Capitulo 6

1179 Words
Capitolo 6: Barlume di speranza IL PUNTO DI ALAYA Una luce soffusa filtrava dalle fessure della vecchia finestra, accarezzandomi il viso ancora segnato dalla stanchezza. Mi ero appena addormentato, scosso dalla paura di essere trovato e diviso tra l'ignoto del domani e la violenza di ieri. Non ero ancora uscito da questo incubo, ma almeno respiravo ancora. Ero ancora seduto su questo letto scricchiolante, coperto da una vecchia coperta che profumava di lavanda e legno umido. Il silenzio fu rotto solo dallo scricchiolio del pavimento quando entrò la vecchia. Aveva con sé un vassoio con del pane secco e una tazza fumante. I suoi movimenti erano lenti ma pieni di gentilezza. "Ho qualcosa per te", disse con voce roca, addolcita da un sorriso sincero. Questi sono i vestiti di mia figlia... dovrebbero andarti bene. Posò un vestito piegato con cura sul bordo del letto. Tesi le mani, curioso, un po' nervoso. Le mie dita hanno sfiorato il tessuto: un abito di cotone blu notte, a maniche lunghe, semplice ma elegante. Portava un profumo familiare, quasi confortante. C'erano anche una cintura di morbida pelle, un piccolo gilet di lana grigia e scarpe basse logore ma robuste. "Grazie... davvero", sussurrai, guardandola. Lei distolse lo sguardo, imbarazzata dalla mia gratitudine. Forse voleva che me ne andassi in fretta, o forse non sopportava di affezionarsi a qualcuno che passava. Mi alzai, il pavimento freddo sotto i miei piedi nudi, poi mi spogliai lentamente. Il mio abito da sposa... o almeno ciò che ne restava... era spiegazzato, sporco e portava ancora i segni della mia fuga. Me ne vergognavo. Questo indumento che avrebbe dovuto simboleggiare un'unione sacra non era altro che un tessuto sporcato dalla paura e dalla disillusione. L'ho arrotolato e l'ho messo nell'angolo della stanza. Mentre indossavo il vestito nuovo, mi sentivo un po’ meno vulnerabile. Mi stava sorprendentemente bene. Non troppo stretto, non troppo largo. La cintura accentuava la mia vita e il tessuto cadeva appena sopra le caviglie. Mi infilo le scarpe, i lacci logori mi ricordano che tutto questo era temporaneo, ma prezioso. Mi voltai verso la vecchia per salutarla quando lei si chinò davanti a un vecchio baule di legno. Frugò per qualche secondo, poi tirò fuori una scatola di ferro malconcia. L'aprì e mi porse un fascio di banconote. "Ecco", disse, mettendomeli in mano. Ne avrai bisogno. Non è molto, ma... abbastanza per mangiare e prendere un autobus. Non puoi continuare a camminare così. La guardai, senza parole. Questo gesto mi strinse la gola. Non ero niente per lei. Avrebbe potuto denunciarmi, o peggio, ma invece... mi ha offerto speranza. — Non so cosa dire... Tu... hai già fatto tanto per me. Ho messo i biglietti in una vecchia borsa che mi aveva regalato anche lei il giorno prima. Era marrone, un po' graffiato, ma robusto. Ho fatto un respiro profondo. Il freddo mattutino mi pungeva le guance e il vento già entrava dalla porta semiaperta. — Buona fortuna, figlia mia. Che Dio vegli su di te. Se non fosse stato per queste dannate condizioni, ti avrei trattenuto un po' più a lungo. Ma ho già due nipoti da mantenere. E i vicini sono troppo curiosi… - Capisco. E ti ringrazio. Con tutto il cuore. Mi mise una mano callosa sulla spalla. Un gesto semplice, ma valeva più di una parola. Abbassai lo sguardo un'ultima volta, poi uscii in strada, con la borsa in spalla, il cuore pesante e le gambe tremanti. Non avevo idea di dove stavo andando. Cammino senza meta, con il cuore che batte forte, le idee confuse. Ogni passo sembra incerto. Dove sto andando? Non ne ho idea. So solo che devo scappare, scappare il più lontano possibile da questo paese, da Santino... da tutto. "Se vado da mamma... prima o poi mi troverà anche lì." » Sospiro profondamente. No, impossibile. Devo andare da qualche altra parte. Ovunque. Solo... lontano. Lontano da lui, lontano da questa vita che vogliono impormi. Non ho nemmeno una destinazione precisa, ma ho deciso. Appena trovo una stazione comprerò un biglietto, non importa dove. E una volta lì... cercherò un lavoro. Non ho scelta. Continuo a camminare accelerando il passo. Il vento mattutino è ancora fresco e istintivamente mi stringo addosso la giacca oversize. Era quello della figlia della vecchia signora. Una giacca beige di lana riccia, un po' logora sulle maniche, ma calda. Tengo stretta anche la piccola borsa a tracolla che contiene i biglietti che mi ha regalato. Questo è tutto quello che ho. La mia unica speranza. Svolto in un vicolo, pensando di tagliare verso il viale principale. È un po' buio e stretto, ma non voglio fare deviazioni. L'odore dell'umidità si mescola improvvisamente a quello più forte e acre dell'erba bruciata. Ce ne sono tre. Tre uomini, appoggiati al muro, fumano, visibilmente fatti. Uno ride forte, l'altro ha gli occhi rossi come la brace e il terzo mi fissa appena compaio. Il mio cuore perde un battito. Abbasso lo sguardo e abbraccio la mia borsa. “Tieni la testa bassa… Cammina velocemente… Non dire niente…” Ma è troppo tardi. Il terzo ragazzo si allontana dal muro. — Ehi, bellezza... Non hai paura di passeggiare da sola in questa zona? disse con un sorriso storto. Non rispondo. Provo ad accelerare, ma la gamba ferita mi sbalza violentemente. La benda, già bagnata e sporca, mi si attacca alla pelle e brucia. Faccio una smorfia. Il mio passo rallenta mio malgrado. -Aspettare! continua, avvicinandosi. Dove stai andando così? Non sembri essere qui. Anche gli altri due mi stanno guardando adesso. Avanzano lentamente. Faccio un passo indietro, stringendo le dita sulla tracolla della borsa. "Non ho niente per te", sussurrai. Lasciami in pace. - O si? Ma lì hai una bella borsetta... ci deve essere qualcosa di interessante dentro. - NO ! Sono solo... solo questioni personali. Lasciami, per favore. Sento il panico salire. Mi tremano le mani. Cerco di aggirarne uno, ma mi blocca. Poi tutto avviene molto velocemente. "Dategli un colpo", disse uno all'altro. E' troppo intelligente. Cerco di scappare, ma la mia gamba cede. Inciampo e cado in ginocchio. Ne approfittano. Uno dei ragazzi mi strappa brutalmente la borsa. - NO ! Urlo, alzandomi con difficoltà. Ridammilo! Ridammilo! Ridono. Una risata secca, beffarda, crudele. — Grazie, principessa. Buon viaggio, eh! E se ne vanno, quasi correndo, ridendo ancora, lasciandomi lì, vuota, umiliata, perduta. Resto lì per un attimo, congelato. Poi crollo. Le lacrime scorrono senza che io riesca a trattenerle. È troppo. Decisamente troppo. - No... no, no, no... non quello... respiro tra i singhiozzi. Era tutto ciò che avevo... Mi copro il viso con le mani. Il mio respiro è corto. Mi sento vuoto, impotente, senza speranza. Non mi è rimasto niente. Non è rimasto un centesimo. Non ho nemmeno abbastanza soldi per prendere un autobus per scappare. Tutto sta andando in pezzi. - E adesso? Cosa farò? Non posso nemmeno più scappare... sono bloccato... Rimango lì per molto tempo, solo nel vicolo sporco, con i vestiti sporchi e il cuore a pezzi, a piangere per la poca speranza che mi è rimasta.
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