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1590 Words
3Quel martedì mattina Erica aveva indossato la tuta con il logo della polizia ed era andata a correre dalle parti di Torrazza. Era uscita di casa verso le sei e aveva imboccato un sentiero che aveva scoperto solo da poco. S’inerpicava lungo il crinale della montagna, aggirava piccoli nuclei di case contadine, e infine spariva nei boschi che circondavano il Forte, una costruzione massiccia e imponente che risaliva al 1600. Il sentiero era deserto e correre era piacevole. I suoi piedi affondavano nell’erba umida e grassa, e lei si sentiva magnificamente. Odore di campagna e di vento, e un lontano vibrare dell’aria segno che la Valpolcevera si stava risvegliando. Da quella altezza i dettagli più brutti e miseri sparivano; rimaneva una lunga fuga di tetti, un affastellarsi di case dai colori sbiaditi attraversate dal solco largo e grigio del Polcevera. Erica si fermò ansimando, rivoli di sudore lungo la schiena, i polmoni che pompavano aria. Dal marsupio prese una barretta di cioccolata e la mangiò passando in rassegna agli impegni della giornata e facendo un elenco delle persone che avrebbe dovuto contattare. Con un mezzo sorriso pensò: Marciano permettendo. Mangiò un’altra barretta e poi, sempre correndo, tornò verso casa. Arrivò in questura alle nove, stupendosi di trovare l’ufficio deserto. Divideva la stanza con Lo Pascio e in genere l’ispettore era molto mattiniero. Si attaccò al telefono interno e chiamò Ida Merenghini. – L’ispettore Lo Pascio è in sede? – chiese accendendo il computer. – Non sai niente? – No. Cosa dovrei sapere? – Aprì la posta elettronica e controllò le e-mail. – L’ispettore Lo Pascio è stato distaccato al Centro Informatico di Pré, per tutta la durata del G8 – disse Ida – Il dottor Maffina non ti ha avvisata? – No. – Maffina ha chiamato verso le otto, ma tu non eri ancora arrivata. Ida la stava implicitamente rimproverando, ed Erica ascoltò le parole dell’agente sempre più perplessa. – Adesso ho da fare, Ida. Puoi passare da me fra mezz’ora? La giornata iniziata così bene minacciava di diventare tutt’altra cosa. Chiamò Maffina sul cellulare. – Ho saputo di Lopà – esordì, saltando tutti i preamboli e venendo subito al dunque. – È stato il tenente Sciapiro a volerlo. Per Lopà è un’occasione importante, Erica. Coordinerà tutto il lavoro informatico. Porta pazienza; il suo distacco è solo momentaneo. – Dice? – Erica, al riguardo, era molto scettica. Sciapiro lavorava nei Servizi Speciali ed era distaccato nel commissariato di Pré, all’interno della Zona Rossa. Di Genova conosceva virtualmente ogni più piccolo dettaglio e, anche se era arrivato solo da due mesi come contingente temporaneo, girava la città con l’aria di chi ci è nato. Erica non condivideva praticamente nulla di quello che diceva e faceva. I suoi occhi si posarono sulla scrivania di Lo Pascio, come sempre perfettamente in ordine. I dischetti inseriti in una scatola di cartone, il computer nascosto sotto una custodia di plastica trasparente per proteggerlo dalla polvere, le pratiche meticolosamente impilate una sull’altra. – Ci sono novità? – stava chiedendo Maffina. Erica si attorcigliò una ciocca intorno alle dita. – Non lo so – disse brusca. – Sono appena arrivata. Ida si presentò solo un’ora dopo in tenuta antisommossa: giubbotto antiproiettile, stivali al ginocchio, cinturone ad estrazione rapida. In mano aveva una serie di fogli spillati. – Controlli allo stadio Carlini – disse con un certo sussiego. – Dovrei già essere là. Erica avrebbe voluto ribattere qualcosa ma si trovò a corto di parole. – Hai chiamato Archibugi? – si limitò a dire. Si passò una mano tra i capelli e rimase in attesa. – Ho lasciato detto sulla segreteria. C’è altro? – Per ora no, però potrei avere bisogno di te quindi appena finisci al Carlini fatti viva. Quando termina il tuo turno? – Dovrei essere di ritorno nel pomeriggio. – Meglio che niente. – Il colonnello Marciano ha detto che il Carlini ha priorità assoluta, mi spiace. – In realtà non sembrava affatto dispiaciuta, e continuava a fissarla con aria di sfida. Un’esaltata, pensò Erica con una punta di paura. – E con tuo fratello come la mettiamo? Nemmeno una settimana prima Ida le aveva parlato del fratello, una tuta bianca, che si era fatto tutte le manifestazioni no global compresa quella di Napoli, dove era stato pure fermato e malmenato. – Che c’entra Francesco, scusa? Comunque non è al Carlini, o almeno credo. Ma che merda di momento!, si disse Erica. Non si riferiva solo al G8, né al distacco di Lopà, né all’improvvisa alzata di scudi di Ida. Era come se il tempo l’avesse afferrata nella sua spirale, consentendole d’intravedere, solo per una frazione di secondo, uno scorcio di futuro. Rabbrividì. Più tardi avrebbe ricordato quella giornata con rabbia. La stessa che si prova quando la vita ti dà una brusca sterzata, tutto cambia e nulla è più come prima. Archibugi le telefonò verso mezzogiorno. – Sei libera per il pranzo? Erica rispose che, in genere, non pranzava. – Un panino, o una cioccolata – disse fissando un punto sulla parete. – Be’ anch’io mi tengo leggero. All’una davanti al Cineplex – disse senza darle il tempo di controbattere. Quella zona del Porto Antico sembrava un set cinematografico, ma Erica sapeva che era solo apparenza e che la folla vestita di scuro non era sul libro paga delle comparse. Salutò qualcuno che conosceva di vista e puntò verso i Magazzini del Cotone. Archibugi l’aspettava seduto su una bitta, un sacchetto di plastica in mano, i capelli trattenuti da un elastico. Lei gli sorrise. – Come prevedevo non sono riuscito a risalire al nome – esordì il gip. – Ma questo era prevedibile, perciò ho deciso di rimandare tutto a dopo il G8. Quello scheletro è rimasto insepolto per cinquant’anni. Giorno più, giorno meno... – Alzò gli occhi su di lei. – Sei d’accordo anche tu? – chiese. Erica si strinse nelle spalle. – Sei tu il magistrato. Archibugi aveva preso a rovistare nel sacchetto di plastica. – Mi sono attenuto alle consegne. Panini al formaggio e cioccolata fondente. Spero sia di tuo gradimento. Erica scoprì di avere molta fame. – Va benissimo – disse. Spense la sigaretta e mise la cicca in un fazzolettino di carta. – Detesto sporcare per terra – spiegò sorridendo. – Ho letto il tuo libro – disse all’improvviso Archibugi. – Questa notte, tutto di filato. Erica arrossì. La sua tesi di laurea verteva sul primo caso di delitti seriali verificatosi in Italia. Anni prima una piccola casa editrice si era fatta avanti e l’aveva pubblicata con una copertina mozzafiato, quasi si trattasse di un pulp. Arrossì di nuovo. – Acqua passata – disse facendo un gesto con la mano. Archibugi non era dello stesso parere. – Scrivi molto bene – disse. – E hai una passione innata per la storia. Si capisce subito. Per questo ti ho portata qui. In quella zona del porto il mare era una grigia massa d’acqua immobile appena increspata dal vento. Il molo era deserto, il bar dove avevano coordinato le prime operazioni sprangato. Un cartello avvertiva che avrebbero riaperto solo dopo il G8. Erica ed Archibugi percorsero tutto il molo sino a raggiungere il sito del ritrovamento. Le transenne erano sparite, ma il magistrato era riuscito ad ottenere che almeno gli scavi venissero in qualche modo protetti: una fila di paletti e un cartello lavori in corso indicavano la strada alternativa per raggiungere il percorso panoramico che tanto preoccupava Marciano e la responsabile del prie. Da dove si trovavano Erica ed Archibugi, sembrava che la Lanterna sbucasse quasi per magia dalla massa colorata dei container. Rimasero a lungo a guardare cercando di capire cosa poteva essere successo quella notte di mezzo secolo prima. Della tragedia non era rimasto più nulla, se non un mucchietto di ossa senza nome. Passò un elicottero, poi un altro. Volavano bassi, tanto bassi, che Erica percepiva lo spostamento d’aria. Poi presero quota dirigendosi verso il mare aperto e la portaerei ormeggiata al largo della Diga Foranea. Passò il resto della giornata alla biblioteca Berio a sfogliare vecchi giornali. In uno di questi trovò quello che cercava: l’elenco delle vittime del bombardamento occupava una pagina intera. Una lunga fila di nomi che in quel momento non le dicevano assolutamente nulla, ma che comunque l’aiutarono a ritrovare la calma. Ad Erica parve di essere ritornata la studentessa che era soltanto sei anni prima, quando ancora abitava a Torino e il suo futuro prendeva corpo mano a mano che il lavoro di ricerca diventava sempre più fitto ed intrigante. – Come stai? – chiese Erica a Lo Pascio ed avvicinò la guancia per ricevere un bacio: un’abitudine che aveva preso ultimamente e che, entrambi lo sapevano benissimo, non nascondeva nessuna implicazione sessuale. Il bacio sulla guancia era una specie di gioco infantile, un modo per esorcizzare la violenza in cui vivevano quotidianamente e che minacciava sempre di travolgerli e spedirli dritti dritti alla neurodeliri. Lo Pascio fece un gesto vago che poteva voler dire tutto e niente. – Un lavoro gigantesco – disse poi con una punta di compiacimento. – Non l’avrei mai pensato. – Hai tutto sotto controllo? – Più o meno. E tu? Lei sorrise con aria remota. – Io sono stata su alla Berio a tentare di dare un nome allo scheletro. – Ci sei riuscita? – Ancora no, ma ci sono vicino... Circoscrivo, delimito, metto paletti. Riesci a capirmi? Lo Pascio la fissò a lungo. – Cos’è? Un ritorno di fiamma? – Archibugi dice che ho una passione innata per la storia. L’ispettore sbuffò. – Se dai retta a quello che dice Archibugi... – La guardò sospettoso. – L’hai visto? – A pranzo. – Ah. Erica pensò che Lo Pascio stava diventando sempre più invadente. Sebbene la loro storia fosse finita da un pezzo (ma forse non era mai nemmeno incominciata), aveva nei suoi confronti l’atteggiamento protettivo del marito premuroso. Erica detestava essere protetta e assistita. Eppure, nonostante incomprensioni e ricatti, era molto affezionata all’ispettore e non era disposta a rinunciare facilmente alla sua amicizia. Lo prese sottobraccio e gli disse che aveva trovato un ristorante davvero carino dove, probabilmente, non avrebbero incontrato nessun collega. Rabbonito, Lo Pascio si lasciò guidare alla Porta d’Oriente un locale off inserito nel vestibolo di un palazzo patrizio.
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