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Il Sortilegio delle Tre Sorelle

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Alla morte della nonna, tre sorelle che tutto separa — Alessia, Serena e Bianca Moretti — scoprono che devono convivere per un anno nell'Hotel Bellavista, una struttura fatiscente sulla costa ligure, per poter ricevere l'eredità. Separate da bambine dopo uno scandalo familiare mai chiarito, si conoscono a malapena. Ristrutturando l'hotel, riportano alla luce lettere, fotografie e segreti che conducono a una domanda centrale: quale dei loro genitori ha tradito l'altro — e perché la famiglia è esplosa quella notte, vent'anni prima.

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Capitolo 1 — La clausola
Lo studio del notaio Matteo Conti odorava di carta vecchia e di cera per mobili, un odore che ad Alessia Moretti ricordava vagamente le case dei nonni che non aveva mai avuto il tempo di frequentare davvero. Si sedette sulla sedia più vicina alla porta, come per marcare una via di fuga, e posò la borsa sulle ginocchia con la rigidità di chi è abituato a controllare ogni centimetro del proprio spazio. Serena arrivò con dieci minuti di ritardo, i capelli raccolti male, l'odore di sigaretta e di macchina che aveva guidato tutta la notte. Non si scusò. Si limitò a lanciare un'occhiata alla sorella maggiore, un saluto muto fatto più di diffidenza che di affetto, e si sedette dall'altra parte della stanza, il più lontano possibile. Bianca fu l'ultima a entrare, e fu l'unica a sorridere. Aveva ventitré anni e un ottimismo che le due sorelle maggiori avevano perso da tempo, forse perché lei sola era cresciuta con un genitore, mentre le altre due erano state smistate tra zie, collegi e silenzi. — Bene — disse Matteo Conti, togliendosi gli occhiali e posandoli sul tavolo con un gesto che sembrava provato davanti allo specchio. — Siete qui per il testamento di vostra nonna, Carmela Moretti. Come sapete, la signora è mancata tre settimane fa, e le sue volontà sono piuttosto... articolate. Aprì una cartellina di pelle consumata. Alessia notò che le sue mani tremavano leggermente, un dettaglio che archiviò senza saperne il perché. — Vostra nonna lascia in eredità l'Hotel Bellavista, sulla costa di Portovenere, insieme a un capitale che coprirà le spese di ristrutturazione e i costi di gestione per un anno. — Fece una pausa, come per lasciare che l'informazione si depositasse. — C'è però una clausola. — C'è sempre una clausola — mormorò Serena, gli occhi al soffitto. — Per ricevere l'eredità, dovrete vivere insieme nell'hotel per dodici mesi consecutivi, occupandovi personalmente della sua ristrutturazione e riapertura. Se anche una sola di voi lascerà la proprietà per più di trenta giorni consecutivi, o se deciderete di vendere prima della scadenza dell'anno, l'intera eredità passerà a un ente di beneficenza scelto da vostra nonna. Il silenzio che seguì fu così denso che Alessia poté sentire il ticchettio dell'orologio a muro, uno di quei vecchi pendoli che sembrano rallentare apposta nei momenti peggiori. — È uno scherzo — disse infine, con la voce piatta di chi ha già deciso che non lo è. — Vostra nonna non scherzava mai, signora Moretti. Lo sapete meglio di chiunque altro. Bianca fu la prima a parlare, la voce incerta ma piena di una speranza che le altre due non riuscivano a comprendere. — Un anno insieme... non è così terribile. Potremmo conoscerci davvero, per la prima volta. Serena sbuffò una risata amara. — Conoscerci? Bianca, io non so nemmeno che colore preferisce Alessia. Non abbiamo passato più di un weekend insieme negli ultimi vent'anni. — Ed è esattamente per questo che nonna ha scritto questa clausola — intervenne Matteo, richiudendo la cartellina con un gesto quasi solenne. — C'è dell'altro. Un plico di lettere e alcuni quaderni, che la signora Carmela ha lasciato disposizione che vi vengano consegnati gradualmente, nel corso dell'anno, secondo un ordine che lei stessa ha stabilito. — Gradualmente? — Alessia si alzò in piedi, la pazienza esaurita. — Cosa significa gradualmente? O ci consegna tutto adesso, o... — Signora Moretti, mi creda: rispetterò le volontà di vostra nonna alla lettera. Riceverete il primo quaderno quando avrete varcato la soglia dell'hotel. Uscirono dallo studio senza guardarsi, tre donne che condividevano lo stesso sangue e la stessa storia frantumata, incapaci persino di camminare fianco a fianco lungo il corridoio stretto che portava all'uscita. Fuori, il sole di ottobre illuminava la piazza con una luce fredda, quasi indifferente al terremoto che le tre sorelle si portavano dentro. Alessia fu la prima a rompere il silenzio, una volta in strada. — Io ho uno studio legale a Milano. Non posso sparire per un anno. — E io ho una vita — disse Serena, accendendosi una sigaretta con mani che tradivano più nervosismo di quanto volesse ammettere. — Una vita fatta di tele e di città diverse ogni due mesi, ma pur sempre una vita mia. Bianca le guardò entrambe, sentendosi improvvisamente piccola, come sempre le succedeva quando le sorelle maggiori si trasformavano in un fronte compatto contro qualcosa, anche quando quel qualcosa era semplicemente il destino. — Io ci vado — disse, con una fermezza che sorprese persino lei. — Con o senza di voi. Voglio sapere cosa è successo quella notte. Voglio sapere perché papà non ne parla mai, perché mamma è scomparsa come se non fosse mai esistita. Se l'unico modo per scoprirlo è passare un anno in un hotel scassato sul mare, allora ci vado. Le altre due sorelle si scambiarono uno sguardo — il primo sguardo vero, quel giorno, uno sguardo che non era ostilità ma qualcosa di più antico e più complicato, un misto di colpa e di curiosità che nessuna delle due avrebbe mai ammesso ad alta voce. — Ti aspetto lì domenica — disse infine Alessia, girandosi senza aggiungere altro, come se una decisione non pronunciata fosse comunque una decisione presa. Serena guardò la sigaretta consumarsi tra le dita, poi la spense sotto il tacco della scarpa. — Domenica — ripeté, quasi a se stessa. — Che Dio ci aiuti.

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