2L’aula 14 della Scuola di polizia di Begato ha una grande parete a vetri dalla quale in certe mattine si riflettono, in un gioco di specchi, le case del quartiere Val Torbella. Piccoli frammenti luminosi che rallegrano l’aula bianca e senza storia, dove gli agenti lasciano messaggi sui tavoli di plastica, come studenti qualsiasi.
Quella mattina il gioco delle luci era più intenso di altre volte e Antonio Maffina, vicequestore della Squadra Mobile di Genova, l’osservò con interesse per alcuni istanti, senza decidersi ad iniziare. Alto e magro, i capelli grigi tagliati molto corti, un sobrio abito scuro ravviato da una cravatta chiara, non sembrava affatto un poliziotto. Ma del resto nemmeno gli agenti che affollavano l’aula lo sembravano: la maggior parte era in borghese, vestita come vanno vestiti i giovani di tutto il mondo.
Quando Maffina parlò lo fece nel modo calmo e pacato che gli era abituale, ma i suoi occhi tradivano una sorta di agitazione interiore, che nulla aveva a che vedere con la lezione che stava per tenere. – Una mia cara amica – esordì aprendo il quaderno degli appunti. – paragona spesso una indagine poliziesca alla ricerca storica, perché è nel passato che ci sono tutti gli indizi per capire quello che succede nel presente. – Fece una pausa e gli occhi misero a fuoco qualcosa che solo lui poteva vedere. Il viso magro e scavato aveva una espressione dura che cercò di mitigare con un sorriso. Infine si riscosse. – Mi piacerebbe che anche voi cominciaste ad entrare in questo ordine di idee...
Nell’aula il brusio era cessato e gli agenti lo ascoltavano attenti.
– Bella lezione – disse l’ispettore Lo Pascio mettendo in moto l’Alfetta. – Forse ha insistito troppo con il parallelo storico.
Maffina si domandò se le parole di Lo Pascio nascondessero un complimento o una critica. Lo guardò polemico, infastidito dall’osservazione. L’ispettore aveva il viso stanco, e Maffina pensò che non stesse bene. – Hai fatto tardi questa notte, Lopà?
– Perché?
– Sei conciato da paura.
Lo Pascio ridacchiò. – Avevo un giro.
Maffina lo fissò di nuovo, questa volta con espressione più benevola, quasi paterna. Lopà portava i capelli rasati secondo la moda in voga tra i poliziotti, e indossava pantaloni larghi e ampi di foggia militare. Il vicequestore, che amava i toni pacati, sobri, e comprava i vestiti in un negozio inglese in vico del Fondaco, scrollò la testa e represse un sorriso. – Dovresti venire dal mio sarto, Lopà. Magari lui ti dà un’aggiustatina, eh?
– Alle ragazze piace come mi vesto.
Maffina si chiese se si riferisse ad Erica con la quale aveva avuto una breve storia un anno prima. – Buon per loro – disse con aria fintamente indifferente.
Lo Pascio portò la macchina a ridosso della garitta e si mise diligentemente in coda. – Fra un po’ di qui non passerà più nessuno – osservò indicando l’andirivieni di camionette. – Mi hanno detto che hanno requisito tutti i parcheggi sotterranei per sistemare le vetture in arrivo. Sarà vero?
Maffina si strinse nelle spalle. – Si dicono tante cose...
– Sì, ma lei ci crede?
– Lopà, non lo so. A me non dicono mai niente. – Si pentì subito della sua ammissione, ma Lopà sembrò non farci caso e continuò a cianciare di posteggi e di auto blindate.
Davanti a loro, oltre la strada e la garitta, si stagliava tozza e massiccia come un monolite tribale la Torre, il grattacielo in cui abitava il commissario capo Erica Franzoni.
Erica Franzoni lesse con una ruga di cipiglio il nuovo ordine di servizio, siglato Lucio Marciano. Scosse la testa e rilesse una terza volta. La prosa di Marciano, tenente colonnello dei Servizi speciali, era scarna ed essenziale, quasi minimalista. Non così il contenuto, però. Per tutta la durata del G8, scriveva Marciano, il commissario capo Franzoni e Antonio Maffina (Marciano aveva omesso di specificare la qualifica di quest’ultimo) avrebbero dovuto “rimanere a disposizione in questura” ed “eventualmente” coordinare “l’emergenza”.
Erica fu tentata di strappare il foglio in mille pezzi e rimandarlo al mittente. – Merda – disse a voce bassa. – Ma che merda!
– Rogne? – chiese l’agente semplice Ida Merenghini affondando i denti in una mela, la sua merenda di mezza mattina come amava definirla.
– Soliti casini burocratici – rispose Erica senza sbilanciarsi. Era una bella ragazza alta e sottile, dal viso serio e importante. Grandi occhi, bocca larga, zigomi marcati. Quella mattina indossava un paio di jeans grigi e una maglietta in tinta; allacciata intorno ai fianchi, come di consueto, la giacca a vento con il logo della polizia. I capelli erano trattenuti da un mollettone giallo; alcune ciocche le cadevano sul viso e lei, come sempre, prese a sciogliersi la crocchia, ad attorcigliarla e fermarla alla base della nuca. Era commissario capo da più di un anno, Ida, invece, non era riuscita ancora a passare il concorso e continuava a rimanere agente semplice. Erano diventate amiche quasi per caso; le univa una brutta storia che avevano vissuto insieme quando un avvocato aveva, all’improvviso, sterminato tutta la sua famiglia. Talvolta Erica pensava che quella sera ventosa di marzo di un anno prima aveva davvero cambiato la sua vita. Subito dopo un caso molto importante l’aveva tenuta inchiodata al lavoro per tutta l’estate, e quando infine aveva arrestato l’assassino si era trovata, da un momento all’altro, al centro dell’attenzione non sempre benevola dei colleghi. Forse era per questo motivo che aveva accettato l’amicizia di Ida; la ragazza non le faceva mai domande imbarazzanti e, soprattutto, non era pettegola come buona parte delle sue colleghe. Qualità che Erica apprezzava molto.
– Alle undici c’è quell’udienza in tribunale – le ricordò Ida.
Erica annuì con aria distratta. L’ordine di servizio le pesava tra le mani e lei cercò senza troppo successo di far finta di nulla. Non nell’immediato, almeno.
Lo Pascio tornò sull’argomento G8 quando si trovarono bloccati in mezzo al traffico. Inchiodò la macchina a mezzo centimetro da un tir e abbassò il finestrino. – E perché non sa niente? Del G8, intendo.
Maffina borbottò qualcosa d’incomprensibile.
– Non le va di parlarne, eh?
– No, se proprio non sono costretto.
– Io non la costringo di certo – disse Lo Pascio. Non sembrava offeso, piuttosto imbarazzato per aver toccato un argomento sgradito al suo superiore. Accennò ad un sorriso di scusa e tornò a concentrarsi sulla strada dove tir, autobus e macchine si contendevano il poco spazio a disposizione. Predatori nella savana, pensò Maffina con una smorfia. La metafora gli piacque e si lasciò sfuggire un sorriso. In quel momento arrivò la segnalazione.
– Inserisci la sirena – suggerì Maffina. – E andiamo a dare un’occhiata.
Lo Pascio ubbidì e portò la macchina nella corsia di destra, dove si aprivano gli accessi al porto.
Oltrepassarono lo scalo dei traghetti e s’infilarono in una zona che Maffina non conosceva assolutamente: un labirinto di container, di binari, di costruzioni lunghe e basse, di piloni che sembravano sorreggere il nulla.
Infine furono sul molo. Sul posto, c’erano già i colleghi della polizia portuale: due agenti semplici e un commissario che Maffina conosceva di vista. – Ho avvertito il medico legale e il gip – disse quest’ultimo. – Dovrebbero essere qui a momenti.
– Chi è stato a trovarlo?
Il commissario additò degli operai raggruppati in un angolo. Allungavano il collo e parlavano a voce alta. Maffina spedì Lo Pascio da loro e cercò di mettersi in contatto con Erica.
Erica uscì dal tribunale alle due del pomeriggio. Il tempo era nuovamente cambiato e l’aria sapeva di pioggia. In via Vernazza la folla abituale del lunedì. Non fosse stato per il numero spropositato di poliziotti sarebbe parsa una giornata normale. Ma non era così e anche l’aria che si respirava era diversa; nonostante i continui comunicati stampa rassicuranti, la tensione si percepiva in modo tangibile. Poliziotti e no global sembravano ignorarsi a vicenda, ma Erica intuiva che la tregua era solo apparente e del tutto momentanea.
Entrò in un bar e ordinò una cioccolata calda guardando curiosa un gruppo di giovani tedesche abbigliate come si usava negli anni Settanta: gonne lunghe sino ai piedi, sabot, nastri tra i capelli. Tra lei e le ragazze non ci saranno state più di dieci anni di differenza. Pensò melodrammatica: una generazione! Addentando la brioche, sorbendo la cioccolata, guardando la sua immagine riflessa nel grande vetro brunito.
– Avevi il cellulare spento? – chiese polemico Maffina detergendosi la fronte con un fazzoletto immacolato.
Ancora affannata per la corsa, Erica si appoggiò al cofano dell’Alfetta. – Ero in tribunale – si scusò ansimando vistosamente. – La Merenghini non gliel’ha detto?
– Non ho trovato nemmeno lei. Dove hai lasciato la macchina?
– Laggiù, all’inizio del molo. Non sapevo se qui si poteva fare manovra e così... – non completò la frase e si accese una sigaretta. – Mi dia i dettagli. Chi è stato a trovare lo scheletro?
– Gli operai del cantiere.
– Quando è arrivata la segnalazione?
– Circa due ore fa.
– E Lopà?
– Sta raccogliendo le testimonianze con Archibugi.
Archibugi era il gip. Erica aveva lavorato con lui qualche volta e lo trovava abbastanza simpatico. Sospirò. – Mi spiace – disse. Alle sue spalle il mare riluceva compatto e un gabbiano scese in picchiata sfiorando l’acqua con le sue ali bianche.
Il viso mummificato, raggelato in una espressione di stupore, era contornato da rade ciocche di capelli ramati. Erica si stupì che il colore fosse ancora così vivo e luminoso.
– A volte capita – disse il medico legale con aria indifferente. Seduto sui talloni, fissava quello che rimaneva dello scheletro. – Doveva essere una persona giovane.
Erica si chinò accanto a lui. – Guardi qua – disse indicando alcuni brandelli di stoffa inconsistenti come nebbia. – Sembra un abito estivo...
Il medico non si scompose. – Il tocco femminile. E comunque adesso che me lo fa notare... Per quello che ne so dovrebbe essere successo a giugno, giugno del ’42 mi sembra – fece gioviale. Aggiunse che non era molto ferrato in storia. Guardò gli scavi dubbioso. – Dobbiamo circoscrivere la zona. Non sia mai che ce ne sfugga qualcun altro.
– Ma il posto è stato bonificato o no?
Il medico annuì. – Più di una volta, ma la galleria era molto lunga ed era considerata un rifugio sicuro, mi spiego? È per questa ragione che quei poveretti hanno fatto la fine dei topi. – Scrollò la testa e riprese a fissare lo scheletro le cui ossa avevano la ferrosa consistenza della terra che lo ricopriva.
Seduto su una bitta Maffina guardava la grossa nave bianca ormeggiata due moli più in là. Di lì a poco sarebbe partita per mari lontani...
Il ritrovamento dello scheletro gli aveva procurato una sorta di paralisi mentale perché, nonostante tutti gli anni passati a giocare con la morte, non si era ancora abituato al suo devastante potere.
Pensò: sto invecchiando.
Si accese una sigaretta.
Pensò di nuovo: e forse sto sprecando la mia vita.
Sapeva di esagerare; nonostante gli anni avessero scavato il suo viso e ingrigito i capelli, era sempre un bell’uomo, alto e asciutto come quando aveva trent’anni e viveva a Torino con la sua ex moglie. Nel ricordo spesso Aurora si sovrapponeva ad Erica, e allora Maffina si chiedeva se il desiderio che provava per quest’ultima non nascondesse la voglia di catturare la giovinezza e fermarla, almeno per pochi istanti, prima che la Grande Nemica (così chiamava la morte) decidesse per lui. Alle sue spalle, intanto, i resti venivano caricate sul furgone delle imprese funebri comunali. Maffina si alzò con un senso di disagio, guardandosi intorno spaesato. Nessuno sembrava far caso a lui, come se in quel momento fosse del tutto trasparente.
Il bar in fondo al molo, un locale piccolo e dimesso, stava vivendo il suo momento di gloria perché Archibugi l’aveva momentaneamente requisito per coordinare le operazioni. Odore di caffè, di grappa e di segatura. Qualcuno aveva unito tutti i tavolini disponibili, formando un piano d’appoggio sul quale era dispiegata una cartina della zona.
Archibugi aveva un’aria scettica. – Mi spiegate a cosa serve? – disse indicando la mappa. – È passato mezzo secolo!
– Ma gli accessi ai moli, dottore, se permette...
Archibugi si tolse un invisibile granello di polvere dalla giacca. Era un bell’uomo di circa quarant’anni. In giro si sussurrava che fosse gay, ma forse erano solo malignità. Quel giorno indossava un abito chiaro e una camicia scura che gli conferiva un’aria vagamente da gangster. Sembrava uscito da un film degli anni Quaranta, non fosse stato per i capelli che portava abbastanza lunghi e ondulati. – Se permette, commissario, non me ne frega un accidente dei suoi accessi ai moli, tanto lo sappiamo benissimo come può essere successo – disse, e poi si rivolse a Maffina che se ne stava in disparte, apparentemente estraneo al battibecco. – Lei, vicequestore, che ne pensa?
– Penso che abbia ragione, naturalmente.
Archibugi annuì compiaciuto – E che hanno detto gli operai? – chiese poi rivolgendosi a Lo Pascio.
– Gli operai lavorano per una piccola ditta che ha preso in appalto la manutenzione di questo tratto di molo. Iniziano a mezzogiorno e finiscono intorno alle sei di sera. Oggi dovevano sgombrare l’area per via del G8, sembra che questa zona sia inserita all’interno di un percorso panoramico. L’hanno trovato così...
– Sarà un problema risalire ai parenti. Posto che ce ne sia qualcuno in vita, naturalmente – disse Archibugi con un’alzata di spalle.
Si aprì la porta ed entrò una donna sulla quarantina, alta, bionda, vestita di nero. Un filo di perle al collo, e una giacca di lino buttata negligentemente sulle spalle. I suoi occhi, privi di qualsiasi espressione benevola, si posarono sul gruppo di poliziotti. – Sono la dottoressa Fanciulli, del prie.
– E sarebbe? – chiese Maffina.
– Pubbliche Relazioni e Immagine Esterna. Del G8, naturalmente. Lei è il vicequestore Maffina? – e gli rivolse un sorriso algido e lunare.
– Come sarebbe poca pubblicità? – domandò Maffina.
– Sarebbe che non vogliamo interferenze negative. Sarebbe un disastro in questo momento. Lei capirà, spero – disse la Fanciulli.
Maffina represse un gesto di rabbia. – Non possiamo certo bloccare gli scavi.
– Non dico questo, certo che no. – Di nuovo affiorò il sorriso sbiadito e freddo. – Parlo di tamtam con i giornali, di rilevamenti esagerati e inutili. – La donna indicò la finestra oltre la quale si stendeva la linea grigia del molo e in fondo la massa colorata dei container. – Le transenne non sono necessarie, e nemmeno tutto quel nastro rosso e bianco. Questo intendo. – Si alzò di scatto. – Le do tempo sino a domani. Poi le transenne devono sparire. Intesi?
– Ma...
– Vicequestore si immagina l’effetto che possono fare alle delegazioni straniere? Cerchi di collaborare. Non le sto chiedendo molto, mi sembra.
Lasciarono il bar che l’aria si era fatta violetta e il porto era tutto uno sfavillio di luci. La nave bianca era salpata e Maffina guardò con rimpianto il molo deserto. In città lo chiamavano “il molo degli emigranti” perché proprio da lì i contadini dell’entroterra genovese partivano per le Americhe, come si diceva all’inizio del secolo. File cenciose di poveri cristi vestiti di nero, che parlavano il dialetto stretto e aspro dei monti dove la terra era avara, e coltivarla una fatica che ti rompeva la schiena. Forse era per questo motivo che i genovesi erano tolleranti con gli extracomunitari. Abbastanza tolleranti, si corresse subito Maffina. Davanti a lui Erica e Lopà questionavano vivacemente su chi doveva accompagnare chi, e come, e con quale macchina. Un tormentone al quale lui era ormai abituato, ma che lo faceva sempre sorridere. – Mi arrangio da solo – disse facendo un cenno di saluto con la mano. Camminare gli era sempre piaciuto e quella sera arrivare in questura fu particolarmente gradevole. Il tramonto sembrava non finire mai e il mare era un incendio rosso e porpora. In piazzale Kennedy il Genoa Social Forum stava organizzando un sit-in e la voce di Joan Baez riempiva l’aria.
Il tenente colonnello Marciano entrò nell’ufficio di Maffina senza bussare. Non salutò, limitandosi a lanciargli uno sguardo glaciale. – Mi parli dell’incidente – esordì. – Un fatto veramente increscioso.
Marciano era tarchiato, non troppo alto, completamente calvo, salvo una striscia di capelli, morbidi e sottili come lanuria, intorno alla testa. Mani larghe e tozze, pancia prominente. Nonostante l’aspetto da caricatura era un autentico duro, un militare che si era fatto le ossa sul campo e che ora era di stanza a Genova in veste di supervisore del G8.
Maffina si strinse nelle spalle. – Cosa vuole sapere?
– Tutto.
– C’è ben poco da dire, tenente colonnello. Quella zona del molo si trova proprio a ridosso di quello che rimane della collina di San Benigno. Pensiamo debba trattarsi di una delle vittime del bombardamento aereo del ’42.
– Conosco la storia, vicequestore. – Marciano fece una smorfia. – Mi hanno detto che lo scheletro è stato ritrovato abbastanza vicino alla Lanterna.
– Più o meno.
– Come sarebbe?
– Sarebbe che il percorso per raggiungere la Lanterna è più a monte, mi spiego? – Maffina sapeva dove voleva arrivare Marciano. Come la Fanciulli, anche lui probabilmente temeva interferenze esterne.
– Un percorso panoramico – disse il tenente colonnello con una punta di fastidio. – I tecnici mi hanno detto che hanno costruito un praticabile di legno a pelo del mare molto suggestivo e...
Maffina l’interruppe. – Si rilassi, colonnello. La Lanterna è al sicuro e così il praticabile.
– Mi sta forse prendendo in giro?
– No. Sto solo dicendo che il sito del ritrovamento è parecchio più a valle e che non dovrebbe interferire con eventuali visite guidate.
– Un episodio increscioso – ripeté Marciano; sembrava non conoscesse altra parola che spiegasse il suo stato d’animo.
Maffina si accese una sigaretta incurante dello sguardo di Marciano, poi prese una cartelletta azzurra. Trovò subito quello che cercava. Quando parlò il suo sguardo si inchiodò sugli occhi di Marciano. – Tenente colonnello, ho qui il suo nuovo ordine di servizio – disse mostrando un foglio spillato ad altri fogli. – Cosa significa?
– Esattamente quello che c’è scritto.
Maffina sospirò. – Coordinare la Volante mi sembra riduttivo tenente col...
Marciano l’interruppe con un gesto della mano. – Non c’è niente di riduttivo nel lavoro di un poliziotto. Lei dovrebbe saperlo. Si attenga all’ordine senza porsi troppe domande, vicequestore. Nell’esercito si usa così.
Da quando era stato promosso vicequestore, Maffina passava sempre ad Erica quei casi che, in un modo o nell’altro, potevano aiutarla nella sua carriera. Carriera veloce: a trent’anni commissario capo, nessun insuccesso, nessun caso irrisolto. Maffina vegliava su di lei come un padre affettuoso, o un amante geloso. I pettegolezzi intorno a loro due, entrambi di sinistra, entrambi fuori da ogni schema, fiorivano come papaveri a maggio. Alimentati dalle mitologie della questura, si gonfiavano rigogliosi, mostrandosi forti e protervi per alcuni giorni, e poi appassivano miseramente. Loro due facevano finta di niente e continuavano a comportarsi come avevano sempre fatto: Erica dando del lei a Maffina, e Maffina andando in Val Torbella per il caffè serale. Due chiacchiere, alcune risate (troppo poche!, pensava spesso Maffina), un bacio fintamente distratto sulla guancia prima di lasciarsi. A volte lui si chiedeva se entrambi non fossero troppo repressi, per lasciare, finalmente, che le cose andassero come, forse, dovevano andare.
Una notte Maffina aveva sognato che stava facendo l’amore con Erica; un sogno irto di presagi, funestato da simbologie mortuarie: treni, improvvise partenze, telefoni che squillavano a vuoto e la sabbia che scivolava inesorabile dalla clessidra... Dopo quel sogno, banale nella sua folgorante chiarezza, Maffina si era preso una vacanza di alcuni giorni e aveva raggiunto Annalisa a Torino. Era inverno e la città sonnecchiava sotto la brina e la nebbia. Avevano visto il Falstaff al Regio e Ronconi al Carignano; avevano passeggiato lungo il Po, fatto l’amore di pomeriggio come piaceva ad Annalisa, risistemato lo studio della villetta di via Dante dove Annalisa abitava da sempre. Maffina non aveva mai parlato del sogno ad Erica e lei non gli aveva chiesto nulla della vacanza. La vita li aveva risucchiati e loro non si erano opposti...
Certe scelte si pagano, pensava talvolta Maffina. Lo pensò anche quella sera, mentre il taxi risaliva verso la Val Torbella, e questo pensiero non era affatto consolatorio, ma piuttosto la prova lampante dell’impossibilità di affrontare il problema in termini precisi e chiari. Scese dal taxi di malumore e lo era anche quando Erica venne ad aprirgli. La trovò in pieno trasloco, infilata, come d’abitudine, in una maglia informe che lasciava scoperte le lunghe gambe abbronzate. Maffina notò che era scalza.
– Forse ho fatto male a venire – disse, guardando preoccupato il soggiorno dove si ammassavano libri e mensole.
Lei scrollò le spalle, indifferente. – La nuova libreria – disse come se facesse le presentazioni. – Me l’hanno consegnata mezz’ora fa. – Nonostante avesse parlato con asprezza, si capiva che era contenta. – Fra un’ora è tutto sistemato – continuò impugnando un cacciavite.
In realtà impiegarono tre ore a montare la libreria e a sistemare i libri. Erica aveva acceso lo stereo, rock duro che Maffina non conosceva assolutamente, e aveva stappato una bottiglia di vino bianco. La notte si appoggiava sui vetri, dolce e morbida come una carezza, e una lunga fila di automezzi blindati risaliva lentamente il quartiere.
Che avesse ragione Lo Pascio?
– Esistono posteggi sotterranei in zona? – chiese Maffina.
Erica non lo sapeva.
Rimasero a lungo a guardare, mentre la coda di jeep si assottigliava piano piano, sino a scomparire del tutto.