ARRIVO A GERUSALEMME-3

1413 Words
“Non proprio” rispose. Quindi, riprese, non interrogato, con un tono che tradiva orgoglio e sicurezza di sé: “La formazione che ho ricevuto prevedeva l’irrobustimento della mente nonché del corpo: tuttavia, ora sono solo un servo al servizio della legione romana…” e si interruppe nel timore di aver osato troppo, di essere uscito dai confini del suo ruolo di uomo non più libero. “Continua!” lo invitai. Tacque spaventato dalla mia voce, ma alzando lo sguardo mi colpì il suo fiero aspetto. “…volevo dire… che sono spartano e a Sparta viene coltivato tutto della persona, sia la forza dell’animo e della mente, sia quella dell’aspetto fisico.” “Avevo capito,” lo consolai subito. “Ti avevo chiesto se sei un atleta dei giochi solo per una banale curiosità,” mi giustificai. Continuai, ti confesso, o Cesare, con un poco di imbarazzo: “Conosco la sapienza dei Greci e mi onoro di essere un seguace della filosofia di Pirrone di Elide.” Tacque ancora aspettando di essere interrogato nuovamente. “Ho bisogno di un bagno,” ordinai poi. “Preparamelo!” “Avevo già pensato a questa eventualità, o Legato! È già pronto nell’altra stanza, nel cubiculum.” Entrai con passo calmo e rilassato e vidi una vasca di bronzo già pronta in un angolo della camera e dalla quale si vedeva uscire un vapore profumato di quelle essenze di nardo e mirra che avevo avvertite varcando la soglia del mio alloggio. Mi avvicinai alla vasca seguito dal fedele servo, il quale da dietro prese la mia corazza e la mia veste. Poi si inginocchiò ai miei piedi per togliermi i calzari e massaggiarmi i piedi. Il bagno mi diede immediato ristoro dopo quei travagliati giorni nel deserto a cavallo: Stelios mi portò su un vassoio del vino fresco misto ad acqua e miele che mi tolse la sete e mi diede nuove energie. Dopo il bagno mi sdraiai sul giaciglio predisposto dal servo e mi lasciai massaggiare. Dopo questi momenti di riposo che non potei definire in quanto a durata e tempo, dissi a Stelios che desideravo vedere Pilato. E mentre io rimasi nei miei alloggi a osservare la città che era triste come solo le città bruciate dal sole d’oriente riescono a essere al crepuscolo, egli mi lasciò portando la mia ambasciata al Procuratore. *** Ebbi così il tempo di prendere possesso degli ambienti dove ero alloggiato e potei anche concentrarmi riordinando cose e pensieri. Osservai con attenzione i locali a mia disposizione e collocai alcuni volumi di studio sui ripiani. Ripensai alle parole di Pilato e alla facilità con cui aveva voluto liquidare in fretta la mia visita: “…in modo da permetterti di poter ripartire tempestivamente…,” aveva detto. Con una certa soddisfazione, o Cesare, dedicai molto tempo a disporre volumi e carte per rimarcare, invece, la mia determinazione di rimanere a lungo in quel luogo a svolgere la mia indagine su di lui e sul suo operato nella provincia. Ti debbo confessare che l’irritazione, provata immediatamente al momento di vedere l’uomo, ora cresceva. Mi innervosiva la sua volontà di sbarazzarsi di me e la sua aria di sfida nei miei confronti, ma anche nei riguardi del mio ruolo di Legato imperiale alle dipendenze di Roma. Certo, non potevo essere una visita gradita: era del tutto ovvio; cionondimeno l’ostilità di Pilato mi infastidiva parecchio. La mia visita e le ragioni di essa gli erano note e nulla era avvenuto per caso. La Tua lettera, o Cesare, consegnata da me in persona, non aveva fatto altro che confermargli i propositi della mia presenza in Giudea. Se non fosse stato per le vicende dell’acquedotto in Samaria e la questione ormai risolta dei medaglioni con la Tua effige, o Cesare, portate all’interno delle mura di Gerusalemme, Pilato avrebbe senz’altro avuto meno da temere. Ma egli sapeva che la ragione più profonda del mio viaggio era un’altra e che ero lì non soltanto per affari di natura amministrativa di quella portata, i quali ormai avevano trovato una soluzione più che soddisfacente per Roma e per i Giudei. Cercai di distrarmi e di pensare ad altro, ma per quanto mi sforzassi, il mio animo era provato oltre modo e mai come allora provavo un senso di spossatezza e disagio che nella mia vita non avevo avvertito prima di questo viaggio. Mentre il servo affidatomi era dal Procuratore, approfittai della solitudine per guardarmi intorno. Gli ambienti erano molto accoglienti e puliti: la mano di Stelios doveva essere molto attenta ai dettagli e ai particolari. La sobrietà dell’arredamento, però, non lesinava una certa eleganza e un particolare gusto; chi aveva scelto mobili e suppellettili aveva certo la capacità di capire il rango che spetta a un Legato imperiale. Un piccolo affresco corredava lo studio sul muro opposto allo scrittoio e rappresentava un gruppo di giovani che ricevevano istruzione da un magister, ed essi, sempre attenti e ben disposti, prendevano nota degli insegnamenti di lui che parlava indicando il cielo con un dito. Mi alzai e con la lampada, portata verso l’alto, cercai di illuminare meglio il dipinto. La luce della fiamma mi permise di vedere i colori e la scena mi sembrava splendida e carica di segni, che io conoscevo bene. Due colonne corinzie dipinte di giallo intenso e rosso, vive come se fossero di marmo, reggevano un architrave e delimitavano l’ambiente. Al centro dell’affresco era il magister stesso, circondato dagli allievi con lo sguardo attento, intenti ad ascoltare; sullo sfondo, mensole cariche di libri e strumenti matematici, quali squadre e compassi, illustravano lo scopo di quella riunione. Ciò che folgorò il mio sguardo fu un raggio di luce che colpiva da dietro l’uomo e si proiettava, come colpendolo sul libro che questi teneva nelle mani. Quel raggio di luce nelle intenzioni di chi aveva dipinto la scena voleva forse alludere alla scienza e alla filosofia che illuminano il sapere dell’uomo; solo come qualcosa di superiore, quella luce, permette alla fragile esistenza di noi mortali di discernere il bene dal male, il vero dal falso: la vera conoscenza, il vero significato della nostra filosofia. Senza quella luce, nel buio del dubbio e del mistero, il magister non potrebbe leggere le parole del libro ai suoi allievi e dare loro lo strumento per sconfiggere ogni volta, a ogni generazione, la condizione umana dell’ignoranza; e senza il raggio di sole che aveva fatto capolino attraverso la tenda che avevo appena accomodato e che aveva illuminato per pochi istanti proprio il dipinto, forse la mia attenzione non sarebbe mai stata catturata dal dipinto stesso. Tu sai, o Cesare, come io mi diletti di filosofia e quella non era per me una situazione insolita nella quale non mi fossi trovato spesso e alla quale non anelassi. Apprendere la sapienza, conoscere i segreti della filosofia: ecco quello che il mio spirito cercava; ora era il segreto della vita, ora era il significato ultimo delle cose, ora la morte. Fui rapito nei miei pensieri e potei così correre con la fantasia più accesa ai momenti più cari della mia esperienza di uomo; ripercorsi senza troppo sforzo i momenti della mia infanzia, della mia fanciullezza e adolescenza: i primi studi, le prime grandi questioni; mi stupii di farlo lì, in quel momento, che giungeva tanto inaspettato quanto improvviso. Mi chiesi come fosse possibile che dovessi interrogarmi sul mio passato proprio ora, dopo tanto vagare sul mare e tanto faticare per giungere in questa terra che (ammetto con reticenza, o Cesare) non conoscevo, se non per sentito dire, e fossi pronto a pormi ancora domande che tardavano ad avere una risposta. Ma tant’è! Questo era il destino che gli dèi mi riservavano in questo frangente e io vi ero incappato senza saperlo. Mentre riflettevo, mi fu spontaneo vagliare non solo le ragioni del mio lavoro in quella terra che Tu, o Sommo Cesare, mi avevi affidato, ma anche quanto mi restava da vivere. E allora cominciai a frugare nel mio animo provato dal viaggio, e nuove domande cominciarono ad affaticarmi sul senso del vivere tutto e del morire, e a farmi indagare nei più reconditi lacerti della mia anima. Un senso di disperazione, come dire, di vuoto, ancora una volta, si affacciò alla mia mente e faticai non poco a riprendere possesso di me stesso prima che la pena e il tedio avessero il sopravvento. Quel maestro parlava ai fanciulli e cercai con la fantasia di crearmi nella mente le sue mute parole e di ascoltarle, mentre con il dito indicava il cielo forse per esortare alla sapienza che deriva dall’alto. La moneta con la quale egli pagava la sete di sapere dei giovani mi rinfrancava nella consapevolezza che anche io nella filosofia avrei certo trovato le risposte alle domande che laceravano il mio animo alla ricerca dell’immortalità. Così mi sorprese il servo al suo ritorno, mentre in piedi, ancora immerso nelle mie riflessioni, osservavo l’affresco.
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