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927 Words
1– Ora sembriamo davvero sorelle – disse Nora sorridendo. Anche la sconosciuta sorrise: un sorriso incerto che si tramutò in una piccola smorfia patetica. – Perché non mi dici come ti chiami? – No. Il nome no. – E si allontanò dallo specchio, quasi avesse paura della sua immagine. Gli abiti le stavano un po’ larghi, ma lei non aveva mai indossato indumenti così fini e morbidi. Le piaceva soprattutto la camicetta di seta grigia che le scivolava leggera sui fianchi. Comunque nemmeno gli abiti nuovi erano riusciti a distrarla dalla sua pena. Nora finì di pettinarsi, poi gettò il pettine nel beauty case. L’aveva appoggiato sul bancone del lavandino e si era sporcato di bianco. Dentifricio, probabilmente. Fece una smorfia. Questi Autogrill diventano sempre più invivibili, pensò guardandosi allo specchio. Quello che vide le piacque molto, come sempre: un fisico ancora snello, lunghi capelli ricci trattenuti da un elastico, occhi grigi e nebbiosi, come certe mattine sul mare. Nora si lasciò sfuggire un sorriso. – Hai fame? – chiese. – Ho una figlia – disse all’improvviso Nora. Mise la freccia ed uscì nella corsia del sorpasso. Qualcuno le lampeggiò, ma lei non ci fece caso. La notte aveva steso i suoi colori di velluto sulla campagna e si era alzato il vento. – Eh sì, una figlia di sedici anni che studia a Parigi. Ci sei mai stata? L’altra fece segno di no. – Fa l’Erasmus – continuò Nora imperterrita. –È molto carina e ribelle. Anch’io alla sua età ero come lei, non così bella, però! Angelica ha dei colori incredibili! L’incarnato della bionda e i capelli scuri come i miei e i tuoi. La sconosciuta si toccò i capelli. – Quando arriviamo? – domandò con ansia. – Siamo ancora lontane. – Ma arriviamo, vero? Nora fece una smorfia. – Certo che arriveremo. E che diamine! – Non so perché ho deciso di fare questo passo – disse ad un certo punto Nora. Più che altro parlava a se stessa perché la sconosciuta si era addormentata, la bocca aperta, un filo madreperlaceo di saliva sul mento. – Però sono molto contenta di essermene andata. Sai, non so quando ho deciso di lasciare tutto; ci pensavo, certo, ma sempre stando ai margini del problema... Forse avevo paura, che ne dici? Anche questa mattina, uscendo di casa, non ero del tutto sicura. Ero molto agitata, molto tesa! Lasciare Riccardo e Angelica, sparire per sempre! Ero davvero turbata! Il cuore mi dava certi balzi! Continuavo a guardare l’ora e mi dicevo che ero ancora in tempo per tornare a casa, vestirmi elegante e raggiungere Riccardo a teatro. Sai, ieri sono stata in banca e ho ritirato tutti i miei risparmi, e poi ho preparato le valigie, ho messo dentro poca roba comoda, faccio sempre in tempo a rifarmi il guardaroba, no?, e le ho portate in macchina. Insomma, mi ero decisa. Finalmente pensavo con la mia testa, capisci? – Nora s’interruppe per bere un lungo sorso d’acqua. – Ho sempre fatto tutto quello che volevano gli altri: ho studiato lettere per compiacere mia madre, mi sono sposata con Riccardo perché piaceva a papà, ho fatto Angelica perché non sia mai che non avessi un figlio! L’auto correva veloce nella notte lasciandosi dietro paesi sprofondati nell’oscurità e posti di ristoro che rilucevano come alberi di Natale. Al prossimo mi fermo, pensò Nora – Oggi è il mio compleanno... Sono sicura che Riccardo non me lo perdonerà mai! Un paio di ore fa l’ho anche chiamato, ma quando ho sentito la sua voce non me la sono sentita di parlargli. Non avrei saputo cosa dirgli. – Nora scalò una marcia e portò la macchina sulla corsia esterna. – Ora ci facciamo un bel caffè. Che ne dici? La sconosciuta aveva aperto gli occhi. – Dove siamo? – chiese con la voce impastata di sonno. Nora fece spallucce. – Da qualche parte vicino a La Spezia. Una bella tirata, no? Ma l’altra sembrava attratta solo dalle luci del bar che scintillavano nella notte. Intorno a loro i tir formavano un labirinto scuro e oleoso entro il quale, Nora ne era convinta, poteva accadere di tutto. Sorrise alla sconosciuta e la prese sottobraccio. – Vieni – disse sorridendo. – Andiamo a farci questo caffè. Nora sorbiva lentamente il cappuccino e intanto pensava a quello che avrebbe fatto nell’immediato. La stanchezza cominciava a farsi sentire, tuttavia non si era sentita mai così bene come in quell’ora notturna, con il cielo pieno di stelle e l’aroma del caffè sulle labbra. La sua compagna di viaggio era sparita da una buona mezz’ora, lasciando sul tavolo una logora borsetta di perline. Di un kitsch!, pensò Nora guardandola. Aveva incontrato la sconosciuta al casello di Civitavecchia. Se ne stava rannicchiata in un angolo, indifferente alle macchine che le sfrecciavano accanto. Indifferente e spaventata, aveva pensato Nora. Perché si era fermata chiedendole se avesse bisogno di qualcosa? Forse si era lasciata intenerire dal suo sguardo, o forse dal vestito: un abituccio a fiori, troppo leggero per quel pomeriggio d’ottobre. – Le serve aiuto? – aveva domandato. La sconosciuta aveva alzato uno sguardo liquido e ambrato che l’aveva subito conquistata. Ora di lei rimaneva la borsa sformata e il sacchetto dei vecchi abiti dei quali, nonostante la sporcizia e l’odore, non aveva voluto disfarsi. Servono, aveva detto. Nora l’aveva praticamente rivestita: pantaloni, camicia di seta, biancheria e un paio di mocassini avevano sostituito l’abito a fiori e le orrende scarpe da ginnastica. – Così starai al caldo – aveva esclamato Nora, che aveva visto in quel dono la conferma della sua nuova esistenza. Il modo migliore per incominciare, aveva pensato. La sconosciuta aveva accettato gli abiti in silenzio e gli occhi erano rimasti seri. Seri e spaventati. Chissà chi è, si disse Nora. La sua mano si mosse lentamente verso la brutta borsetta dove, ne era sicura, avrebbe scoperto il mistero. Nessuno gira senza documenti. E che diamine!
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