CAPITOLO 1
CAPITOLO 1 – Uno sguardo di troppo
Siviglia – 22:17
La sala del Jardín de Azahar brillava come una teca di cristallo. Lampadari di vetro di Murano, tovaglie immacolate, brusii educati. Giulia Moreno scivolava tra i tavoli con un vassoio d'argento, i capelli castani raccolti in uno chignon malandato, un ciuffo ribelle che le carezzava la guancia.
Sorrideva. Sempre.
Anche quando i piedi le bruciavano. Anche quando un cliente le pizzicava il culo senza neanche guardarla. Anche quando lo Chef l'aveva umiliata davanti a tutta la brigata per un piatto mal impiattato.
Un giorno andrà meglio.
Ripeteva quella frase come un mantra dai quindici anni. Adesso ne aveva ventitré. Quel "un giorno" tardava ad arrivare.
— Giulia, tavolo otto. Commessa speciale, sussurrò il capo sala incrociandola.
Lei annuì e si diresse verso il fondo della sala, dove le luci erano più soffuse, dove Siviglia veniva a esibire i suoi soldi sporchi.
Non sapeva ancora che stava per incrociare il diavolo.
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Matteo De Santis non amava la Spagna. La tollerava. Come si tollera un vicino rumoroso ma utile.
Quella sera era venuto per affari. Un rappresentante del cartello di Valencia doveva consegnargli dei documenti – autorizzazioni portuali falsificate, cifre di riciclaggio, il nome di un giudice corrotto. Niente che non avesse già in pugno.
Ma l'uomo era in ritardo. E Matteo si annoiava.
Indossava un completo grigio antracite, senza cravatta, i primi due bottoni della camicia nera aperti. Niente orologio. Niente gioielli. Solo le mani – lunghe, calme, terribili – posate sulla tovaglia come due serpenti addormentati.
Enzo Ricci, il suo braccio destro, era seduto di fronte a lui. Trentacinque anni, testa rasata, una cicatrice sul labbro. Sfogliava il telefono con fare nervoso.
— Arriva tra venti minuti, mormorò Enzo.
Matteo non rispose. Guardava la sala senza vederla.
Poi la vide.
Una ragazza. Cameriera. Piccola di statura, figura asciutta, viso ingenuo ma non sciocco. Attraversava la navata centrale con un vassoio di bicchieri, evitando una sedia fuori posto con un movimento fluido, quasi danzato.
E i suoi occhi.
Matteo trattenne il respiro. Una frazione di secondo. Niente che non potesse controllare.
Ma era successo.
Aveva occhi color miele, troppo grandi per il suo viso, e dietro – anche a distanza – intuì un bagliore. Una luce incrinata ma non spenta. Qualcosa di vivo. Di ribelle. Di vivo nonostante tutto.
Non sapeva perché, ma quel bagliore lo fece arrabbiare.
— Chi è quella ragazza? chiese senza distogliere lo sguardo.
Enzo seguì il suo sguardo, alzò le spalle.
— Non la conosco, padrone. Ci lavora, suppongo.
Una cameriera. Nient'altro che una cameriera.
Matteo la guardò posare il vassoio su un tavolo di servizio, scambiare due parole con un collega. Rideva. Una risata modesta, quasi trattenuta. Come se temesse di dare fastidio.
Come se non sapesse di essere bella.
— Portamela.
Enzo girò bruscamente la testa.
— Matteo… non puoi mica—
— Non ho chiesto il tuo parere.
Il silenzio si fece spesso tra loro. Enzo conosceva quel tono. Era quello che si sentiva solo prima di un'esecuzione… o prima di un'ossessione.
Si alzò di malavoglia, attraversò la sala a passo sicuro e si avvicinò a Giulia.
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Lei stava asciugando un bicchiere quando un'ombra massiccia si fermò davanti a lei.
— Il padrone vuole vederti nel retro, disse l'uomo senza preamboli.
Giulia alzò lo sguardo. Alto, calvo, una sfregio. Non era un collega. Non era un cliente qualunque. I suoi vestiti neri e lo sguardo gelido urlavano pericolo.
— Quale padrone?
— Sbrigati.
Lui le posò una mano sulla spalla. Non una carezza. Una presa.
Giulia sentì l'istinto urlarle dentro. Si liberò con uno scatto secco.
— Non mi tocchi. Vado a chiamare la mia responsabile.
— La tua responsabile non può niente per te, piccola.
La voce veniva da dietro.
Si girò.
L'uomo in grigio. Quello del tavolo otto. Si era alzato senza che lei lo sentisse, e ora stava a un metro da lei, le mani in tasca, lo sguardo come una lama.
Matteo De Santis non era alto. Non era muscoloso in modo vistoso. Ma emanava qualcosa di peggio della forza: la certezza assoluta che tutto, lì dentro, gli appartenesse. Lei compresa.
— Da quanto lavori qui? chiese.
— Non sono affari suoi.
— Sei mesi, rispose Enzo alle sue spalle. Giulia Moreno, ventitré anni. Nessuna famiglia a Siviglia. Una coinquilina, Sofia Álvarez. Nessun precedente.
Giulia impallidì. Aveva snocciolato tutto in tre secondi. Come se stesse leggendo una scheda.
— Chi siete? sussurrò.
Matteo sorrise. Un sorriso pericoloso, quasi dolce, che non toccò gli occhi.
— Uno che non ama ripetere le cose due volte. Tu vieni a sederti al mio tavolo, e parli con me. È semplice.
— Non parlo con i clienti. E tra dieci minuti esco.
Mentiva. Finiva a mezzanotte. Ma voleva che la lasciasse stare.
L'errore.
Matteo inclinò la testa, come se osservasse un insetto curioso.
— Non hai capito, tesoro. Non è un invito.
All'improvviso, l'atmosfera della sala cambiò. Diversi uomini in nero si erano alzati ai tavoli vicini. Clienti, si sarebbe detto. Guardie, in realtà.
Giulia capì di essere circondata.
— Lasciatemi stare, articolò indietreggiando.
Urrò contro Enzo. Lui non si mosse. Muro di carne e indifferenza.
Matteo fece un passo. Uno solo.
Ma il suo profumo – legno, cuoio, qualcosa di bruciato – la avvolse. Era troppo vicino. I suoi occhi, grigi come l'acciaio, la scrutavano come si scruta un contratto prima di firmarlo.
— Sei interessante, Giulia Moreno. Mi fai una richiesta educata, ma le tue mani tremano. Dici di no, ma non hai urlato. Hai paura, ma non piangi.
Alzò una mano verso il suo volto. Lei chiuse gli occhi.
Non successe nulla.
— Odio la gente prevedibile, mormorò. Tu, non lo sei.
Si voltò, tornò al suo tavolo con lentezza studiata e si riseò.
Enzo la lasciò andare.
— Torna a casa, Giulia. Stanotte. Ma domani, se il padrone ti fa cenno… tu verrai.
Lei rimase pietrificata per un minuto. Poi le gambe si sghiacciarono.
Attraversò la sala quasi di corsa, varcò la porta delle cucine e si accasciò contro un muro di piastrelle bianche. Il respiro affannoso le martellava nella testa.
Non aveva nemmeno visto i suoi piedi muoversi.
Aveva visto i suoi occhi.
E in quegli occhi grigi aveva letto una promessa silenziosa:
Mi appartieni già. Non lo sai ancora.
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Fuori, nella strada, una berlina nera aspettava.
Matteo salì sul sedile posteriore, tirò fuori un telefono criptato e inviò un unico messaggio a Enzo:
"Trovami tutto su di lei. Domani sarà mia."
Guardò dal finestrino la Giralda illuminata.
E per la prima volta dopo anni, Matteo De Santis sorrise davvero.
Non di gioia. Di appetito.