ARRIVO A GERUSALEMME-1

2003 Words
ARRIVO A GERUSALEMME Laetatus sum in eo, quod dixerunt mihi: “In domum Domini ibimus”. Stantes iam sum pedes nostri In portis tuis, Ierusalem! Ps. 122, 1-2 Tiberio Iulio Caesari Augusto Imperatori Marcus Calpurnius Piso salutem dicit. Ti scrivo, o Divo Cesare dopo aver percorso il territorio della Giudea, della Galilea e della Samaria, da Te inviato per portare notizie sulla vicenda che mi hai descritto e sulla quale mi hai chiesto di cercare informazioni degne di nota. La mia ricerca è stata lunga, dettagliata e precisa: oggi sono in grado di fare luce su quanto qui è successo e farti partecipe dei profondi rivolgimenti che queste terre hanno dovuto subire per il cosiddetto Cristo, il Galileo crocifisso durante il mandato del Procuratore Lucio Ponzio Pilato. Solo il tempo potrà dirci quanto gravi conseguenze per l’impero tutto e il futuro di Roma tali rivolgimenti potranno causare, e solo la benignità degli dèi e la loro assistenza ci permetteranno di capire quanto questa empia comunità di sediziosi e ricercatori di Res Novae potrà portare danno alla grandezza del Popolo Romano. Tu solo, Divo Cesare, potrai giudicare nella Tua benignità e clemenza i fatti che sono in procinto di narrare: se essi saranno degni dell’interesse Tuo e del Senato, e del Popolo Romano; se essi nel continuo rivolgimento degli eventi e delle passioni smodate potranno far sì che il mutamento dia un nuovo corso alla storia, e se non potremo più invocare la protezione degli dèi immortali. A Te, Divo Cesare, scrivo per narrare ciò che sembra un sogno mandato dagli inferi; tale è la perniciosa volontà di chi ha voluto tanto e tanto ha fatto per ottenere i propri scopi sediziosi. Che gli dèi mi assistano in tanto grande compito! *** Giunsi nel territorio della provincia di Giudea un mattino afoso di settembre scortato dalla guarnigione di stanza a Meghiddo. Il caldo anche già nelle prime ore del mattino era opprimente e falsava lo sguardo di lontano rendendo persone e cose confuse, e l’aria che ci avvolgeva nella luce intensa del sole sembrava densa, quasi una cascata di vapore che venisse dal cielo. Nell’incedere lento del manipolo di militi che mi accompagnava nel mio viaggio verso la Giudea, potei osservare i cambiamenti del clima fra la notte e il giorno in una sosta notturna. L’oscurità e la solitudine mi fecero comprendere il senso di attesa in quel silenzio totale, appena interrotto dallo stridio dei lamenti degli animali notturni e dal latrato di qualche cane randagio o lupo. Il fruscio del vento suscitò in me il senso di paura che in tali regioni provano i viandanti. Ogni refolo improvviso di vento in direzione costante verso il mare interrompeva i miei pensieri volti a soppesare il senso di vuoto e di inutilità che ormai da gran tempo mi opprimono. La lettura dei maestri greci, di cui io sempre porto qualche opera con me anche nei miei viaggi, non mi dava requie. Mi alzai dal giaciglio da campo e abbandonai allora la mia tenda potendo così osservare l’orizzonte scuro e infinito: esso permetteva alla mia mente di indugiare nella finitezza e nell’abbandono in cui versa la mia esistenza. Neppure il pensiero costante della mia missione che compio per Te, o Divo Cesare, mi dava pace, e il tedio (non Ti posso nascondere) mi opprimeva come quell’uomo che, abbandonato al proprio destino, debba raggiungere su una zattera di fortuna il litorale che sa lontano e non vede neppure, naufrago sorpreso da mille miraggi. Tale è la condizione degli uomini che in questo nostro tempo non riescono più a vedere la luce della verità che nei tempi fulgidi e solenni della Pax Romana appare più oscura, se possibile, e più irraggiungibile che mai nella loro storia. Solo lo spuntar del sole mi rinfrancò e suscitò nel mio cuore afflitto quel barlume di speranza che, ahimè, gli dèi ci concedono al mattino forse per ingannarci sul nostro destino che ci ha già ingannato. Dico gli dèi ingannatori che ci offrono un solo momento di contentezza mentre possiamo uscire dalle tenebre che ci hanno avvolti nelle ore della notte. Col mattino la pace! Riprendendo il cammino a sole già alto ci dirigemmo quindi verso sud. Nell’approssimarsi a Gerusalemme scorsi di lontano il Grande Tempio di Erode che svettava sopra tutte le altre costruzioni, sopra tutti i palazzi e le case di una città sediziosamente silente. La fama che precorre la città, o sommo Cesare, è vera e appare in tutta la sua bellezza da lontano. Vidi la Fortezza Antonia e pensai alla grandezza di Roma che anche qui aveva portato il diritto e la civiltà ai popoli dell’orbe. Gerusalemme al fine! La città è posta sul colle detto di Sion e di fronte a essa si intravede come un avvallamento che obbliga chi viene dal mare a scendere per un breve tratto per poi risalire verso il grande portale che permette di passare al suo interno. Osservai le mura del tempio che non riuscivano a nascondere, tanto svettava verso l’alto, il sancta sanctorum, il luogo che i Giudei dicono essere quello della presenza del loro dio invisibile. Solo allora riuscii a comprendere le parole del loro salmo: si oblitus fuero tui Hierusalem obliviscatur me dextera mea! Pensai ai nostri Giudei a Roma e alle mille lagnanze che essi esprimono quando parlano della loro terra, alle loro preghiere lamentose per essere lontani dalla Palestina che tanto sembra irraggiungibile dai dolci e profumati pendii del colle Palatino. All’arrivo della sommità del piccolo avvallamento che conduce al luogo che i Giudei chiamano Geenna, il mio cavallo si fermò come preso da un timore. La carovana che mi aveva condotto fino a quel punto, tuttavia, proseguì deviando da quell’avvallamento senza interrompere la marcia. Il luogo, che degrada verso il basso e che è percorso da un fiume inaridito, è una discarica di lordure e di cadaveri cui i Giudei non concedono normale sepoltura: quanto viene scaricato viene bruciato di continuo. Il tanfo, aumentato anche dalla calura, era insopportabile e i pellegrini e coloro che vi passavano per i loro traffici si coprivano il volto per non vedere e per non sentire i miasmi che da lì salivano alla strada. Era un’immagine quasi infernale che non avrei mai osato figurarmi in una città di quella fama. Cercai di far proseguire la mia cavalcatura, ma inutilmente; il baio arabo che mi stava portando sembrava spaventato, atterrito da una sorta di presentimento che provavo anche io, senza sapere bene da dove venisse. Ero circondato dal manipolo di soldati, anch’essi a cavallo, che mi scortavano più da vicino come per farmi scudo da chissà quali pericoli incombenti: essi si fermarono e mi fissarono un po’ attoniti fin quando il decurione prese le redini del cavallo e le tirò per farlo proseguire; esso, però, aveva avvertito il pericolo forse molto prima di me: mi guardai attorno incuriosito più che spaventato, e fra l’immondizia e i cadaveri di quel luogo vidi solo allora una figura completamente vestita di una tunica nera con il capo coperto da un abbondante cappuccio che gli nascondeva il volto; si aggirava fra i fuochi, e compariva e scompariva di continuo nel fumo che si sprigionava dai cumuli di detriti che provocavano ovunque un fetore nauseabondo. L’uomo, per non dire la creatura assurda che mi appariva, si aggirava dondolando senza meta, urlando parole incomprensibili. Mi rivolsi a uno dei soldati del drappello e gli domandai se capisse le frasi spezzate e povere di quella voce strozzata, visto che la mia conoscenza della lingua dei Giudei non è perfetta. “Sta bestemmiando!” rispose il soldato. Mi concentrai meglio per cercare di capire e mi accorsi che egli teneva in mano un vaso di coccio dal quale traeva del materiale nerastro, molto denso e colloso. Con la mano si spalmava la sostanza addosso che aderiva in modo viscido e schifoso alle vesti. Cominciarono a radunarsi molti altri sulla strada che affacciava sulla scarpata delle immondizie: una donna si sporse in avanti per vedere meglio, e mentre era trattenuta di forza da un uomo per evitare che cadesse in avanti, si mise a gridare inorridita: “È un demonio!” Tutti si unirono alle grida di orrore e alcuni si accalcarono ancora di più lungo i bordi della strada; il drappello che mi accompagnava si fermò. Fu solo allora che potei udire meglio la voce dell’uomo: “Maledetto uomo di Nazareth! Maledetto tu sia su tutti gli uomini e le creature della terra! Tu hai rovinato la mia opera! Maledetto!” Un coro di voci dalla strada si unì alla donna nel dire che si trattava di uno spirito; ella continuava a urlare cose che non capivo, ma sembrava sempre più convinta di una presenza diabolica. “È uno spirito infernale!” gridarono tutti a una voce. “Divengo una pira umana che si alimenta dell’odio che nutro per te! Maledetto tu sia Gesù di Nazareth!” gridava intanto la figura continuando a pescare con la mano quella sostanza nera. Rimasi attonito allora vedendo che l’uomo urlando si avvicinava sempre più a un fuoco che ardeva e già una scintilla aveva lambito la veste. Mi accorsi allora che la sostanza che egli si spalmava sul corpo era pece perché non appena la fiamma raggiunse la veste, essa prese fuoco come una pira e ciò che mi lasciò senza parole fu il silenzio da quel momento in avanti. Egli, che gridava come un’anima effettivamente posseduta da uno spirito maligno, ora taceva soffrendo in silenzio; avvertivo solo la disperazione del meschino per il fatto che sbatteva e si contorceva a terra negli spasmi di dolore che erano tanto più intensi, quanto più l’agitazione lo prendeva in modo violento. Presi una decisione: “Soccorrete quell’uomo!” gridai a due soldati al mio fianco. Essi smontarono a terra e in fretta con l’ausilio di coperte e mantelli lo soccorsero e cercarono di spegnere le fiamme coprendolo. L’azione fu, tuttavia, tardiva e quando di peso egli fu trasportato verso la strada ci accorgemmo che era già morto. Il decurione al comando ordinò alla folla di fare largo e così potei osservare il corpo da vicino, scoprendone il volto ancora fumante. Il viso tragico e disfatto era carbonizzato, e un fetore di carne bruciata appestava l’aria all’intorno: alcuni capelli restavano ancora sul capo tumefatto e nero, ma il viso era irriconoscibile e devastato da ustioni terribili che lo rendevano sì ora simile a uno spirito dell’oltretomba. Ordinai che fosse subito caricato sul carro che ci accompagnava con le masserizie e che fosse condotto con noi fino dentro la città e consegnato all’autorità romana. Impartiti gli ordini e fatta sgomberare la folla dei curiosi che si era aggregata intorno al cadavere dell’uomo, potemmo riprendere la marcia. *** Potei osservare con viva curiosità la strada che scendeva e risaliva verso Sion: era ingombra di genti, venute da lontano, con fogge di vestiti che a stento potei riconoscere e che mi facevano pensare a paesi molto remoti. La nostra marcia dovette rallentare molto con l’approssimarsi della pattuglia alla città, tanta era la folla che vi giungeva da più parti e senza che nessuno potesse incanalarne il flusso. La polvere sollevata dal continuo calpestare dei piedi e dagli zoccoli di muli, cammelli e cavalli obbligava il passante a coprirsi la bocca; il rumore delle ruote dei carri e il vociare continuo dei guidatori che incitavano le bestie ad accelerare la marcia era accompagnato dal suono della frusta che, spietata, feriva le povere bestie da soma. Oltre ai mezzi di trasporto e alle carovane di cammelli che passavano sulla strada, si potevano vedere gruppi di individui che si affrettavano a salire verso la città: uomini che conducevano altri uomini, bestiame e greggi, donne che portavano in grembo i loro nati avvolti in strani cenci e che legavano al collo quasi a proteggerli da calamità incombenti, i quali, inutili creature e senza sapere del loro destino di morte, piangevano o dormivano. Queste donne erano per lo più vestite di nero e il capo era coperto da un velo che nascondeva loro il volto: cercai spesso di girarmi per osservarle, ma esse sembravano accorgersene e voltavano il capo in segno di timore e di paura. Sentii suoni, voci e lamenti, o Cesare, che non saprei ripetere e che mi facevano presagire quanto il luogo che stavamo per raggiungere fosse misterioso e tremendo fin dal suo primo momento, e allo stesso tempo cupamente solenne.
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