amen e lode a Dio. Sudava e scavava velocemente, sperando di concludere prima che i soldati lo trovassero. Urla incomprensibili, e passi risuonarono nella chiesa.
Anabasys si trovava nel luogo ove sarebbe sorto l’altare principale e quindi poteva vedere le ombre avanzare. Erano solo quattro, da quello che poteva vedere dalla luce delle fiaccole, tutti coperti di pioggia e forse di sangue. Sembravano annusare l'aria, per sua fortuna aveva spento la torcia dietro di lui, un secondo prima che gli uomini entrassero, ma nulla aveva potuto fare per le altre due, poste ai lati della struttura. Questo gli dava un minimo vantaggio. Poteva passare rasente al muro di pietra e dietro le tre colonne grandi sperando di non essere visto.
I soldati si avvicinavano minacciosi. Anabasys aveva paura, ma decise di tentare la fuga. Silenziosamente iniziò a muoversi dietro le colonne, mentre gli uomini avanzavano guardandosi attorno, come se sapessero che lui era lì. A un certo punto i Nibbi Neri passarono a pochi metri da lui, e si fermarono. Si scambiarono qualche parola e iniziarono a girare dietro la colonna. Il frate fu preso dal panico e senza pensarci indietreggiò nel buio alle sue spalle, quasi cadendo in una buca poco profonda. Senza pensarci si calò cercando di fare meno rumore possibile e attese. I bianchi mantelli degli uomini erano la sola cosa visibile nell’ oscurità, mentre esploravano con occhi famelici i dintorni. Accovacciato nel buio, con gli occhi offuscati dalle lacrime e la testa che gli pulsava dolorosamente Anabasys si trovò a pregare con forza il suo Dio il quale, per una volta, parve ascoltare, perché dopo un po’ i guerrieri stanchi di vagare per quel posto semi abbandonato, privo di tesori o di altre cose utili per la loro sopravvivenza, decisero di andarsene, non prima di aver sputato sul crocifisso e urinato proprio nel posto dove era nascosto l’artefatto, urlando qualcosa che sembrava una sfida al cielo stesso.
Rimase lì con il cuore che batteva all’impazzata, per un periodo di tempo abbastanza lungo che gli permise di ascoltare tutto l’odio dei Nibbi riversato sulla popolazione inerme. Il frate decise di ordinare alle sue gambe di muoversi, di uscire e tornare di corsa alla chiesa. Ricominciò la sua corsa sotto la pioggia battente, ma fu costretto a fermarsi quando vide che dal monastero usciva una moltitudine di mercenari, mentre la cittadina era tutta un rogo. La consapevolezza di quel fatto lo colpì come un pugno in pieno petto: la Militia Christi era stata distrutta per sempre in quella regione. Rimaneva solo lui. Sentì le lacrime scendere sulle guance e un singhiozzo gli salì dal profondo del cuore e lo spinse in ginocchio sulla terra umida.
Così perso nei suoi pensieri dolorosi non si accorse di una figura alta, un tutt’uno con la notte che sbucava alle sua spalle. La nera armatura era coperta di sangue, gli occhi erano rossi di odio e vendetta. Non emetteva suoni ma squadrava il frate di spalle. Nella sua mano una spada grandissima, quasi il doppio di una normale alabarda, scintillava ai fulmini mentre l’acqua piovana lavava via il sangue dalla lama. Anabasys improvvisamente sentì una voce nella sua testa «Il tuo maestro è stato sciocco a non parlare. Avrebbe potuto salvare il suo pietoso Ordine e la cittadina, ma così non è stato. Non capite vero, che lavoriamo per la stessa causa? Spero che tu sia più intelligente di lui.»
Il giovane frate cadde per terra sputando sangue a causa del dolore nella testa. Sopra di lui torreggiava Hustag. Non fu la spada né la nera armatura a farlo urlare, neppure gli occhi di fuoco che erano fissi su di lui, bensì la testa del suo maestro tenuta per i capelli dal Nibbio. Lo sguardo del suo antico mentore imprigionato nel freddo della morte era di puro orrore.
«Ora, tu parlerai. Altrimenti, conosco infiniti modi per farti morire…»
Il giovane osservò la morte che gli veniva incontro e si fece il segno della croce. «Perché io non son degno di partecipare alla Tua Mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato.»
Hustag ebbe un fremito di odio, si avvicinò lentamente al ragazzo sollevandolo per il collo affinché i suoi occhi azzurri guardassero diritti nei suoi e disse con voce che aveva il rumore del tuono che si schianta su di un monte: «Scegline uno…»
L’urlo di Anabasys si perse nella notte misto a quello di terrore e dolore di metà della popolazione di Vellano.
DISCOVERTA.
Locuste diciassettenni
Vellano 10 luglio 2009
La noia del mese che passava pregno di promesse che non si sarebbero mai realizzate era ben visibile sul viso dei tre ragazzi stesi su di un prato sulla collina di Vellano. Mario, con i suoi occhiali doppi e le sue T-Shirt anni Ottanta, pochi capelli e sguardo sincero, Giulio magro ed emaciato, mento lungo e occhi neri profondi, unico dei tre con i capelli lunghi e Aldo, calvo, per scelta, diceva lui, robusto con occhiali meno forti del cugino Mario, ma comunque cieco se li toglieva.
Il primo con la passione profonda per la religione Buddista e le cospirazioni, il secondo appassionato di sport e sesso, e il terzo per la tecnologia e l’alcool, tutti e tre disillusi, romantici e sognatori, come lo sono tutti i teen-ager. «Allora?»
«Allora cosa?»
«No, dico che facciamo? Sono le tre e mezza e fa un caldo da morire.»
«Andiamo al lago?»
«Ottima idea Cico, solo mezza Vellano sarà lì!»
«E allora dove andiamo?»
«Scusate, posso dire una parola?»
«Dai Mario, illuminaci...»
«Quando hai finito... Beh… vedete poco lontano da qui c'è una vecchia chiesa sconsacrata, io direi di andarci, inoltre so che fa un fresco incredibile, davvero!»
«Mario, ti senti bene? Io in chiesa? Ma dai...»
«No, no, potrebbe essere una buona idea.»
«Sì, per te che sei cattolico, Giulio, ma per me che sono ateo e che non entro in chiesa da quando mi sono, purtroppo, battezzato….»
«Piantala con le cazzate! È un luogo fresco no? E poi è sconsacrata.»
«Sì, ma sempre chiesa è.»
«Va bene, io vado, chi vuol venire mi segua.»
«Ciao caro» disse Giulio montando sulla bicicletta e seguendo il suo compagno che già si perdeva in lontananza.
«E va bene spaccacazzi, arrivo!»
Rimontato in bicicletta si avviò dietro i due amici fino a raggiungere il luogo prescelto. Era luglio inoltrato e i tre si godevano l’estate, come solo tre allegri diciassettenni sanno fare, quando hanno comunque un tetto sopra la testa, un letto dove dormire, soldi dati dai genitori e una vita davanti, sapendo nel loro animo che l’anno seguente ci sarebbe stata la temuta maturità che li avrebbe impegnati e impedito di vedersi come facevano da più di dieci anni, a cui sarebbe seguito, forse, un triste ma inesorabile allontanamento. Anche questa è la vita.
Quella estate doveva essere l’estate con la “E” maiuscola, da godersi fino in fondo, facendo tutto quello che era in loro potere, legale o meno. Il fatto che i genitori di Aldo e Mario fossero in vacanza assieme e sarebbero tornati solo a fine mese giovava molto ai loro propositi.
Dopo qualche minuto di pedalata, cosa facile per Giulio e Aldo, molto di meno per Mario che era lento come una lumaca per sua natura e ammissione, giunsero nei pressi della chiesetta, si fermarono e la guardarono chiedendosi come mai non fosse mai stata completata e fosse abbandonata praticamente da sempre. La storia della chiesa era misteriosa, nessuno la sapeva del tutto. Era una vecchia e cadente costruzione francescana, iniziata nei primi anni del quattrocento e mai portata a termine a causa di due eventi singolari. Il primo aveva come oggetto un esercito di mercenari che aveva devastato Vellano in cerca di qualcosa che non era stato trovato, il secondo riguardava l’Inquisizione, pare che fosse stata visitata senza alcun risultato da un inquisitore che sosteneva che il male vi si annidasse e che quindi l’avesse abbandonata in fretta e furia segnalando alla Curia di Roma la città come covo di dannati irrimediabilmente perduta, fatto che fu causa di innumerevoli problemi al borgo e ai suoi abitanti.
Dopo più di cento anni i francescani avevano cercato di riprendere la costruzione, ma dopo qualche anno uno strano e inspiegabile incendio ne aveva distrutto una parte. I frati non si erano arresi e avevano cominciato la ricostruzione di nuovo, così pur vivendo in pace, si era sparsa la voce che adorassero un’entità malvagia e corrotta e ciò aveva fatto sì che i fedeli si allontanassero da loro. La situazione venne aggravata da alcuni strani personaggi vestiti di grigio che si facevano chiamare «Soldati di Cristo», i quali sostenevano che un tempo lì era sorto il loro grande e nobile ordine e che loro erano gli unici e veri protettori dei perseguitati, che l’ordine francescano sapeva solo parlare e non agire e che stava lentamente venendo corrotto dal male che si annidava nella città, inoltre parlavano di un debito di sangue da pagare. I francescani tuttavia non si erano dati per vinti, erano rimasti a Vellano, fino a quando una notte di giugno avvenne la brutale uccisione di un frate, trovato attaccato nudo a un albero, in una parodia di crocifissione, svuotato degli intestini, gli occhi cavati, le unghie divelte, il tutto mentre era ancora vivo, omicidio che ne ricordava uno simile perpetrato a metà del Quattrocento sempre a Vellano. Accusati dai Miliziani di sacrificio umano e temendo una persecuzione violenta, i Francescani avevano abbandonato il paese per non farvi ritorno se non molto tempo dopo. La Militia Christi era rimasta lì fino all’avvento del nuovo millennio, poi qualcosa era accaduto e una notte l’intero ordine era scomparso nel nulla.
Il cattolicesimo pian piano aveva ripreso piede, e adesso i buoni frati custodivano con sorriso benevolo Vellano. I tre amici ignoravano queste storie, non gli importava. Quello che contava era un buon posto per ripararsi dalla canicola estiva.
«Eccoci qui» esordì Mario.
«Niente male, aperta campagna, nessuno che ti vede o sente. Come lo conosci questo posto, Mario?»
«Te lo dico io,» disse Aldo «ci è venuto con Cristina.»
«Ah sì? E a fare cosa?»
«A fottere!» Risero entrambi, Mario un po' meno. Giulio incalzò l’amico: «Aldino, e tu? Quando guarirai dalla tua malattia di fine secolo? Ancora un altro anno e io inizierò a chiamarti Dawson davanti a tutti, giuro!»
Mario esplose in una risata allegra e serena, mentre Aldo mostrò il medio all’amico e chiese: «Allora, come ti va con Cristina?»
Aggiustandosi gli occhiali, mutando d’ improvviso umore, Mario disse: «Ne possiamo parlare dentro? Sto morendo di caldo.» E si avviò.
La costruzione era in sfacelo, il tetto, mai del tutto completato, era crollato da un lato e le panche erano a pezzi e semi marcite. Il pavimento aveva resistito, ma l’erba e l’edera si erano infiltrate nelle crepe. Rimaneva poco della chiesa originale, per lo più qualche affresco di santi e passi biblici coperte di scritte di tutt’altro tenore. C’era un altare mezzo crollato e segni di fuochi accesi, sicuramente di barboni, in un angolo un confessionale marcito e cadente. Faceva fresco, questo contava, e i tre ragazzi si sedettero per parlare e riposare.
«Allora, Mario, dicci, dicci: scopi?»
«Aldo, che cazzo, un po' di tatto. Scusalo Mario, dimmi, te la fotti?» altre risate seguirono queste triviali e grevi affermazioni.
«Ecco, se lo volete sapere, la prima volta che lo abbiamo fatto è stato qui!» esplose Mario con un ghigno. «E ora che fate, ammutolite?»
« Oh cazzo, hai capito l’amico?»
«Certo, mica sono tutti omosessuali come te, Aldo.»
«Vero, vero, e tu lo sai bene mi pare amico mio! L’altra sera gemevi sotto di me come una giovenca montata!»
«Io? Ma dai, non applicare a tutti quello che piace a te...» disse Aldo ridendo tra i baffi mal curati che andavano formandosi sulla sua faccia regolare e a volte bella.
«Lasciamo stare, che è meglio. Ti devo delle scuse cugino. Non lo sapevo! Me lo potevi dire però! Come è stato?»
«Come credi che sia stato? Non so, molto delicato. Ho provato a pensare ad altro mentre lo facevo, seguendo i vostri consigli, ma quando l'ho vista che mi fissava con gli occhi semichiusi gemente, ecco, sono venuto subito.»
«Che pippa che sei!» Esplose Aldo.
Mario annuì. «Cosa triste davvero. Sapete» continuò «con lei sto davvero bene. Mi fa sentire vivo e le nostre diversità sento che si stanno appianando. Eppure, per qualche motivo, non sono tutte rose e fiori. Io so di amarla veramente, ma lei dice che vuole l’amore libero e cose così.»
«Però ha due tette da urlo.» aggiunse distratto Aldo.
«Mi piacerebbe farci un giro prima o poi.»
Un sasso piccolo colpì il ragazzo in testa, il quale osservò il cugino con aria di sfida, sorrise e tacque.
«Eh, le donne, le donne...» disse Giulio «Tutte stronze.»