ARRIVO A GERUSALEMME-2

2003 Words
Ai bordi della strada, mendichi, molti dei quali laceri e deformi, con la pelle bruciata dal sole, oppure corrosa da malattie luttuose allungavano le mani in cerca di un’elemosina che spesso tardava a giungere da parte dei passanti. Vidi individui sporchi e macilenti che si aggrappavano insistenti alle vesti di coloro che si avvicinavano alla città in segno di disperazione per avere un obolo o un pezzo di pane. “Fate largo al Legato imperiale di Tiberio!” gridò a un certo punto il decurione per avere strada quasi risvegliandomi dal mio torpore dovuto al caldo e alla fatica del viaggio. Tuttavia, nessuno sembrò fare attenzione cedendo il passo alla pattuglia che avanzava. Allora intervenni: “Lascia,” dissi grave, più curioso di osservare con calma quanto mi circondava che per rispetto di quella turba quasi salmodiante per ogni dove. Dopo quei giorni ripensai spesso alle sapienti parole dei nostri filosofi stoici che hanno colto nella mala pianta della superstizione e della religione la fonte della disperazione e della consolazione insieme che questi meschini provano avvicinandosi così ai luoghi sacri del loro dio. Ma frena la lingua, o Pisone, e continua il tuo racconto lasciando che i fatti parlino al tuo posto e le vicende illuminino la tua storia. Giunti da ovest ci trovammo sotto le alte mura della città e dovendo raggiungere la Fortezza Antonia costruita dal grande duce e avversario del Divo Augusto Tuo padre, la colonna di soldati e di cariaggi piegò a nord tenendo i bastioni sulla nostra destra. La strada sempre più impolverata saliva e scendeva, e mi permetteva di osservare la struttura imponente che ispirava timore. La Fortezza Antonia si trova a ridosso del tempio costruito decenni or sono da Erode, il Re Asmoneo, amico e socius del Popolo Romano, e appare in tutta la sua grandezza composta e solenne di quattro grandi torrioni uniti da alte mura che a loro volta proteggono il mastio da possibili attacchi esterni: tutto l’edificio ispira potenza e sicurezza. Entrati in città quindi, non appena fummo ai piedi della Fortezza, ci fu permesso di osservare alcuni manipoli e le loro esercitazioni militari e di pattuglia: entravano e uscivano dalla strada che conduceva all’ingresso fortificato per poi dirigersi ora nel pianoro per i controlli di rito, ora per percorsi più distanti come potemmo giudicare dall’equipaggiamento e dalla marcia dei legionari in formazione compatta. Eravamo attesi: un legionario a cavallo ci avvicinò al galoppo per accoglierci, alzando una nuvola di polvere. Si fermò e mi salutò con grande rispetto. “Benvenuto a Gerusalemme, o Legato!” mi disse subito alzando il braccio destro in segno di saluto; risposi a mia volta. Ed egli aggiunse: “In nome del Procuratore Ponzio Pilato, ti do il benvenuto in Giudea!” Ringraziai e attesi istruzioni. Il legionario ricevette alcune carte dal decurione che guidava il nostro gruppo e dando di frusta al cavallo ci precedette alla testa del drappello. Giunti che fummo alla salita innanzi al grande portale della Fortezza, potei osservare a distanza, in piedi ai lati dell’ingresso, due legionari di guardia e un decurione che teneva il gladio ben avvolto nel fodero con la mano sinistra. Passando sotto l’enorme arco, gli zoccoli dei cavalli risuonarono assordanti sul lastricato e i soldati al lavoro nel cortile principale si volsero verso di noi curiosi. Una tromba annunciò il nostro ingresso e subito potei osservare molti fra servi e soldati correre avanti e indietro come se dovessero approntare gli ultimi ritocchi dei preparativi per la nostra venuta. Davanti a noi, un po’ verso sinistra, c’era uno scalone che doveva portare ai reparti e da esso stava scendendo un uomo che indovinai subito essere il Procuratore Ponzio Pilato. “Salute al Legato di Cesare Tiberio Imperatore!”, recitò ad alta voce; avvicinandosi, quindi, al mio animale, e porgendomi la mano destra per aiutarmi a scendere di groppa, mi diede un più informale benvenuto. Ringraziai: “Salute a te, o Procuratore di Giudea.” “Hai fatto un buon viaggio?” chiese poi con estrema cortesia manifestandomi interesse e sincera amicizia, della qual cosa mi sorpresi visto il mio ruolo in questa visita. Doveva già aver appreso della vicenda dell’uomo suicida che avevamo incontrato lungo il cammino, in quanto disse: “Ho saputo dell’increscioso episodio cui hai dovuto assistere; mi dispiace!” Non aggiunse altro lasciando cadere la cosa, credo forse per timore di un rimprovero da parte mia per la mancanza di sicurezza sulle strade non garantite dalla amministrazione imperiale. Non commentai e rimasi in silenzio: egli non fu né manieroso, né eccessivamente dimesso; esprimeva grande fiducia come avrò successivamente modo di dirti con maggiore precisione, o Sommo Cesare. Gli comunicai che avevamo con noi il cadavere dell’uomo dicendo che provvedesse a dare ordini in proposito; passai quindi a parlare del mio viaggio come se nulla fosse. “Ottimo viaggio, grazie! Il caldo molto opprimente non ci ha impedito però di poter viaggiare da Cesarea a questo luogo in pace”, dissi incurante delle sue parole sull’incidente, in modo altrettanto rituale, ma consono al rango che l’illustre ospite copriva. “Sarai stanco immagino, o Pisone,” proseguì. “Un poco.” Dietro al Procuratore stava un uomo abbastanza anziano: era un servo incaricato della cura dell’ospitalità di coloro che giungevano in visita al Procuratore. “Egli è Pancrazio,” disse Pilato indicando l’uomo. “È il servo addetto alla mia persona e il mio aiutante nelle faccende che riguardano la gestione degli affari domestici della Fortezza. Ti indicherà dove devi recarti e quali sono i tuoi alloggi.” Poi, senza attendere un mio cenno di risposta riprese: “Ti ringrazio delle missive che rechi da Roma,” disse mostrando le lettere con i sigilli imperiali che il suo attendente gli aveva già precedentemente consegnato dopo averle ricevute a sua volta da me lungo la strada. Mi aggiornò, inoltre, che ero stato preceduto alcuni mesi prima da altre missive da parte Tua, o Cesare, le quali lo avevano già informato del mio arrivo proprio previsto in quei giorni di settembre. “Sarà mia grande premura,” proseguì, dunque, “rispondere immediatamente a Tiberio in modo da permetterti di poter ripartire tempestivamente…” “Hai tempo,” lo interruppi sgarbatamente. A lungo mi interrogai più tardi sulle ragioni della mia insolenza nei confronti di Pilato, ma non ti nego, o Cesare, che il personaggio non mi fu gradito fin dal primo momento come se dovesse essere un avversario più che un concittadino e collega al servizio di Roma. “Devo parlarti a lungo, Pilato, e necessito di tempo per meditare, prima di affrontare con te le questioni per cui sono venuto fin qui in Giudea.” Pilato, il quale teneva in mano le carte, si ritrasse come in segno di ubbidienza, fissandomi tuttavia negli occhi in segno di sfida e di sottomissione al contempo. Quindi, pregò il servo di accompagnarmi ai miei alloggiamenti, mentre gli stallieri provvedevano alle cavalcature dei soldati della pattuglia, e promise di farmi visita più tardi, dichiarando che sarebbe stato onorato di avermi ospite a cena nel suo alloggio. Pancrazio obbedì all’ordine del Procuratore e mi fece un cenno ossequioso di seguirlo e io gli tenni dietro. *** Dopo lo scalone di ingresso, ci incamminammo lungo un corridoio molto ampio e il servo mi precedeva di qualche passo, ogni tanto rallentando leggermente per sincerarsi che lo stessi seguendo e facendo con il capo un movimento strano come a dire di fare presto. Mentre mi affrettavo a seguirlo, le arcate che mi trovavo sulla mia destra e che davano sul cortile interno della Fortezza lasciavano entrare la luce del sole che moriva dietro l’orizzonte, nonché il caldo infernale di quei giorni e di lontano il ronzio, che dico, il rumore di quella strana città che non sembrava fermarsi neanche sul far della sera. In breve mi trovai a un bivio, Pancrazio svoltò a sinistra e cominciò a salire, dopo avermi ancora cercato con lo sguardo e chiesto in silenzio di tenere il passo. Dopo un paio di rampe che, dedussi, mi dovevano condurre all’interno del torrione che dominava di lontano il lato occidentale dell’edificio, mi trovai di fronte a una porta chiusa che doveva essere il luogo destinato a dare ospitalità a coloro che si trovavano come me in visita presso la guarnigione. Doveva proprio essere la torre in quanto non vi erano finestre o aperture verso l’esterno che permettessero l’illuminazione di quei meandri; molte torce supplivano a questo compito con scarsa efficacia. Il servo aprì la porta dietro la quale apparve subito una tenda di colore rosso intenso, la quale ostacolava il passaggio. Egli la raccolse con la mano stendendo il braccio in avanti e, con un leggero inchino del capo, mi invitò a passare per primo. “Ecco, o Legato, il tuo alloggio.” Come ignorando che egli fosse presente, con molta calma, quasi con una prudenza che sembrava sospetto, feci un passo, alzai il braccio per scostare maggiormente il manto che mi impediva l’entrata ed ebbi accesso alla stanza. L’ora pomeridiana tarda ormai non permetteva alla luce di illuminare il locale completamente, però mi apparve più luminoso dell’atrio che riceveva le scale e da cui eravamo saliti. Ad aspettarmi in quel luogo c’era un uomo. Era in piedi accanto allo scrittoio che dominava il locale: sulla destra del tavolo c’era una finestra che permetteva di vedere le case sparse all’orizzonte. Una seconda tenda era raccolta a lato dell’apertura e lasciava entrare la luce del crepuscolo illuminando tristemente l’ambiente, soccorsa da alcune lampade a olio distribuite in diversi punti nello spazio. Pancrazio mi indicò l’uomo con un gesto: “Egli è il tuo servo, o Legato, ed è l’addetto alla tua persona. A lui puoi chiedere tutto ciò che ti occorre: è al tuo completo servizio.” Non risposi come incurante, ma con un gesto intimai a Pancrazio di uscire. Quando egli se ne fu andato, feci qualche passo in quella stanza austera, osservando con attenzione gli oggetti che potevo vedere a mia disposizione: fogli di papiro, un calamaio e una penna con cui scrivere; una ciotola e una brocca che conteneva del vino occupavano a loro volta la superficie dello scrittoio, il quale era destinato sicuramente al mio lavoro di ricerca e di scrittura. Opposta alla finestra vi era un’altra entrata che dava in una seconda stanza e che doveva essere il cubiculum con un letto che si intravedeva al centro. Mi avvicinai alla finestra e osservai ancora una volta la città: il caldo era opprimente, ma misteriosamente percepivo un profumo che turbinava nell’aria, come di fiori e di fragranze che non riuscivo a riconoscere. Poi rivolsi la mia attenzione all’uomo: indossava un chitone secondo la moda greca: bianco, era un pezzo unico e copriva il corpo fino alle ginocchia che lasciava scoperte. Le maniche corte coprivano il braccio appena sopra il gomito ed era bordato sia nelle estremità inferiori, sia in quelle superiori da un nastro azzurro o di un colore simile così come mi riusciva di scorgere alla fioca luce della lampada che gli stava vicino sul tavolo e che lo separava dalla mia persona. Il volto era quello di un uomo che doveva avere più o meno la mia età, non di più, almeno a giudicare dai lineamenti che lo ritraevano magro, ma in salute. Le gote erano coperte, sempre alla maniera dei Greci, di una barba molto curata ed essa gli incorniciava il viso ripetendo la linea della mascella pronunciate e volitive. Il capo era coperto di una capigliatura scura, riccioluta e ricercata che mi permetteva di immaginare le sue origini mediterranee. Mi versai da bere in silenzio, portai il bicchiere alla bocca e quindi dopo alcuni istanti di silenzio lo fissai in viso. “Il tuo nome…”, mi rivolsi a lui improvvisamente. “Stelios, o Legato,” mi rispose con un leggero accento greco che forse lo aveva tradito nel pronunciare una parola nella sua lingua e che io non potei fare a meno di osservare. “Sei Greco!” dissi subito in risposta. “Sì, o Legato,” rispose. “Dove in Grecia?” continuai brusco. “Sparta.” Lo osservai ancora e mi accorsi che aveva al collo l’anello dei servi. Mi avvicinai ed egli non si mosse: presi in mano la piastra che era legata all’anello e che pendeva sopra la tunica, e lessi ad alta voce: “Ego sum Lucii Aemilii Paulii.” Poi aggiunsi: “È il tuo padrone, deduco.” “Sì,” fu la risposta. Quel nome non mi diceva nulla in particolare, ma la domanda che gli avevo fatto e la risposta che avevo ricevuto mi diedero il tempo di osservarlo meglio e da vicino. Era della stessa mia statura, con corpo ben definito e che lasciava intuire una muscolatura allenata attraverso il tessuto dell’abito che lo copriva: ai piedi portava sandali di cuoio e le stringhe gli avvolgevano il polpaccio; mani e piedi erano molto curati. “Sei un atleta dei giochi?” chiesi.
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