CAPITOLO 3
TORINO, 29 APRILE 2018
Savino Serio chiuse l’armadietto metallico con un sospiro di sollievo. Un’altra giornata di lavoro era finalmente finita. Ripose la chiave in una delle tasche del giaccone e uscì dallo spogliatoio. Passò attraverso al deposito mezzi. Un addetto alla manutenzione si era messo a revisionare il tram che aveva guidato per tutto il turno. Serio lo salutò con un cenno, continuando a camminare. Vicino all’uscita un grande orologio appeso a una parete segnava le due e dieci del mattino. Fuori dal deposito aveva iniziato a piovere con intensità.
“Merda!” imprecò Serio, che era sprovvisto di ombrello. Per raggiungere la sua automobile avrebbe dovuto bagnarsi. Iniziò a correre sotto la pioggia stando attento a non scivolare sull’asfalto viscido. Attraversò il cancello di accesso non curandosi di salutare l’uomo che si trovava in guardiola. Avrebbe di certo capito. Svoltò a destra sul marciapiede e dopo poco raggiunse la sua Fiat Punto. Recuperò le chiavi e premette l’interruttore per sbloccare le porte. Aprì lo sportello e si lasciò cadere sul sedile. Occorse quasi un minuto per ritrovare un po’ di fiato. Gli sembrava di avere completato la Maratona di New York, quando invece aveva percorso non più di trecento metri. La cosa gli ricordò di essere piuttosto fuori forma. I rotoli di grasso depositati intorno alla vita confermavano il suo pensiero. Sua moglie non passava giorno senza ricordargli che doveva fare qualcosa per eliminare tutti quei chili di troppo. La faceva facile lei, dove poteva trovare il tempo? Il lavoro lo impegnava quasi tutto il giorno, quando arrivava a casa c’era sempre qualcosa da fare. Accompagna il figlio a calcio, accompagna la figlia a pallavolo, porta a spasso il cane, che tra parentesi neanche voleva. Non fosse stato per i bambini, sarebbe rimasto al canile. Anche la sua dolce metà trovava sempre un compito da assegnargli. Una volta il lavandino rotto, l’altra volta la cantina da pulire, il soggiorno da tinteggiare. Non c’era da stupirsi se al termine di tutto questo lui volesse solamente accomodarsi sulla sua poltrona per guardare un po’ di televisione.
Era riuscito a riprendersi dalla corsa. Accese la radio e inserì un cd di musica dance anni novanta.
Avviò il motore e partì verso casa. Per fortuna il deposito era situato in una zona periferica della città, il traffico era scarso. Era una bella sensazione, dopo aver condotto il tram in pieno centro per tutto il sabato sera. Aveva trasportato battaglioni di ragazzini maleducati e strafatti, poteva scommettere che nemmeno uno su dieci fosse in possesso del biglietto. Oltre a dover sopportare il caos messo in atto da quei barbari, bisognava fare molta attenzione alla strada, dove gli incoscienti non mancavano. Poco prima di mezzanotte, in prossimità di piazza Castello, un tizio su una Porsche Cayenne gli aveva tagliato la strada, passando con il semaforo rosso. Serio aveva tirato la rapida e per pochi centimetri non l’aveva preso in pieno. L’automobilista si era allontanato come se nulla fosse successo mentre lui si era dovuto beccare gli insulti di qualche passeggero per la brusca frenata.
Un cartello stradale segnalò che aveva lasciato Torino. Ancora un quarto d’ora e sarebbe giunto a casa. Gli sarebbe piaciuto abitare in città ma i prezzi erano troppo proibitivi. Ormai faceva il pendolare da una ventina di anni, in tutto quel tempo ci aveva fatto l’abitudine.
Alzò il volume della radio, c’era una delle sue canzoni preferite. Se non ricordava male, era del 1994. Bei tempi quelli! Aveva appena finito il servizio militare. Era giovane, in forma e soprattutto non era ancora sposato.
Attraverso lo specchietto retrovisore si accorse che un fuoristrada si era accodato a lui. Sembrava avere fretta, nonostante la strada fosse scivolosa a causa della pioggia.
“Sorpassami pure, stronzo! Non mi vado certo a schiantare per te” borbottò rivolto al guidatore del mezzo.
“Questa è l’occasione giusta” constatò Bilal parlando in somalo.
Stavano percorrendo una strada statale deserta che tagliava in due una zona di campi coltivati.
Senza rispondere, Jama pigiò l’acceleratore. Il fuoristrada prese velocità, accostandosi alla Fiat Punto. Bilal guardò all’interno della vettura. Scorse un uomo in evidente sovrappeso con dei folti capelli ricci.
Lo fissò con uno sguardo inespressivo.
“Ora, Jama!”
“Ma che cazzo…” imprecò Serio.
Il fuoristrada aveva prima sorpassato e poi si era piazzato davanti alla Punto senza preavviso.
Serio notò l’accensione delle luci di stop ma la distanza limitata e l’asfalto bagnato non giocarono a suo favore. Pigiò il pedale del freno senza però riuscire a evitare il violento impatto. Il contatto con le lamiere produsse un boato mentre la faccia di Serio affondava nell’airbag.
Riaprì gli occhi in stato confusionale, qualcuno lo stava tirando fuori dall’abitacolo incidentato. La testa gli faceva un male tremendo. Per qualche istante doveva aver perso i sensi. La parte anteriore della sua Punto era irriconoscibile. Le lamiere sembravano essersi fuse con quelle del fuoristrada.
“Ragazzi, ma che cazzo vi è preso?” chiese ai due uomini che lo stavano aiutando.
I tizi non risposero e continuarono a trascinarlo verso il fuoristrada. Si accorse che lo stavano tenendo ben stretto.
“Ehi, lasciatemi stare!”
Cercò di divincolarsi dalla presa dei due ma non ci riuscì. Sbucò fuori un terzo uomo con in mano un oggetto. Una potente scarica elettrica attraversò il corpo del tranviere, rendendogli impossibile muoversi.
“Legatelo e caricatelo dentro” ordinò Bilal con ancora in mano il taser.
Jama portò le braccia di Serio dietro la schiena e le immobilizzò con una fascetta di plastica. Subito dopo, lo caricò sul sedile posteriore.
“Non sarebbe meglio imbavagliarlo?” chiese Jama.
“Meglio di no. Potrebbe vomitare a causa della scossa elettrica. Non voglio che si soffochi.”
“E se ci fermasse qualche pattuglia di polizia? Potrebbe urlare.”
“La scossa elettrica lo terrà fuori gioco per un po’. E poi non abbiamo molta strada da fare. Ripartiamo, prima che passi qualcuno.”
“Va bene.”
I tre rapitori risalirono a bordo. Jama si mise alla guida. Premette piano l’acceleratore per staccare i due mezzi incidentati. Le lamiere stridettero ma alla fine il fuoristrada tornò a muoversi.
Si sentiva uno schifo. Quella scossa elettrica gli aveva tolto le energie, aveva vomitato un paio di volte. Il viaggio sembrava essere durato un’eternità anche se in realtà sospettava che non avessero percorso tanti chilometri. Il fuoristrada si fermò e il motore fu spento. Sentì il rumore delle portiere che si aprivano. Una ventata di aria fresca spazzò via per un attimo l’odore di vomito che impregnava l’abitacolo. Due rapitori lo tirarono fuori senza badare troppo alle buone maniere.
“Ma che volete da me?”
Uno dei due lo colpì con una violenta ginocchiata allo stomaco. Piegato in due dal dolore, vomitò per la terza volta nel giro di pochi minuti. Si guardò intorno ma non riconobbe la zona in cui si trovava. Era buio ma riusciva a distinguere diversi gruppi di alberi. L’uomo che l’aveva colpito col taser accese una torcia elettrica e fece strada. Gli altri due afferrarono Serio e lo costrinsero a camminare. La strada sterrata scricchiolava sotto i loro piedi. C’era un vecchio passaggio a livello con la barriera alzata. Il fascio di luce della torcia illuminò un binario ferroviario arrugginito che spuntava da un groviglio di vegetazione. Sulla destra, a una decina di metri, c’era un tunnel. Continuando a camminare con fatica, riuscì a immaginare dove l’avevano portato i suoi rapitori. Doveva trattarsi della vecchia linea ferroviaria Chivasso-Asti, dove non passavano treni dal 2011. Tuttavia non aveva capito in che punto si trovasse. Il gruppo venne inghiottito dal tunnel, la torcia faceva il possibile per tenere a bada l’oscurità.
“Jama, Salad, legatelo lì” ordinò Bilal.
Jama tirò fuori una corda e la fece passare intorno alle fascette di plastica che bloccavano i polsi di Serio. Il tranviere tentò una reazione ma Salad gli sferrò una gomitata alla tempia. Jama completò il suo lavoro fissando la corda intorno a uno spuntone metallico che fuoriusciva dalla parete del tunnel. Nel frattempo Salad bloccò le gambe, stringendogli attorno un’altra corda. Serio si ritrovò immobilizzato e impotente di fronte ai tre sconosciuti. Una macchia di urina iniziò ad allargarsi sui suoi pantaloni.
“Certo che tu fa molto schifo” esordì Bilal puntandogli la torcia in faccia “tutto pieno di vomito e piscio.”
“Ma chi siete?” chiese Serio chiudendo gli occhi di fronte alla luce.
“Mi chiamo Bilal.”
“E cosa vuoi da me?”
“Cosa molto semplice. Giustizia.”
“Giustizia per cosa? Io non capisco.”
“Tu ricorda quando fatto soldato in Somalia?”
Serio capì all’istante. Il suo rapitore si riferiva alla donna che avevano stuprato in quello sperduto villaggio. Non avrebbe potuto essere altrimenti, salvo uno scambio di persona. Decise di provare a fingere di non sapere nulla.
“Forse mi confondi con un’altra persona. Io il militare l’ho fatto a Bolzano, nel Nord Italia.”
Bilal consegnò la torcia a Jama. Si chinò sul borsone che aveva lasciato a terra. Con calma, aprì la zip. Tirò fuori un oggetto che sulle prime Serio non parve riconoscere. Bilal si avvicinò fino a pochi centimetri da lui.
“Non farlo!” implorò il tranviere quando realizzò cosa fosse l’oggetto.
Bilal accostò la fiamma ossidrica portatile al ginocchio sinistro della sua vittima.
“No, no! Ti dirò la verità!”
Un calore insopportabile gli attraversò il corpo partendo dalle gambe. Tentò di dimenarsi ma le strette corde glielo impedirono. L’urlo agghiacciante riecheggiò per tutto il tunnel. Il dolore atroce gli fece involontariamente rilassare lo sfintere con il risultato che si defecò nei pantaloni. L’odore nauseabondo di carne bruciata si mischiò a quello delle feci. Bilal non parve curarsene, continuando a lavorare il ginocchio fino a quando vide l’osso. Solo in quel momento spense la fiamma ossidrica.
Attese che il tranviere riacquistasse un minimo di lucidità per poter continuare a parlare.
“Allora Savino, tu vuoi ancora raccontare me bugie?”
“No.”
“Io non sento.”
“Ho detto no. Ti dirò la verità ma non farmi più del male.”
Serio parlò per quasi dieci minuti riepilogando con precisione i fatti di quel giorno. Confermò i nomi degli altri partecipanti allo stupro. Tentò di giustificarsi, sostenendo che gli animi erano accesi a causa della morte di alcuni commilitoni durante la battaglia a Mogadiscio del 2 luglio. Bilal ascoltò con pazienza fino a quando Serio appoggiò la testa al petto, esausto. A quel punto, senza preavviso, accese ancora il suo strumento di tortura. Questa volta fu il ginocchio destro a ricevere le sue attenzioni. Nuove urla strazianti si propagarono nel tunnel. Per Savino Serio il tempo tornò a dilatarsi. Si ritrovò con due ginocchia ridotte ad ammassi informi di carne.
“Perché l’hai fatto?” chiese con le lacrime agli occhi. “Ti avevo detto tutto.”
Bilal esibì un sorriso maligno. I denti erano gialli e storti.
“Savino, io mai detto te che lascio andare.”