Capitolo 3: Il Signore e la Vergine
IL PUNTO DI VISTA DI ALIYA
La mattina dopo, un leggero rumore mi svegliò dal sonno. Per un secondo, ho pensato che stessi sognando. Ma no. La porta si era appena aperta.
Mi alzai di scatto, tirando istintivamente il lenzuolo contro di me. Entrò una donna. Non era giovane, senza nemmeno essere vecchia. Forse cinquanta. Il suo incedere era sicuro, gentile, quasi materno. Indossava un lungo abito beige, semplice ma pulito, e una sciarpa ben annodata in testa. Mi ha fatto un piccolo sorriso.
— Ciao, Bella. Sono Marisa. Sono qui per aiutarti a prepararti.
Rimasi congelato per un momento. Nessuna aggressione. Nessun disprezzo nella sua voce. Solo... calore. Un contrasto così stridente dopo queste ultime ore di paura, silenzio e tensione che i miei occhi si sono inumiditi mio malgrado.
— Aiutami... per cosa? chiesi con voce rauca.
"Per prepararsi al tuo matrimonio, ovviamente", rispose dolcemente. Santino non dovrebbe aspettarti troppo a lungo.
Pronunciò il suo nome con rispetto, ma non con paura. Come se non fosse un mostro, ma semplicemente... un uomo importante.
Si avvicinò e indicò una sedia vicino allo specchio. Ho obbedito, senza capire veramente perché mi fidassi di quella donna. Forse perché non mi ha sgridato. Forse perché non mi considerava una cosa. Forse perché, per la prima volta dopo tanto tempo, qualcuno mi ha parlato senza giudicare.
—Hai dei capelli molto belli. La criniera di una leonessa, disse con una risatina, spazzolando le mie ciocche aggrovigliate.
I suoi movimenti erano lenti, precisi. Sapeva cosa stava facendo. La guardai allo specchio, ipnotizzata. Avrebbe potuto essere mia madre. Non mio, quello che avevo. Ma un altro. Una madre gentile e comprensiva. Uno che non mi avrebbe venduto senza una parola di spiegazione, senza una lacrima, senza uno sguardo indietro.
Ingoiai l'amarezza che mi salì in gola.
— Marisa… sai perché… perché sono qui?
Fece una pausa e posò la spazzola. Il suo sguardo incontrò il mio allo specchio.
—So che sei speciale. Che Santino ti ha scelto. E che diventerai sua moglie. Questa è una cosa grandiosa, Alaya.
"Lui... mi ha comprato", sussurrai.
Sospirò, posandomi dolcemente una mano sulla spalla.
—La vita, tesoro mio, non è mai semplice. Ma a volte, anche nelle circostanze più strane, qualcosa di vero può realizzarsi. Un uomo come Santino non prende una donna se non ne ha bisogno. Ha scelto te. Ciò significa che sei importante, anche se ancora non lo capisci.
Non sapevo cosa rispondere. Mi sembrava tutto così lontano. Come se fossi uno spettatore della mia stessa vita.
Poi mi ha portato il vestito.
Era bianco, abbagliante, delicatamente ricamato con perle fini. Il tessuto mi scivolò sulle dita come acqua. Ho ingoiato la saliva. Non sapevo se essere commosso o terrorizzato.
—Mettitelo, tesoro. Ti aiuterò.
Pochi minuti dopo, ero davanti allo specchio. Silenzioso. Congelato.
Chi era quella ragazza allo specchio? Questa giovane donna dagli occhi luminosi, dalle labbra tremanti, con questo vestito troppo bello per il suo destino?
Mi sentivo un'attrice in una scena che non era mia.
Misi delicatamente la mano sulla pancia. Lì era annidata una palla, compatta, pesante.
Dovevo sposare un uomo che conoscevo a malapena. Un uomo pericoloso. E quel vestito, per quanto splendido, non cambiava il fatto che non ero pronta.
Ma era troppo tardi.
Distolsi lo sguardo dallo specchio.
IL PUNTO DI VISTA DI Santino Ricci.
Il sole faticava a penetrare dietro le spesse tende della sua stanza, ma Santino era sveglio già da tempo. Seduto a torso nudo sul bordo del letto, un sigaro tra le dita e un bicchiere di scotch semiaperto nell'altra, fissava il vuoto con un'espressione seria. Tra poche ore sarebbe diventato un uomo sposato.
Si alzò lentamente, i muscoli tesi nella luce dorata del mattino, scolpiti da anni di disciplina e violenza. Andò al bagno adiacente, mise il sigaro in un posacenere di marmo e aprì silenziosamente i rubinetti. L'acqua gli scorreva lungo il petto, cancellando le tracce del sudore della notte, ma non quelle del passato.
Il suo corpo portava i segni del suo regno: belle cicatrici, discrete ma significative, ognuna delle quali testimoniava una battaglia vinta, un tradimento evitato, un patto sigillato nel sangue. Eppure, quella mattina, la battaglia che avrebbe combattuto era un tipo diverso. Una battaglia interiore. Uno strano nervosismo gli attanagliava la gola, lontano, quasi dimenticato.
Uscì dalla doccia, con l'asciugamano legato intorno alla vita, e aprì l'armadio su misura. All'interno lo aspettava un abito tre pezzi color avorio, realizzato su misura in Italia. Lo toccò con la punta delle dita. Leggero, nobile, perfetto per un padrino, perfetto per un re. Eppure non fu il tessuto ad attirare la sua attenzione.
Questo matrimonio... non era amore. Non era nemmeno tenerezza. Era un rito. Una tradizione che nemmeno lui, Santino Ricci, l'uomo temuto da tutti, poteva permettersi di ignorare.
Tra i Ricci, e nel vecchio ramo della mafia a cui apparteneva, un signore prese in moglie solo una vergine. Era una regola ancestrale. Non scritto, ma profondamente radicato. Le mogli dei padrini non dovevano portare la memoria di un altro uomo. Il loro corpo doveva appartenere solo al marito, così come la lealtà del clan apparteneva solo al capo.
Aveva avuto delle mogli. Troppe donne. Corpi offerti con lussuria, notti ardenti in lenzuola di seta. Conosceva a memoria i finti sospiri, gli sguardi interessati, le carezze che mascheravano l'opportunismo. Donne che lo avevano desiderato per il suo potere, per il suo nome, mai per l'uomo che era veramente.
Ma questa volta... questa volta, voleva la purezza.
Non perché cercasse l'amore o un'illusione romantica. Ma perché voleva qualcosa di vero. Qualcosa che nessun altro uomo aveva avuto prima di lui. Qualcosa che poteva possedere pienamente, completamente. Una sposa vergine, da plasmare secondo i suoi desideri, da marchiare con il suo nome, la sua autorità, la sua cruda passione.
Alaya.
La giovane ragazza dagli occhi fiammeggianti e dalla voce tremante, che aveva visto per la prima volta senza che lei nemmeno osasse alzare lo sguardo. Gli era stata venduta, ceduta come debito da saldare, gioiello da deporre sull'altare del potere. E non aveva scelta.
Ma neanche lui, in fondo, lo fa.
Era il suo destino. Aveva rilevato l'impero di suo padre. Aveva consolidato alleanze, abbattuto traditori, fatto scorrere fiumi di sangue per stabilire la sua supremazia. Mancava solo una cosa: una moglie. E doveva prenderlo puro. Intatto. Era consuetudine. E non avrebbe spezzato questo filo sacro tessuto dai suoi antenati.
Un cameriere bussò alla porta interrompendo il silenzio.
— “Don Santino, la tua macchina ti aspetta. »
Annuì lentamente, afferrò l'orologio d'oro, se lo allacciò al polso e poi si infilò la giacca. Nello specchio, il suo riflesso gli diede l'immagine di un uomo implacabile, scolpito nel marmo della tradizione e nel ghiaccio del potere.
Si aggiustò la cravatta, si passò una mano tra i capelli castani raccolti all'indietro, poi sussurrò in italiano:
— “Oggi, divento re… e lei sarà mia. »
(Oggi divento re...e lei sarà mia.)
E se ne andò, senza voltarsi indietro.