PILATO RIFERISCE SU GESÙ E IL PROCESSO
Nihil invenio causae in hoc homine!
Lc 23, 4
Momento tanto desiderato della fine delle fatiche del giorno, simbolo talora della morte stessa, sopraggiunge la sera con le sue tenui luci rossastre. Così in questo stato d’animo di tristezza e di desolazione, lontano dalla mia patria e da Roma e dalla civiltà, mi accingevo a incontrare l’uomo per cui avevo percorso così tante miglia.
Non passò molto prima che Stelios ritornasse per riferirmi che entro un’ora Pilato mi aspettava per la cena. Riferì le parole del procuratore dicendo che questi aveva fatto preparare un banchetto per l’occasione speciale di avermi come commensale.
Non provai neppure a obiettare di non voler partecipare a una cena solenne: evitai di farlo come cosa sicuramente inutile da dire a un servo.
Mi vestii quindi con calma con una tunica pulita e attesi con pazienza il momento di recarmi negli alloggi di Pilato. Avevo fame e in fondo accolsi con sollievo l’idea di andare a mensa.
Il mio servo mi condusse quindi, quando fu il momento, per i corridoi che già avevo percorso qualche ora prima e potei nuovamente ammirare la grandiosità dell’edificio che mi ospitava. Ogni tanto si poteva scorgere qualche servo o qualche soldato che si affrettava entrando e uscendo dalle camerate che davano sul corridoio principale lungo il bastione di collegamento fra le due torri.
Raggiunta la seconda torre a oriente, Stelios mi indicò senza parlare la scala che stava davanti a lui e dopo soltanto una rampa ci trovammo davanti a una porta chiusa. Dall’esterno sentivo già risuonare una musica e risa divertite come di chi stesse ridendo delle storielle di un satiro.
Che il banchetto fosse solenne l’avevo capito, ma ciò che più destò il mio rincrescimento e il mio disappunto fu il fatto di scoprire, aprendo la porta che dava sulla sala, che a questo banchetto io non ero l’unico invitato, ma che altri due personaggi, a me totalmente sconosciuti, fossero già presenti.
Mi resi conto immediatamente che il Procuratore volendo farmi una sorpresa secondo lui, o piuttosto evitare di parlarmi di persona nella solitudine di una conversazione riservata, come pensavo io, aveva invitato altri alla cena la quale doveva essere l’evento di benvenuto del Legato imperiale.
Mi accorsi subito di essere l’ospite d’onore: infatti al mio arrivo entrambi i convitati che erano sdraiati già intenti a gustare cibi e ad ammirare eleganti portate, si alzarono in segno di saluto e di ossequio rivolgendomi parole di circostanza, mentre i musici interruppero all’improvviso di suonare, lasciando alcune note morire soffuse nei flauti e nelle canne.
Ora regnava il silenzio: salutai cercando di non mostrare la mia sorpresa e rimasi sulla porta in attesa, come colui che riconosce il proprio ruolo di ospite principale.
Due servi si avvicinarono con un bacile colmo d’acqua profumata nella quale galleggiavano dei fiori. Un terzo teneva un cencio bianco: mi lavai le mani con calma e le asciugai tenendo gli occhi fissi sui gesti che facevo e non considerando gli altri invitati al banchetto.
Quindi, Pilato parlò.
“Benvenuto, Pisone. Nella tua persona Tiberio Cesare onora la mia mensa e i miei ospiti rispettabili.”
“L’imperatore Tiberio invia i propri saluti con grande stima e rispetto tuo, o Pilato, e dei tuoi ospiti,” fu la mia risposta.
Con un gesto Pilato mi invitò a prendere posto su uno dei triclini disposti a semicerchio intorno a una tavola molto grande e imbandita, e con un fare distratto della mano diede nuovamente inizio alla musica. Gli invitati, come Ti dicevo, erano in tutto due oltre alla mia persona e naturalmente a quella del mio illustre ospite, che aveva tutta l’aria di chi continuava a voler evitare un abboccamento con me senza testimoni che udissero i nostri discorsi.
I triclini infatti erano disposti in modo da permettere ai servi di passare sul lato aperto per allestire la tavola continuamente di nuovi cibi e di nuove portate, mentre i convitati erano accomodati in modo molto ravvicinato per favorire la conversazione ad alta voce fra tutti, e non a due a due.
La cena fu ottima: mangiai di gusto e mi sentii subito ristorato nel corpo dopo settimane in cui l’unico modo di saziarmi era stato quello di mangiare alla mensa dei marinai della trireme da guerra che mi aveva scortato in Palestina, o a quella dei soldati durante la marcia da Cesarea fino a Gerusalemme.
Il mio triclinio era stato messo in modo che io potessi rivolgermi direttamente a Pilato ma udito, ben inteso, anche dagli altri due.
I due sconosciuti si presentarono e venni a conoscenza di un potente mercante giudeo che gestiva i suoi traffici fra la Grecia e l’Oriente, e di un amico personale di Pilato in visita da quelle parti. I nomi e la gens di costoro non destarono in me alcuna curiosità e non ritengo opportuno tediarti, o Cesare, con inutili notizie circa il loro destino.
Solo, devo osservare che entrambi sembravano molto intimi con il Procuratore e annuivano con grande enfasi e falso interesse a qualsiasi cosa egli dicesse.
Mi posero domande sulla situazione a Roma e sulla Tua augusta salute, domande alle quali risposi evasivamente non nascondendo a Pilato il mio disappunto nel trovarmi con estranei alla sua mensa.
Mi ripromisi di rinviare i nostri discorsi al giorno successivo godendo dell’ospitalità e dei buoni cibi e dei vini che mi venivano offerti.
***
L’indomani raggiunsi Pilato di buon’ora (non era neanche l’ora terza!) quasi per prenderlo di sorpresa nei suoi alloggi. Lo trovai seduto al suo tavolo di lavoro con un fare e un’espressione tali che mi lasciavano intuire che mi attendesse e che quindi per lui non vi fosse scampo.
Fu egli stesso pertanto a cominciare il discorso congratulandosi nuovamente (era in verità la terza volta che lo faceva in quelle poche ore!) della mia visita che egli tornò a definire tanto gradita e opportuna.
Opportuna, mi parve l’unica caratteristica che forse io avrei potuto trovare nel mio essere lì, ma certo la mia visita non poteva essere opportuna per lui, visto che mi trovavo proprio nella sua provincia a indagare sul suo operato. Nuovamente sorprendendomi e senza che io avessi l’intenzione di cominciare da quel punto, Pilato portò la conversazione sull’uomo che si era dato la morte al momento del mio arrivo a Gerusalemme: “Molto mi è dispiaciuto di sapere,” esordì, “che questa infausta popolazione ti abbia dato così sgradevole benvenuto, o Pisone.”
Pur capendo che si riferiva all’episodio in questione lo obbligai a essere più chiaro e a darmi spiegazioni maggiori, non tanto dell’accaduto, ma del perché egli ci tenesse tanto a parlare di quel fatto che sì mi aveva colpito, ma confesso, o Cesare, non in modo eccessivo. Perciò dissi: “Ti riferisci al gesto suicida dell’uomo che si è dato fuoco?”
“Naturalmente! È un caso del tutto normale da queste parti!” sembrò dire come per giustificarsi.
“Ah, sì?”
“Vedi, o Legato, Tiberio ti ha incaricato di un compito che seppur grave di norma, appare ancora più complesso in queste regioni dove il fanatismo religioso, se possibile, è più presente ancora.”
Chiara era l’intenzione del Procuratore di accampare delle giustificazioni prima ancora che io avessi posto alcuna domanda.
“Mi è nota questa regione: ne ho approfondito attraverso uno studio meticoloso usi e costumi, nonché la lingua, o Procuratore.”
“Ne ho piacere: così ti sarai reso conto di persona quanto sia difficile il nostro lavoro in Giudea!”
“Non ne dubitavo neanche prima! Ma a questo punto mi interessa sapere chi era quest’uomo…,” e lasciai la frase in sospeso per ottenere ulteriori spiegazioni.
“Si trattava di uno dei tanti fanatici che si aggirano per queste terre: in particolare questo ci era stato segnalato di recente come un uomo pericoloso, il quale diceva di essere stato posseduto da un demone maligno.”
“Un demone?” esclamai stupito. “Chi è posseduto da un demone non dice di essere posseduto! Altrimenti se sa di esserlo finisce l’effetto della sorpresa e della paura, non ti pare?!”
Pilato non sembrò particolarmente colpito dal mio ragionamento sottile e mi guardò come si guarda uno stolto che parla a vuoto.
“Devo ripetere?” chiesi allora indispettito.
“No, no, ho capito naturalmente,” disse Pilato, che non aveva capito nulla di fatto.
Tagliai corto: “Ebbene, chi era?”
“Era un uomo che lamentava di non essere stato guarito; voglio dire liberato dalla possessione, nonostante l’intervento di un predicatore che arringava le folle qui in Giudea. La gente ormai lo scacciava e lo escludeva dal resto della comunità ed egli ora non aveva neppur più da mangiare…”
“Un momento, Pilato,” lo interruppi bruscamente. “L’uomo gridava un nome dicendo: “Uomo di Nazareth!”. Questo l’ho capito molto chiaramente e mi è stato confermato da chi era con me in quel momento. Egli si riferiva a qualcuno in particolare, oppure mi sbaglio?”
“Ma sì…, parlava di un tale, lo so… di Nazareth.”
“Immagino,” mi limitai a dire. Ripresi però con tono sempre più piccato e polemico: “E voi non avete fatto nulla per soccorrerlo?”
“Caro Pisone, se dovessimo intervenire tutte le volte che un uomo, come dire?, un accattone, povero e pezzente chiede l’elemosina, all’erario non giungerebbe più un sesterzio! È solo la solita questione fra questi Giudei cui tu non sei ancora avvezzo, o Legato, i quali non fanno altro che lamentarsi senza neanche aiutarsi gli uni gli altri.”
“Va bene: ho capito! Ma io sono qui per altro!” dissi per fargli intendere che la questione dell’uomo suicida non mi interessava se non marginalmente, o meglio solo per il riferimento alla città di Nazareth. Feci male, però, perché mi dovetti accorgere subito che il fatto occorso il giorno precedente poteva essere invece collegato con le ragioni della mia presenza in Giudea, come avrò modo di dirTi più diffusamente, o Cesare, parlando di guarigioni e miracoli. Dissi, dunque, che era venuto il momento di affrontare l’oggetto del contendere con Roma e che appunto la questione riguardava un uomo originario di Nazareth, città da Pilato stesso citata qualche istante prima, non sapevo se per errore oppure per espresso desiderio di farlo.
Gli chiesi allora a bruciapelo cosa ricordasse di un certo Gesù appunto originario di Nazareth: “Procuratore,” cominciai, ma fui subito interrotto.
“Queste parole o Pisone, suonano come il principio di un lungo discorso, l’ho capito bene!” disse Pilato rassegnato come un animale irretito. Stette alquanto in silenzio, come se indagasse in una memoria lontana che faticava a presentarsi alla coscienza. Guardava nel vuoto ora passando dal pavimento impolverato del suo studio, ora perlustrando con lo sguardo la vista che gli si presentava di Gerusalemme, delle sue case e del suo tempio. Tacque a lungo poi all’improvviso parlò.
***
“Mi svegliarono nel cuore della notte,” cominciò piano come raccontando a se stesso. “Mi chiamò la guardia alla porta del mio cubiculum. Mi sollevai dal mio giaciglio: mi fu detto che era giunta una delegazione del Sinedrio, conducendo un uomo e che volevano parlare con me. Sembrava una faccenda urgente, una minaccia alla sicurezza e alla pace in Palestina.”
Attese un momento, poi riprese: “Mi seccai moltissimo pensando si trattasse delle solite beghe dei Giudei che sarebbero capaci di litigare in tre avendo quattro opinioni diverse su una mezza questione,” parlava come volendo suscitare la mia ilarità, ma non ci riusciva.
“Continua”, lo incalzai.
Allora Pilato riprese con una smorfia quasi di dolore, che dico?, di noia per il disturbo che quei ricordi gli causavano alla mente, la quale sembrava aver forzatamente dimenticato l’episodio come fatto accaduto molti secoli prima e non pochi anni: “Io allora ordinai di dir loro di tornare l’indomani, e che a quell’ora il Procuratore dormiva. I Giudei del Tempio non hanno alcuno scrupolo a disturbare il Governatore, quando fa loro comodo quasi fosse lui al loro servizio! La guardia non sembrava interessata alle mie proteste, come se temesse i Giudei. Lasciai le mie parole in sospeso pensando che in fondo il soldato non poteva di fatto far nulla per togliermi dall’impiccio. Non ebbi, tuttavia, neppur il tempo di concludere la frase, che sulla porta delle mie stanze si presentarono alcuni Giudei con torce e bastoni. In catene apparve un uomo: aveva i polsi legati, lo sguardo basso e le vesti lacere, a brandelli. Il volto giovane era pallido, molto provato e scavato. Lo fissai a lungo, poi mi alzai: ero nudo e, non curante e quasi ignorandoli, aiutato dal mio servo indossai la tunica da camera. Poi a voce alta dissi: “Chi siete, cosa volete Giudei? Credete di poter disturbare il Procuratore di Roma per le solite vostre stupide questioni di matrone annoiate?” Uno di loro rispose subito con un tono della voce durissimo: “Mi chiamo Giacobbe,” disse “e sono il messo del Sinedrio”. “Che vuoi?”, chiesi. “Ti portiamo un uomo, un Galileo…” Ebbi il tempo di interromperlo: “ E se è Galileo perché lo conducete qui? Che ha fatto di tanto grave perché voi mi disturbiate a quest’ora?”, chiesi poi. Il soldato del Sinedrio che lo teneva alla catena come una bestia, lo tirò in avanti e l’uomo emise un gemito sordo di dolore. I polsi erano legati e i lacci di cuoio che tenevano unite le catene lo fecero fremere. Il mugolio che emise gli fu strozzato in gola come se provasse paura di reazioni ancora più violente da parte della milizia del Tempio. L’avevano picchiato, era chiaro, ma non vidi ferite profonde, anche se del sangue gli gocciolava dalle labbra e dalle articolazioni a causa degli anelli che portava stretti ai polsi e alle caviglie. Il volto era tumefatto: aveva pianto e gli occhi esprimevano un terrore che si vede solo in coloro che sanno che la loro vita dipenderà non tanto dalle risposte agli ingiusti interrogatori dei carnefici, ma anche dalla oscura volontà degli stessi. Gli chiesi chi fosse. Tuttavia, egli non rispose e anzi fece una passo indietro come atterrito dal tono della mia voce che pur mi era sembrata molto naturale e calma. Il soldato lo strattonava causando continuamente un rumore metallico che spaventava anche me. Mi accorsi di avere paura: era una sensazione di disagio o di colpa, non saprei dire, o Pisone.”