LA PISCINA DELLE PECORE

3204 Words
LA PISCINA DELLE PECORE Resurrexit sicut dixit! Vae vobis scribae et pharisaei hypocritae. Quia similes estis sepulcris dealbatis! Mt 23, 27 Rimasi in sospeso aspettando che il procuratore finisse il suo racconto, ma fummo interrotti improvvisamente da qualcuno che bussava alla porta. Era un uomo che faceva parte della corte dei consiglieri di Pilato e che lo avvertiva dell’arrivo di non so quali personaggi attesi proprio quel giorno. Pur non volendo interrompere il nostro colloquio ormai entrato nel vivo della questione, mi rassegnai a non insistere con il Procuratore per non innervosirlo, rischiando così di perdere materiale prezioso ai fini della mia indagine. Decisi dunque di lasciarlo solo con i nuovi venuti: “Capisco, o Pilato, che tu sia molto impegnato nei compiti a te affidati. Vorrà dire che ritorneremo sull’argomento più tardi. Approfitterò per riordinare le mie idee e per riposare.” Senza attendere da lui una risposta, mi alzai e feci per andarmene. Contrariamente alle mie attese, egli non mi trattenne né fece cenno alcuno per dissuadermi e apparve bensì sollevato. Non rispose e partii. Uscito che fui da quelle stanze, mi diressi ai miei alloggi dove trovai Stelios, il mio servo, ad aspettarmi. Non parlò, ma sempre in silenzio mi indicò la tavola imbandita con cacio e olive, e del buon vino, e mi invitò a mangiare. Avevo appetito così approfittai della sollecitudine del Greco che mi serviva con premura. Poi tutto a un tratto chiesi: “Che si dice della mia visita?” “Nulla in particolare che io sappia,” rispose imbarazzato. Poi, tuttavia, mi guardò con occhi curiosi e sbarrati, come a invitarmi a fare nuove domande. Lo accontentai: “Tu sai la ragione della mia venuta qui in Giudea su mandato di Tiberio?” “La posso immaginare…” indugiò alquanto. Poi, riprese: “Immagino che tu sia venuto per la morte di quel crocifisso che qualche tempo fa ha subito il patibolo e di cui ancora oggi si parla.” “Tu che sai di questa storia?” chiesi. “Molto poco in fondo: ero già qui a servizio della fortezza quando si svolsero i fatti. Sono parte del gruppo dei servi che segue sempre il Procuratore e in quei giorni mi trovavo qui alla Fortezza Antonia. Noi abbiamo permessi speciali per poter girare essendo sempre a disposizione della persona di Pilato e non veniamo relegati nelle segrete alla fine della giornata di lavoro. Quella notte ero insieme ai miei compagni nella camerata al piano interrato quando sentimmo delle voci e un clamore che giungeva dalla corte. Normalmente in questi momenti ce ne stiamo buoni per paura di incorrere in punizioni e reprimende: e anche quella volta restammo al nostro posto. Ma le urla e le voci risuonavano forte nella corte centrale. “Ma cosa avete sentito?” lo incalzai. “È una vicenda di qualche anno fa, e la mia memoria mi potrebbe tradire: non vorrei trarti in inganno, padrone.” “Parla pure liberamente: ti ascolto. È mio compito ascoltare tutte le voci volte a far chiarezza su alcuni dubbi che a Roma qualcuno nutre.” Nonostante le mie parole volte a tranquillizzarlo, Stelios sembrava ancora impaurito e mi disse: “Vedi, o Pisone, tu quando avrai finito, tornerai a Roma, nella tua casa e nel tuo mondo con la gratitudine di Cesare e quella degli altri Romani, ma io resterò qui, da solo e la vita dello schiavo… è dura… tu lo sai bene…” “Non aver paura: parla! Hai la mia parola di civis romanus.” Lo rassicurai. Poi aggiunsi: “Che cosa ti spaventa di questa faccenda? Perché sembrate tutti spaventati da questo Galileo morto sulla croce?” Non ti nascondo che in tutta questa storia, o Cesare, tale era la mia impressione. Quando sollevavo l’argomento con qualcuno, quindi anche con il mio servo, tutti sembravano temere qualcosa, combattuti com’erano nel loro intimo presi vuoi dalla paura di parlare, vuoi dal sentimento opposto, quello cioè di raccontare tutto, anche quanto non veniva loro richiesto. Questo sentimento mi accompagnò anche in seguito nei miei viaggi per il territorio della regione. Approntai uno sguardo il più possibile sereno e pronto all’ascolto, e lo invitai a continuare. Allora riprese: “Quella sera eravamo come ti ho detto solo noi servi. Sentimmo voci e urla: ricordo anche un rumore di catene e la frusta. Gli schiavi conoscono bene la frusta, tu lo sai, e avevamo paura. C’erano dei soldati, eppure le voci che sentivamo, parlavano sì latino, ma si mescolavano con parole dette in aramaico. Poi più nulla: tornò il silenzio. Passò qualche momento, e non saprei dire quanto. Ognuno di noi ritornò a dormire. Poi ancora rumori, urla e lamenti, e frustate! All’improvviso, un servo arrivò portato da un soldato il quale aprì la porta e lo spinse dentro la camerata. A lui ognuno di noi rivolse la propria curiosità e le proprie paure, ed egli ci raccontò di aver visto un uomo in catene, uno di questa terra, che veniva condotto via in quel momento. Il servo era giudeo e capiva bene la lingua usata dai carnefici: ci disse che si trattava di cosa grave perché c’erano i Sommi Sacerdoti e i soldati del Tempio. La vittima stava silente e piangeva sommessamente, e il servo ci disse di aver capito che lo avrebbero condotto da Erode.” Fin qui, il racconto corrispondeva a quanto mi aveva già riferito Pilato. “Ma perché se così stanno le cose hai paura a parlare? Che cosa ti spaventa? Un Giudeo colpevole di qualche colpa commessa contro la loro cieca superstizione?” chiesi allora stupito. “…ma il punto è proprio questo, o Pisone! L’uomo era… ecco… innocente!” Stelios emise queste parole in fretta, come se avesse paura di essere sentito da qualcuno. “Cioè, tu pensi che la giustizia romana abbia giustiziato un innocente?”chiesi stupito e attonito. “Ecco… questo è ciò che si dice, o padrone.” “Chi lo dice?” insistei. “I cristiani!” sbottò. “E chi sono questi crestiani?” “Cristiani, Pisone. Cristiani!” mi corresse il mio servo, aggiungendo alle parole un inchino accennato. “E chi sono questi cristiani?” ripetei marcando la correzione. “Ecco, sono coloro che si dicono suoi discepoli e che ormai sono dappertutto…” chiosò. I Tuoi timori, o Tiberio! Rimasi qualche momento in silenzio per raccogliere le idee. “E cosa vogliono questi cristiani?” chiesi poi. “Nulla che io sappia! Parlano molto e si ritrovano a mangiare del pane e a bere del vino. Predicano per le strade di Gerusalemme e aiutano i poveri. Corre una voce strana, cioè che si siano organizzati con alcuni uomini che distribuiscono pane ai poveri, ai malati e ai deformi… quelli che nessuno, neanche i Giudei vogliono tenere nelle loro case e che abbandonano nelle strade. Aiutano tutti: vedove e orfani! Non fanno nulla di male, ma parlano molto a quanto ho sentito.” “E cosa dicono di così speciale?” motteggiai, mentre mangiavo delle noci, tenendo con la sinistra i gusci rotti, divertito a farli rimbalzare nella mano. Stelios dovette giudicare questo gesto come nervosismo da parte mia e subito si interruppe inquieto. Lo fissai ridendo e ripresi: “…e cosa dicono di così notevole oltre a queste sciocchezze inutili?” Riprese a fatica: “…che bisogna perdonare ai nostri nemici e che dobbiamo sacrificare la vita per gli altri, anche… ecco… per coloro che ci hanno fatto del male. Inoltre, che non ci saranno più… ehm… né schiavi né padroni…” Tacqui allibito non sapendo bene cosa dire in quanto non mi sembrava possibile che uomini di questa natura potessero esistere. Tuttavia, finii il mio pasto frugale e chiesi a Stelios di prepararsi per uscire in mia compagnia e di farmi vedere la città. “Il mio mantello! Nessuna scorta: non voglio che mi riconoscano.” Mi dovetti accorgere a mie spese più tardi che in quei luoghi un cittadino romano non può passare inosservato. Usciti che fummo dalla fortezza, Stelios mi condusse per le strette strade della città e mi ritrovai in mezzo alla folla del giorno prima. Nulla sembrava diverso dalla confusione e dai volti di allora. La calura della giornata non accennava a diminuire, ma anzi nelle ore centrali del giorno sembrava gravare maggiormente sulle vite di quei poveretti e sulla mia. Dopo avermene chiesto il permesso, la mia guida camminava un passo davanti a me, per condurmi meglio in quei meandri che ci circondavano e che in alcuni punti, vista l’altezza delle case, ci conducevano nell’ombra. Dopo un tratto di strada fermai Stelios e chiesi: “Mi hai detto che questi seguaci del crocifisso sono ovunque. Indicameli!” Egli annuì e mi disse che bisognava a quell’ora andare in un punto della città che era particolarmente amato da poveri e derelitti, dove appunto i cristiani si dedicavano loro, e si poteva ascoltare i loro predicatori. “Portami in questo luogo!” ordinai. Costeggiammo a ritroso la strada che avevamo seguito e il cammino ci portò nuovamente a ridosso del tempio lasciandolo sulla nostra destra e uscendo dalla cinta di mura più interne dalla porta cosiddetta dei Pesci. Prendemmo quindi a destra sorvegliati dall’alto sempre dalla Fortezza Antonia che sembrava accompagnare il nostro cammino. Percorso tutto il lato nord del muraglione lungo la strada che più ampia si apriva davanti a noi, mi trovai davanti una seconda porta che riconduceva all’interno della cerchia di mura. Devi sapere che questa seconda porta viene chiamata tradizionalmente porta delle Pecore. Mi trovai di fronte a una serie di portici sotto i quali giaceva un numero infinito di storpi, malati di ogni genere e poveri. Vidi bende per terra e ceste distrutte, avanzi di cibo, pane vecchio e sporco. Molti di costoro non avevano neanche la forza di allungare la mano in segno di supplica alla ricerca di un pezzo di pane o di un obolo. Lo spettacolo era nauseabondo! Vi erano delle vasche che la mia guida mi indicò come un bacino in grado di raccogliere le acque utilizzate poi nel tempio dopo i sacrifici. “Costoro,” disse, “credono che queste acque siano magiche e che possano guarirli dai loro mali e dalle loro afflizioni, quando si immergono in esse.” Guardai intorno a me mettendo una mano alla bocca e alle narici per non soffocare, visto il fetore che fra quelle arcate aleggiava nell’aria. “Un angelo,” continuò Stelios, “secondo loro scenderebbe nella piscina agitando le acque: questo è il segno. I malati cercano di buttarsi nella vasca e si crede che il primo a farlo possa guarire, libero finalmente dai propri mali.” Non risposi, ma rimasi intento a osservare quanto si svolgeva intorno a me. Avvicinandomi alla piscina, notai una turba che circondava un uomo: egli parlava a voce molto alta, ma non fui in grado di comprendere le sue parole finché non fui più vicino. Parlava nella loro lingua e, nonostante i miei studi approfonditi di quell’idioma, faticai non poco a comprendere, ma mi parve di capire cose tanto assurde che dovetti chiedere conferma a Stelios. “È risorto: vi dico che è risorto da morte!”, gli sentii dire con forza. Guardai Stelios perplesso ed egli mi confermò le parole che avevo udite, anche se folli. Parlava veramente di un uomo risorto da morte. Dalla posizione in cui mi trovavo non riuscivo a vedere il volto dell’uomo, ma da come egli parlava, pensai subito a uno dei predicatori itineranti dei Giudei cui Pilato aveva accennato la mattina. Già a Roma mi avevano parlato di questo fenomeno e nulla più poteva sorprendere del loro mondo. Mi avvicinai curioso, ma ancora non riuscii a vedere a motivo delle teste di uomini, donne e vecchi che lo circondavano quasi accalcandosi gli uni sugli altri. Ma la voce dell’uomo continuava a squillare e le pause forzate di attesa fra una frase e l’altra, e a volte fra una parola e la successiva, ne aumentavano la forza dell’argomentare. “Egli lo aveva promesso: qui, predicando fra di voi; mentre portava fra di voi la parola di Dio! Ricordate le sue parole qui alla Piscina delle Pecore?” Mi avvicinai a un uomo che vedendo il mio mantello mi riconobbe come un romano e quasi mi guardò con timore: mi fece spazio e mi permise così di vedere. L’uomo si rivolgeva a una donna vecchia che si reggeva al braccio di un giovane e le disse: “Tu lo ricordi, vero? Egli era qui mentre parlava: tu lo hai visto!” Ai miei occhi si presentava un uomo non molto vecchio, ma il cui aspetto era reso più autorevole da una barba incolta e ormai quasi completamente bianca. La veste che indossava era ampia e stretta in vita da una corda, e le maniche larghe della tunica scoprivano le braccia, mentre alzava la mani indicando il cielo. I sandali che portava non impedivano che la polvere gli sporcasse i piedi rovinati dal continuo e incessante peregrinare. Mi rivolsi all’uomo che mi aveva ceduto il passo e gli chiesi con un filo di voce, come nel timore di disturbare il raduno, chi fosse l’uomo che stava al centro, ed egli mi disse piano quasi in un sussurro: “Bar Jona! Egli è colui che Gli parlava!” Allora Stelios si avvicinò al mio orecchio e mi bisbigliò piano: “Egli è il pescatore, colui che, si dice, il Galileo abbia scelto come successore e portavoce, e che adesso si fa chiamare Pietro.” Egli si presentava semplice, quasi piccolo nella sua statura insignificante e minuta. I Giudei, è vero, sono bassi di statura e piccoli, ma costui era in particolare molto inferiore di statura rispetto agli altri che avevo visti. Mi chiesi quale fosse la forza delle sue argomentazioni per ispirare tutta quella moltitudine a Gerusalemme. Mi riscossi dai miei pensieri e ascoltai dunque il silenzio del vecchio. Dopo aver parlato alla donna aveva taciuto molto a lungo e ora egli guardava a terra come a scrutare qualcosa che le pietre del lastricato nascondessero. Anche la donna rimase in silenzio mentre il vecchio le parlava: sembrava come rapita dalle sue parole e dal suo restare muto che veniva disturbato solo dal rumore dei passanti, incuranti di quanto stava succedendo vicino alla piscina. Poi il vecchio, senza aspettare risposta, si girò verso gli astanti e come ergendosi in tutta la sua persona apparve più alto. Nell’atto di girarsi ebbi l’impressione che mi fissasse con il suo sguardo e che i suoi occhi cerulei si fermassero sui miei. Sentii dietro di me dei rumori e mi voltai. *** Giungevano dal fondo, dalla parte opposta da cui venivamo noi, alcuni uomini vestiti di nero con un mantello abbondante e con il capo coperto da cappuccio molto largo. Vi erano anche due soldati che dovevano rivestire un ruolo di comando a giudicare dalle loro uniformi. In tutto dovevano essere una decina. Alcuni avanzavano con un bastone molto più alto della loro statura e lo usavano per incedere solennemente. Alla vista di costoro che avanzavano a grandi passi sollevando la polvere del terreno come una mandria impazzita, la turba mal composta che circondava Pietro si scostò e fece largo permettendoci di capire che quegli individui rivestivano una certa importanza. Il predicatore restò in silenzio e li fissò con sguardo di sfida. Lo spettacolo che ora ti descriverò, o Cesare, è indegno della civiltà umana e quasi mi vergogno a dover dare resoconto anche di questo episodio. “Chi ti dà il diritto di parlare in pubblico, razza di serpente?” disse subito uno dei nuovi arrivati apostrofando Pietro con violenza. “La Verità di cui sono testimone mi permette di parlare del Signore della vita e della morte. Piuttosto, voi razza di vipere…”, ma non poté finire la frase perché subito un altro lo interruppe con ancora più violenza. “Ha bestemmiato!” gridò e alzando minacciosamente il bastone che teneva in mano lo agitava nell’aria ottenendo ancora più spazio intorno a sé. Ciò che più destava la mia pietà era il fatto che il predicatore era solo e gli altri erano un gruppo e si spalleggiavano nelle risposte. Chiesi a Stelios chi fossero questi uomini e se fossero anche loro della setta dei cristiani. “Non lo sono!” rispose. “Essi sono i Dottori della Legge mosaica e i Farisei, che ne studiano e spiegano i precetti.” Dedussi che erano quei personaggi che mi avevano detto essere gli esperti del loro diritto religioso: conoscitori precisi del rituale e della sacra scrittura che le loro leggende attribuiscono all’ispirazione divina. Mi soffermai a osservare incuriosito lo strepito. “Io testimonio la verità di Colui che è venuto per la remissione dei peccati.” Gridò il predicatore di nome Pietro, il quale ora era solo davanti a tutti. La folla che prima lo ascoltava si era adesso sparpagliata per tutto il porticato e molti erano anche fuggiti. Discosti da entrambe le parti dei contendenti Stelios e io potevamo osservare con calma e mi resi conto che poco distante da noi vi erano tre uomini: non appartenevano certo alla turba di coloro che chiedevano l’elemosina a giudicare dall’apparenza e dalla tunica pulita che indossavano e che lasciava scoperte le ginocchia. Mi accorsi dopo che quell’indumento li rendeva molto più agili e svelti nella corsa. Ora si guardavano fra loro, ora rivolgevano l’attenzione allo scontro per il momento solo verbale che intercorreva fra Pietro e i Farisei. “Come osi bestemmiare qui vicino al Tempio del Signore? Come osi tu, essere insignificante e illetterato?” gridarono i Farisei. “Meglio di quanto facciate voi quando bestemmiate nel Tempio del Signore insultandolo con la vostra inutile fede esteriore e solo fatta di maniere!” Il tono del clamore saliva e a questo punto mi accorsi che i tre uomini non distanti da noi, cominciarono a parlare più vicini e sottovoce. E uno di loro con un gesto della mano toccò il proprio ventre annuendo con il viso soddisfatto come a dire che lì sotto avesse qualcosa. Non mi ci volle molto a capire che si trattava di un pugnale avendo escluso un gladio per le dimensioni. I Giudei a questo punto si avvicinavano sempre più a Pietro e le voci risuonavano fortissime sotto le arcate. “Cane, come osi insultare i Dottori della Legge?” “Non insulto nessuno; voi siete la vergogna del popolo di Israele: voi vi siete già condannati avendo fatto uccidere il Signore della Gloria!” Pietro ora stava declamando come se avesse ripreso la sua predicazione: “Io annuncio la resurrezione di Gesù, il Cristo, colui che Dio ha richiamato dai morti e che nuovamente ritornerà nella gloria per la resurrezione di tutti i salvati! Convertitevi, o uomini di Israele alla fede dell’unico vero Dio!” Questo fu troppo per i Giudei i quali avanzarono preceduti dai due soldati con l’intenzione di catturarlo: “Lurido maiale! Come puoi arrivare a tal segno! Prendetelo!” Io non capivo tutto: quanto scrivo è ciò che poi Stelios mi disse in seguito, essendo egli molto più addentro alla lingua di quelle terre e allenato a capire anche le più minute sfumature. Non riferirò tutto perché, o Cesare, lo spettacolo odioso cui assistemmo fu bestiale. Mentre il drappello si stava avvicinando pericolosamente al predicatore, mi avvidi che i tre uomini, rimasti discosti fino ad allora, erano ormai pronti a scattare in suo soccorso e che uno già aveva, come da me previsto, estratto da sotto le vesti un pugnale. Il più giovane a questo punto scattò e con la lama acuminata si avventò sul primo dei Farisei che si trovava sulla sua strada e lo colpì al collo. L’uomo gridò e io ebbi il tempo di osservare il sangue che zampillava dal suo collo. Evidentemente quell’uomo sapeva dove colpire mortalmente e lo aveva fatto. Mentre il tumulto era diventato battaglia ormai udii una voce che mi spaventò alquanto: “Servi dei Romani! A morte!” Ebbi la sensazione che la voce venisse da uno dei tre aggressori in agguato, ma non ebbi il tempo di appurarlo perché i soldati si avventarono sull’assassino e lo catturarono. Gli altri due fuggirono come lepri. L’uomo catturato stava fermo e non cercava neppure di fuggire, ma immobile attendeva la propria sorte come se fosse consapevole fin dal primo istante dell’esito del combattimento. All’improvviso udimmo tutti una voce: “I Romani! I Romani!” Mi avvidi che in formazione compatta avanzava verso di noi un manipolo di legionari accorsi forse per lo schiamazzo e per la confusione che si era creata sul luogo. Proprio nel momento della massima concitazione fui urtato da qualcuno e voltandomi per vedere chi fosse vidi un fanciullo vestito di nero che si dava alla fuga, ma non feci in tempo a fermarlo. Nel trambusto generale dovetti accorgermi che Pietro era sparito.
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