Pilato aveva parlato molto e come in una stato di strana agitazione. Era come un fiume di parole: ora la sua brama di narrare il fatto aveva quasi superato la mia volontà di sollecitare le sue parole.
Appariva strano, non saprei dire come, ma strano. Parlava riferendo le parole confuse e scambiate con quella turba di uomini che non riuscivo a immaginarmi visti gli scarsi dettagli che emergevano dalla sua narrazione e dalle scarse immagini che descrivevano lo stesso luogo in cui noi ci trovavamo in quel momento. Lo sguardo era fermo sempre a guardare in un punto. Credevo che questo comportamento dipendesse dalla sua disperata volontà di concentrarsi e di cercar le parole adatte al racconto. Sembrava qualcosa di plastico non tanto da narrare, ma da descrivere e ancora presente in quella stanza. In fondo, pensai, siamo proprio nel punto in cui quel fatto era avvenuto e mi parlava come se i Giudei e il prigioniero fossero ancora lì davanti a lui, e a me.
Poi riprese: “Il messo gli gridò con violenza in faccia: “Rispondi al Procuratore Pilato, cane!” Il soldato tirò la catena verso di sé e l’uomo fece un passo malfermo verso la mia persona, ma ancora non rispondeva e rimaneva lì fermo tremante, sudato e sanguinante.
Non sapevo che passi compiere. Farlo arrestare e condurlo nelle prigioni nei sotterranei della fortezza per rimandare il giudizio all’indomani era come dire che me ne prendevo la responsabilità e avrei solo rimandato la questione al giorno dopo. Lasciarlo ai Giudei non potevo: essi non hanno autorità se non sui reati strettamente religiosi e i casi di quei prigionieri che essi giudicano colpevoli di morte devono comunque passare attraverso l’autorità di Roma.
Chiesi conferma delle loro parole: mi dissero che costui affermava di essere il re dei Giudei, il che mi fece sobbalzare in quanto cosa stupida e risibile. Chiesi conferma a lui di questo, ma ne ebbi una risposta vaga e quasi puerile. Ebbi di che ridere fra me e me di questa sciocca plebaglia e poi scotendo la testa più divertito ora, che infastidito, mi rivolsi nuovamente ai Giudei: mi confermarono che era un Galileo. Sapendo che in quei giorni Erode Antipa era a Gerusalemme per la Pasqua ebraica, decisi di non occuparmene direttamente e che lo avrei inviato a lui in quanto suo suddito.
L’accordo con i discendenti di Erode il Grande, o almeno con colui che è sopravvissuto agli altri due fratelli, Archelao e Erode Filippo, è chiaro: Erode Antipa ha completa sovranità sui loro territori e sulle popolazioni a essi sottomesse. Esitai ancora qualche minuto, poi confermai fra me e me la mia decisione.
Lo mandai dunque da Erode: in fondo era della Galilea. Era suo: che potevo fare io con un Galileo. Gli accordi… capisci… . Ma era destino che quella notte non potessi dormire.
Appena andate via le guardie e quella turba puzzolente e noiosa, cercai di tornare a coricarmi. Ma era proprio il mio fato: non era passato molto tempo che fui svegliato all’improvviso da una voce che proveniva da un punto impreciso della mia stanza: “Condannalo a morte!” Veniva da qualcuno nascosto nell’ombra, forse dietro quella grande tenda.” E indicò una tenda enorme e pesante che copriva un angolo e che adesso era raccolta, mostrando alcuni scaffali che mettevano in bella mostra delle statuette e dei rotoli di pergamena. Poi riprese: “Sembrava una voce presente nei miei sogni confusi di quella notte. “Uccidilo!”: disse ancora con voce roca. Mi alzai di scatto: non so perché, ma non chiamai subito la sentinella alla mia porta. Ancora provai quel sentimento strano misto di paura e di dubbio e di colpa che avevo provato qualche istante prima. Invece, gli chiesi chi fosse.
Non so come fosse riuscito a raggiungere, non visto, i miei alloggi, eludendo le guardie che sorvegliavano i passaggi. Mi trovai di fronte a un uomo vestito di una tunica di colore chiaro, quasi bianca e con il capo coperto da un velo che gli cadeva sul volto non permettendomi di vederlo completamente.
Saltò fuori dal nulla; era probabilmente entrato con la folla di Giudei e si era nascosto nel mio cubiculum mentre parlavo con quegli uomini. Notai subito il pugnale che sempre lasciavo sul mio scrittoio, ma rimasi atterrito alle parole dell’uomo: “Non farlo, Pilato, non gridare”, ordinò con voce ferma.
Poi più calmo aggiunse che non voleva farmi nulla di male, voleva solo parlare con me.
Mi disposi ad ascoltarlo con attenzione: si comportava in modo strano, sicuro di sé come capace di suscitare nel suo interlocutore un senso di sottomissione e di timore.
Cominciò dicendo di conoscere l’uomo che mi avevano portato e che l’aveva sentito parlare nelle strade dapprima delle città e dei villaggi del Nord, poi fin lì a Gerusalemme. Mi resi conto subito che si riferiva alla Galilea e alla Samaria confermando quanto mi avevano appena raccontato i Giudei del Tempio. Mi disse che era un predicatore, uno di quelli che girava in lungo e in largo per la provincia. Vedi, Pisone, qui è un crocevia di strade e di popoli: governare questa gente è quasi impossibile. Inutile direi.”
“Resta comunque tuo compito!” fui severo nel rispondergli ed egli mi guardò impaurito.
Non ti nascondo ancora una volta, o Cesare, che quest’uomo non mi piaceva: mi dava la sensazione del burocrate, non all’altezza del suo compito. Eppure avevo saputo di lui cose che Ti dirò più avanti e che avevano fatto irritare non poco proprio quelle popolazioni che adesso egli accusava di essere ingovernabili. Come se gli altri inviati e governatori di Roma abbiano facile vita altrove!
Ma lascia, o Tiberio, che ritorni al mio racconto e che io rimanga il più attento e aderente ai fatti, tralasciando i miei sentimenti e i miei commenti al momento in cui Ti vedrò di persona.
Gli chiesi: “A questo punto che hai fatto?”
“Nulla!” fu la risposta, la quale mi lasciò senza parole.
Balbettò ancora qualcosa, poi aggiunse: “Il Giudeo dopo un silenzio che non saprei definire, lungo, tetro, interminabile riprese con energia avanzando lentamente, ma tenendosi a debita distanza dalla lucerna che ardeva sul mio scrittoio. Mi disse che l’uomo in catene poteva essere pericoloso. Era infatti quello l’uomo che in quella settimana si era aggirato per Gerusalemme causando tanti disordini e che era entrato nel tempio insultando i sacerdoti e rovesciando i banchi dei venditori e dei cambiavalute. Quando gli dissi che ne avevo sentito parlare ironizzò: “Sentito parlare? E Tiberio Cesare sa che il suo Procuratore in Giudea viene a sapere così per caso quanto accade nel territorio da lui amministrato?” Ascoltavo le sue parole cariche di ironia e di malizia. Voleva provocare in me una reazione, così tacqui in attesa. Egli si ergeva davanti a me fissandomi, non visto in volto, da sotto il copricapo che gli cadeva sulle spalle. Spesso ho visto i Giudei portare indumenti simili, Pisone. Sono i loro abiti rituali: pensai fosse uno dei sacerdoti del Tempio, ma dovetti più tardi accorgermi che non era così. Gli chiesi la ragione della sua preoccupazione e del fatto che l’uomo in catene fosse così pericoloso a suo dire, visto che era ormai un uomo finito in mano al Sinedrio e adesso anche in consegna a Erode, il quale avrebbe potuto punirlo severamente e rimandarlo al Nord. “Non lo farà! È uno stolto!”: mi spiegò. L’Etnarca, secondo l’ignoto Giudeo, era un debole corrotto nel corpo e nello spirito, e che non avrebbe mai fatto nulla nel territorio di Gerusalemme da me gestito per paura di suscitare la mia reazione. E aveva ragione: qui c’è l’autorità romana e solo il giudizio del procuratore è legge. Mi resi conto di aver commesso un errore: Erode Antipa non poteva nulla, me lo avrebbe fatto ricondurre in catene e questo sconosciuto era qui a ricordarmelo.”
“Quindi cosa hai fatto a questo punto?” gli chiesi perentorio allargando le braccia come esercitando la mia autorità aiutato dai gesti. “Procuratore Ponzio Pilato,” dissi e pronunciai queste parole come uno che aveva portato troppa pazienza e che adesso voleva sapere esattamente il corso degli eventi senza ulteriore indugio: “Voglio che adesso mi dica del tuo comportamento e cosa hai detto a questa spia e come ti sei comportato con quell’infelice!” Le mie parole volevano un chiarimento e finalmente Pilato concluse il suo racconto.
“Decisi di interrompere quella conversazione che non mi era chiara e chiamai a gran voce la guardia. Egli allora si slanciò verso l’ingresso e io afferrai velocemente il pugnale che era sul tavolo. Lo afferrai, ma non feci a tempo a raggiungerlo perché egli guadagnò l’ingresso della mia stanza e feci appena in tempo a vederlo correre giù per lo scalone che ormai conosci, Pisone.”
“E le guardie arrivarono oppure…” lasciai sospesa la voce incredulo che un uomo del genere fosse stato così stolto da non fare subito questa mossa.
Pilato si giustificò: “Le guardie accorsero subito: ero furente perché avevano lasciato la mia persona incustodita. Ti assicuro che le rimproverai severamente e…”
“Rimproverare le guardie che abbandonano il loro posto?” Lo interruppi con violenza. La mia voce fremeva di ira: “Avresti dovuto metterle ai ferri! Chi ha osato lasciare il Procuratore da solo e come è successo?”
“Corruzione, Pisone …”
“Corruzione?” gridai furente. “Ti stai prendendo gioco di me, Pilato?”
“Sì, lo ammetto: in questa terra lontana da Roma tutto è possibile. Mi confessarono di aver preso del denaro da quell’uomo e di aver creduto alle sue parole pensando che veramente non mi avrebbe fatto del male, e così in fondo è stato.”
“Lasciamo stare: di questo parleremo ancora. Ma intanto dimmi che hai fatto? Chi era quest’uomo? Dove è fuggito?” chiesi poi più calmo.
“Non ne ho più saputo nulla: ordinai però alle guardie di andare da Erode a riprendere quell’uomo perché volevo interrogarlo.”