. Il mio corpo non era ancora contaminato... ma la mia libertà lo era già.
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