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L'ANIMA VINCOLATA DEL RE DEMONE

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Serena aveva giurato di uccidere il Re Demone.Catturata dopo un attentato fallito, viene condannata a morte davanti all’intero regno.Ma nell’istante in cui la lama del carnefice si leva su di lei, un marchio proibito le appare sulla pelle.L’Anima Vincolata.Una magia antica che incatena due anime nella vita e nella morte.Se uno muore, muore anche l’altro.Ormai legata indissolubilmente a Eryx Noctis, l’uomo che odia più di chiunque altro, Serena è costretta a diventare la sua fidanzata.Tra intrighi, guerra e desideri proibiti, e segreti sepolti sotto la cenere del passato, la ragazza scoprirà a poco a poco che il vero mostro, forse, non è quello che ha sempre immaginato.Perché certi legami non si spezzano, nemmeno quando a stringerli è la lama del carnefice.

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Capitolo 1
La corda e il marchio «Impiccatela!» «Strappatele l’ultimo respiro!» «Che quella maledetta e tutta la sua stirpe brucino all’inferno!» Le grida scoppiavano da ogni parte, si sovrapponevano, si rincorrevano. C’era chi lanciava insulti che nemmeno capivo, parole gutturali cariche di un odio ancestrale. La folla urlava con una ferocia quasi animale, una massa compatta di volti arrossati dalla rabbia e dalla calura di mezzogiorno. La corda era ruvida sulla gola. La canapa mi mordeva la pelle a ogni battito del cuore, e il nodo scorreva un po’ di più ogni volta che il boia tirava per farmi avanzare. Non tremavo. Non per la folla che urlava sotto il patibolo, non per le guardie che mi avevano trascinata fin lì dalle segrete senza una parola, e non per lui. Soprattutto non per lui. Eryx Noctis, il Re Demone, sedeva sul suo trono di ferro, poco più in basso. Gambe accavallate, dita molli sul bracciolo. Non sembrava neanche arrabbiato. Sembrava soltanto stanco. Un sovrano che ha già visto cento esecuzioni e che ne vedrà altre cento. La mia esecuzione era una formalità, una riga in più nella sua agenda. Piantai lo sguardo nel suo. Guardami. Guardami mentre muoio. Lui alzò gli occhi, come se mi avesse sentita. I nostri sguardi si incrociarono e sentii qualcosa muoversi nel petto. Non era paura. La paura l’avevo consumata tutta nei sotterranei umidi del palazzo, ad aspettare che venissero a prendermi. E non era nemmeno odio, anche se ne avevo da vendere. Un calore estraneo, una brace che non avrebbe dovuto essere lì. È lui che ha incendiato la mia famiglia. È lui che ha ridotto in cenere la tenuta dei Valcor. Non senti niente. Niente. «Ti rifiuti ancora di inginocchiarti?» chiese. La sua voce era calma, troppo calma. Come acqua scura che scorre sulla brace. «Non mi inginocchio davanti ai mostri» risposi. La folla mormorò, esasperata dalla mia arroganza. Il boia strinse la corda intorno ai miei polsi, la canapa che scricchiolava contro le ossa. Girai lentamente la testa verso di lui, senza una parola, e bastò il mio sguardo a fargli distogliere gli occhi. Eryx sorrise. Un angolo della bocca appena increspato. Non era divertimento. Una scintilla d’interesse, come se gli avessi appena offerto una distrazione inaspettata. «Giustiziatela» ordinò. Chiusi gli occhi. Papà. Mamma. Kael. Sto arrivando. I volti dei miei genitori danzarono dietro le palpebre, poi quello del mio fratellino, i suoi riccioli scuri, la sua risata. La notte dell’incendio mi attraversò in un lampo: le urla, le travi che crollavano. Scacciai l’immagine. Non volevo che fosse il mio ultimo pensiero. Il boia sollevò la scure. L’acciaio fischiò nell’aria, netto, come se il mondo rallentasse soltanto per farmi sentire il rumore della mia stessa morte. La vibrazione mi arrivò fino ai denti. Poi una luce viola, intensa, ardente, esplose da dentro di me. La corda mi cadde dai polsi, recisa di netto. Crollai sulle assi ruvide, col fiato spezzato, le ginocchia sbucciate. Bagliori viola danzavano ancora sui miei avambracci, attaccati alle ciglia. La folla ammutolì come falciata. Il boia indietreggiò, livido, la scure ancora levata ma tremante. Le guardie puntarono le lance senza osare avvicinarsi. Sollevai la testa. Eryx era in piedi. Lui che non aveva mosso un ciglio, che aveva guardato la scure alzarsi con la noia di chi consulta l’orologio, adesso era in piedi, le dita contratte sul bracciolo. Un bagliore viola filtrava attraverso la sua tunica, esattamente uguale a quello che usciva dalla mia pelle. Pulsava, rispondeva al mio come un’eco. «L’Anima Vincolata» mormorò qualcuno. Poi un altro, e poi l’intera folla ripeté quelle due parole, un’onda che cresceva su se stessa. I più vecchi caddero in ginocchio. Una donna scoppiò a piangere. Le guardie si scambiarono occhiate sconvolte. Io non capivo quel legame, quel marchio. Ma il volto di Eryx mi diceva che lui sapeva. Non sorrideva più. La sua maschera di noia era andata in frantumi, sostituita da un’espressione che non gli avevo mai visto: uno stupore grezzo, quasi vulnerabile. Scese i gradini lentamente, gli occhi fissi su di me. Consiglieri, guardie, tutti si scostarono senza che lui dovesse dire una parola. Salì sul patibolo, si fermò a un passo, e per la prima volta sentii il suo odore: cuoio, notte, brace fredda. «Tu» mormorò. «Proprio tu. Qui. Adesso.» La voce gli tremava appena. Quella crepa nella sua sicurezza mi gelò più dell’ordine di esecuzione. «Hai ucciso la mia famiglia» gli sputai addosso. «Sì.» «Ho cercato di ucciderti.» «Sì. Per poco non ci sei riuscita.» Quella confessione mi mozzò il fiato. Non c’era ironia. Solo una constatazione. «E adesso? Questa luce cambia qualcosa?» Mi guardò a lungo. Il marchio viola pulsava sul suo petto, rispondendo al mio. Lo sentivo fisicamente, il legame, come un filo teso tra i nostri cuori. Poi si voltò verso la folla e disse a voce alta: «Liberatela. Annullate l’esecuzione. Preparate il matrimonio.» La parola colpì l’aria come uno schiaffo. Le grida esplosero, alcuni protestavano, altri urlavano di gioia, un clamore immenso che saliva dalla piazza. Io restai in ginocchio, i pugni serrati, il marchio che bruciava. La mia mente rifiutava di accettarlo. Ha ucciso i miei e crede che io lo sposerò. Crede che io lo salverò da una maledizione, da una profezia, da qualunque cosa sia. Alzai gli occhi verso di lui. Mi sovrastava di tutta la sua statura, ma nel suo sguardo vidi altro, oltre l’arroganza. Un’inquietudine, forse, o una preghiera. «Ti ucciderò» mormorai, abbastanza piano perché lo sentisse soltanto lui. «Matrimonio o no, marchio o no. Ti ucciderò.» Lui si chinò, il viso a pochi centimetri dal mio, e sentii il suo respiro sulle labbra. «Provaci» rispose in un soffio. Si raddrizzò, girò i tacchi e scese dal patibolo con la stessa lentezza calcolata dell’andata, come se niente potesse mettergli fretta. Io rimasi in ginocchio nella luce viola che svaniva, circondata da guardie atterrite che non osavano più posarmi una mano addosso. Alla fine il capitano della guardia si avvicinò, esitante. «Da questa parte, mia signora… Il re ha ordinato che siate condotta agli appartamenti d’onore.» «Non sono la signora di nessuno» risposi senza guardarlo. Mi alzai da sola, le gambe tremanti, e seguii la scorta senza aggiungere altro. I lastricati scorrevano sotto i miei piedi, la folla si apriva davanti a me come un mare in tempesta, alcuni tendevano la mano, altri sputavano per terra. Il marchio sul mio petto continuava a pulsare piano, e io sapevo che all’altro capo di quel filo Eryx sentiva ognuno dei miei passi. Una sola parola mi vorticava nel cranio come un avvoltoio. Matrimonio. Matrimonio con il mostro. Matrimonio con l’uomo che aveva incendiato la mia famiglia. Mai.

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