Capitolo 5: L'ira del signore mafioso
IL PUNTO DI VISTA DI SANTINO
Avevo guardato il mio orologio d'oro per quello che sembrava un'eternità. Un pezzo eccezionale, offerto da mio padre prima della sua morte. Oggi sembrava un amaro ricordo di ogni secondo di umiliazione che passava.
Alaya avrebbe dovuto essere lì. La mia futura moglie. La mia vergine. Il mio trofeo. Ma lei brillava per la sua assenza.
I mormorii si levavano nella chiesa come una marea petrolifera. Gli ospiti di mafiosi, boss dei cartelli, senatori disonesti e persino membri della famiglia reale italiana cominciavano a perdere la pazienza. Potevo sentire le loro voci:
— “Dov’è la sposa?” »
— “Sembra che sia scivolata via…”
— “Santino è stato lasciato all’altare?” »
Avrei voluto fotografarli, uno per uno.
Ma tenevo la mascella serrata, i pugni serrati e lo sguardo fisso verso l'ingresso. Stavo aspettando. Una parte di me si rifiutava di credere che avrebbe osato.
E poi l'ho visto. Marisa. Ella varca la piccola porta laterale della chiesa, il viso pallido e gli occhi sfuggenti. Lei agitò la mano nervosamente. Il mio cuore si è contratto. Scusai educatamente il prete con un breve cenno della mano e scesi i gradini dell'altare come un re che abbandona momentaneamente il suo trono.
Non appena la porta si è chiusa dietro di noi, l'ho capito.
L'ho sentito. Caos.
— “È scappata…” sussurrò Marisa. La sua voce tremava.
La fissai, congelato. La parola impiegò un secondo per attraversarmi il cervello. Scappato? Il mio sangue si è trasformato in acido.
L'ho presa per le braccia e l'ho sbattuta violentemente contro il muro.
— “Dillo di nuovo.” Ripetilo, dannazione! ", ringhiai con la voce rauca.
Lei sussultò, incapace di incontrare il mio sguardo.
Gli strinsi le dita intorno alla gola, mentre le mie vene si gonfiavano di rabbia.
— “Avresti dovuto guardarla!” Era il TUO ruolo! »
Sentivo il suo panico, la sua mancanza di respiro, la sua paura.
— “Io... io... mi dispiace, mi ha detto che voleva... e... pensavo che non avrebbe fatto niente di stupido!” »
Estraggo la mia arma con un gesto deciso. La fredda canna della mia Beretta 92 poggiava sulla sua fronte.
— “Ci hai pensato?!” Noi non la pensiamo così, Marisa! Obbediamo! » La mia voce si incrinò nel corridoio come un tuono.
Stava piangendo adesso. Il suo trucco stava colando, le sue mani tremavano. Ma questo non mi ha calmato. Ero in fiamme. Ero una bomba.
Abbassai lentamente la mia arma. Non per pietà. Ma perché uccidere Marisa così presto sarebbe troppo facile. E per di più, uno sparo contro la chiesa metterebbe in allarme gli ospiti. Poi l'ho lasciata andare e lei è scivolata lungo il muro, soffocando.
Ho fatto un passo indietro, con le mani tremanti, il cuore che mi batteva forte contro la cassa toracica come un animale impazzito. La chiesa adesso era silenziosa, quasi solenne. Un matrimonio senza sposa. Un re abbandonato.
Ho bussato a un vaso di cristallo. Si frantumò al suolo in mille pezzi. Ho rovesciato una panchina. Poi due. Il prete corse fuori. Stavo urlando.
— “Trovala!” Riportamela viva, dannazione! Oppure giuro che vi ammazzo uno per uno, incompetenti! »
Marisa stava già correndo verso l'uscita, senza dire una parola.
Rimasi lì, da solo, in questa chiesa senza senso. Strinsi la mascella. Le mie mani macchiate dell'odore del tradimento. Ero stato umiliato. Da una ragazza che avevo scelto. Rinchiuso. Preparato per essere mio.
Era fuggita. Il giorno della nostra unione.
IL PUNTO DI VISTA DI ALAYA
Il motore del furgone si spense, lasciando nell'aria un silenzio sospeso, quasi irreale. La vecchia signora mi fissò per un attimo, senza dire una parola. Guardò dal mio vestito strappato ai segni di sporco sulle mie gambe, poi alla mia caviglia gonfia. Mi faceva male, era terribilmente dolorante, ma cercavo di non gemere.
"Vai su", sussurrò infine.
Salii sul retro del veicolo, facendo una smorfia, stringendo i denti ad ogni movimento. La vecchia chiuse la portiera, si mise di nuovo al volante e ripartì. Non ho fatto domande. Non sapevo nemmeno dove mi stesse portando, ma in quel momento qualunque posto mi sembrava preferibile a quello da cui stavo fuggendo.
Il viaggio fu breve, appena dieci minuti, e silenzioso. Il mio cuore batteva così forte che quasi copriva il rumore del motore. Quando il furgone si fermò, lei scese, fece lentamente il giro del veicolo e aprì la portiera dalla mia parte.
— Vieni, figlia mia. Puoi camminare?
"Ci proverò", dissi con un respiro doloroso.
Mi sono appoggiato a lei. Le sue fragili braccia mi sorressero come meglio potevano, e insieme entrammo in una casetta di legno, modesta, ma calda. L'aria era piena del profumo del gelsomino e del fuoco di legna appena spento. Mi fece sedere su una poltrona morbida con cuscini spaiati e si diresse verso la cucina.
Qualche istante dopo, tornò con una tazza fumante.
— Bevi questo. È tè allo zenzero. Ti calmerà un po'.
"Grazie... grazie mille", sussurrai, con le lacrime ancora agli occhi.
Ho portato la tazza alle labbra. Mi tremavano le mani. Si sedette su una sedia di fronte a me, osservandomi con una dolcezza mista a sospetto. Dopo qualche minuto di silenzio, finalmente parlò.
— Dimmi adesso... Perché sei in abito da sposa, tutto solo per strada, e vieni inseguito come un criminale? Cosa sta succedendo?
Ho chinato la testa, pieno di vergogna, esausto, sopraffatto da tutto ciò che avevo vissuto in un giorno. Mi tremava la voce mentre rispondevo:
—Sono scappato... sono scappato dal mio matrimonio. Volevano costringermi a sposare un uomo... un uomo crudele. Si chiama Santino Ricci.
Nel momento in cui quel nome mi passò sulle labbra, la vecchia impallidì. I suoi occhi si spalancarono come se avessi appena pronunciato un'imprecazione.
— Santino? ripeté, quasi inorridita. Hai detto bene... Santino Ricci?
- Sì... ho respirato. Lo conosci?
Si alzò all'improvviso e camminò in tondo per la stanza. Il suo viso era privo di ogni colore.
— Mio Dio... no... no, no. Devi andartene. Devi lasciare la mia casa. Se mai scoprisse che ti ho aiutato... mi ucciderebbe. Non ha pietà. Nessuno.
"Per favore..." supplicai, mentre le lacrime mi rigavano di nuovo le guance. Non ho nessun posto dove andare... giuro che partirò domani. Non riesco nemmeno a camminare correttamente. Guarda la mia caviglia...
Mi ha guardato a lungo. Il suo volto si indurì. Era combattuta tra paura e compassione.
"Non te ne rendi conto", sussurrò. Santino... non è un uomo come gli altri. E' il diavolo in persona. Uccide, distrugge, brucia senza mai battere ciglio. Pensi di essere la prima donna a provare a sfuggirgli? Ho sentito alcune... storie terrificanti.
Ho annuito. Capivo la sua paura. L'ho sentito nel mio istinto.
"Capisco..." dissi con voce rotta. Capisco, davvero. Ma lasciami questa notte. Solo una notte per riprendere le forze. Domani partirò. Anche se devo gattonare.
Lei mi fissava. Ho visto nei suoi occhi la battaglia che stava combattendo dentro di sé. Poi sospirò.
- Bene. Una notte. Ma all'alba dovrai scomparire. Ti sistemerò la caviglia. Ma dopo, non voglio più vederti qui.
"Grazie... grazie", sussurrai, senza fiato.
Si avvicinò a una cassettiera e tirò fuori un panno pulito, una bottiglia d'olio e una bacinella. Lei scomparve per qualche secondo, poi ritornò con acqua tiepida. Si inginocchiò ai miei piedi e cominciò a curarmi delicatamente la distorsione.
"Non è rotto", disse dopo un momento. Ma è molto gonfio. Hai fatto un terribile errore.
Gemo piano quando le viene data la benda.
"Scusa, tesoro. Mi dispiace doverti buttare fuori domani," aggiunse con voce commossa.
“Non preoccuparti”, risposi. Capisco. Sono io che ti metto in pericolo. Avrei fatto lo stesso se fossi in te.
Osservai le sue mani rugose circondare attentamente la mia caviglia e, per la prima volta, realizzai pienamente il peso del nome da cui stavo fuggendo. Santino. Una parola semplice capace di gelare il sangue, di strappare un “no” deciso a chi, un attimo prima, aveva offerto rifugio.
Avevo appena scoperto una verità spaventosa: l'uomo da cui ero fuggito non era solo crudele. Era temuto. Temuto. Ovunque.