Capitolo I

1800 Words
Capitolo I Torino, Barriera di Milano. Si era sentito sempre come in prigione in quel quartiere. Poteva anche sembrare una di quelle colonie penali moderne, dove si può camminare a lungo in aree aperte, piazzali assolati, arrivare a laboratori lontani dal complesso principale, si possono raggiungere anche campi coltivati e prati verdi, ma sempre rimanendo in un perimetro obbligato, il cui confine è segnato da sbarramenti pattugliati da guardiani e cani. I direttori di quelle colonie penali spesso fanno dipingere i padiglioni con colori vivaci, che rendano meno triste la condizione di segregazione dei prigionieri. Da quel quartiere era difficile uscire, anche se non si vedevano pastori tedeschi e secondini. Qualche condominio postmoderno ostentava verdi, gialli e azzurri da gelateria, ma i più, costruiti in epoche diverse, erano squadrati, alti, opprimenti, grigi. Ce n’erano anche di inizio Novecento, ingentiliti da fregi floreali, ma consunti e irrimediabilmente malinconici. Sapeva che avrebbe passato la sua vita tra quelle strade e quegli slarghi polverosi, che non lo avrebbero lasciato scappare. Da bambino immaginava che ci fossero nascosti dei guardiani, che lo tenevano d’occhio. Quando era alle elementari tornava a casa, sempre da solo perché i suoi lavoravano, si guardava intorno, per cercare di scovare dietro gli angoli o acquattati nell’ombra gli uomini della sorveglianza in divisa. La fantasia che lo spiassero per impedirgli di scappare, continuava qualche volta a farla anche quando frequentava già le medie, mentre tornava a casa in bicicletta. Il suo mondo erano l’alloggio della sua famiglia, la scuola, il bar, il cinema, la sala giochi, l’azienda del padre, la chiesa e l’oratorio, dove crescendo andava sempre meno. Oltre ai grigi caseggiati c’erano anche grandi spazi, viali troppo cresciuti e di notte tristemente illuminati, enormi parcheggi eternamente vuoti, che avevano ospitato le utilitarie di impiegati e operai e adesso di sera, e fino a notte inoltrata, accoglievano camionisti e clienti che si davano il turno con puttane di tutti i colori. L’unico posto sempre vivace era il mercato, variopinto in tutte le stagioni, anche se pioveva. Non sembrava Torino: c’era un’aria meridionale che faceva disordine e allegria. Sarà stato per il panificio pugliese o per quella edicola dedicata alla Madonna di Ripalta, con il Bambino in braccio, patrona di Cerignola, che sporgeva dal muro di una casa all’altezza del pianterreno. L’avevano voluta i tanti pugliesi emigrati in città negli anni trenta. Vedevi donne, anziani, bambini, ma anche uomini, che a incontrarli di notte c’era da stare attenti, segnarsi passando lì sotto e mandare sul pugno chiuso un bacio al dipinto. In primavera facevano tutti insieme una grande festa in onore della Madonna: messa solenne, banda e processione con il loro vescovo in testa e tanto di carro con i buoi bianchi, per portare in giro l’icona benedetta. Ma ora pugliesi, campani, calabresi erano diventati torinesi doc, con le strade piene di altri terroni che come loro anni prima si sforzavano di salutare i clienti in piemontese. I banchi di frutta e verdure erano gestiti soprattutto da marocchini e tunisini. Erano gente esperta e svelta. Sapevano disporre bene la merce in belle piramidi: file di arance tutte uguali, colpi di colore con le banane e i kiwi, finocchi, carciofi e insalate si spartivano armonicamente lo spazio. Un’esposizione molto francese, ma d’altronde da qualcuno dovevano avere pur imparato. I cinesi controllavano tutto il settore dell’abbigliamento. C’erano ancora degli italiani, in maggioranza paesani dei primi immigrati, che resistevano alla concorrenza degli stranieri e si erano adeguati allo stile dei banchi dei vucumprà, come li chiamavano per sfotterli i primi tempi. Niente più mucchi informi di frutta e verdura, che facilmente si schiaccia e poi i clienti sono scontenti e non tornano: la stessa furba maestria degli stranieri e guerra per il posto migliore. I richiami per i clienti risuonavano in tutte le sfumature dei linguaggi del nord Africa e del sud Italia. Qualche contadino locale, un po’ in disparte, vendeva prodotti a chilometro zero, ma avevano l’aria di apache confinati in una riserva. Sua madre era commessa in una merceria proprio su quella piazza: Articoli per Sarte, diceva l’insegna. E le clienti arrivavano a tutte le ore, se per finire una consegna, avevano bisogno di fili, bottoni, o chissà che altro. La paga era modesta, ma sicura e la mamma si teneva caro quel lavoro, anche se al ritorno a casa doveva poi sbrigare tutte le faccende. Suo padre faceva il sorvegliante alla fabbrica di profumi e cosmetici in via Bologna ed era molto fiero del lavoro che gli avevano assegnato nell’azienda. Da ragazzino gli piaceva tanto la sua divisa: il giubbotto di pelle marrone sulla camicia beige, la cravatta a strisce marrone e beige, i pantaloni marrone con la venatura, gli anfibi testa di moro e il cappello beige anche lui, alto, con la visiera rigida e lucida, con tanto di stemma dorato dell’azienda. Ma la cosa che lo inorgogliva di più era il cinturone con la pistola, che portava quando era in servizio. Andava spesso a trovarlo, anche quando era di turno alla sera e non cenava a casa. Così accompagnava la mamma che gli portava il baracchino con la pastasciutta e la carne. Suo padre era un fanatico dell’ordine e della legge. A cena parlava della necessità di difendere l’azienda dai ladri e dai delinquenti, dell’attenzione che lui ci metteva a proteggere il lavoro dei suoi compagni, per non tradire la fiducia del dottor Roversi, il direttore del personale che gli aveva dato quell’incarico. Si era comprato anche un’altra pistola, che portava nascosta, agganciata alla cintura dietro: «Perché» diceva «non si sa mai. Se mi disarmano, mi resta ancora una possibilità per farli fuori!» A lui sembrava uno sceriffo, uno di quelli che guardava alla televisione nei western che gli piacevano più di ogni altro film e gli facevano perdere tanto tempo, brontolava la mamma. Poi era successa quella cosa. Aveva dodici anni, la mamma non stava bene e la cena a suo padre la portava lui. Si era attardato un po’a guardare la televisione, che di studiare non aveva già più tanta voglia. A ottobre inoltrato alle otto di sera era già notte fonda. Via Bologna in quegli anni era buia, specie con la nebbia che quel maledetto martedì era davvero spessa. Sui marciapiedi camminava poca gente e solo sulla strada c’era ancora movimento di auto, che correvano a casa. La città in quegli anni era decisamente brutta e sporca. In periferia poi non c’era proprio nulla che invogliasse a rimanere fuori, in una nebbiosa serata di ottobre. Aveva il baracchino sotto il braccio e stava per arrivare alla fabbrica. Intravedeva già l’insegna accesa sulle scale che portavano all’atrio. Su quelle scale era stata ricavata la guardiola del sorvegliante, che passava lì tutta la notte, uscendo solo per fare i giri di ronda nello stabilimento. Poteva vedere suo padre seduto spavaldo dietro i vetri nella stanzina illuminata. Stava con i piedi appoggiati incrociati sul tavolino. Una Giulia si fermò sgommando e scesero tre uomini incappucciati. Fecero di corsa i gradini fino alla porta. Uno aveva un fucile corto e gli altri impugnavano le pistole. Suo padre si era alzato in piedi di scatto e aveva portato la mano alla fondina. Lui invece era paralizzato in piedi a gambe larghe in una zona d’ombra e nessuno lo vedeva, ma lui poteva vedere e sentire già tutto, tanto era vicino. Ora suo padre avrebbe sparato: da vero eroe, uno contro tre! L’orgoglio fu più forte della paura e fece un passo avanti, finendo nella luce del lampione. Nessuno dei tre lo notò. Suo padre si fermò e non estrasse l’arma. Fece una cosa che non si sarebbe mai aspettato: si arrestò come paralizzato, allontanò la mano dalla fondina, alzò velocemente l’altra e se le mise entrambe sulla testa. “Ora li sorprende con l’altra pistola!” pensò in un’ansia crescente. “Deve essere veloce, ma ce la può fare.” Ormai non vedeva più suo padre, ma El Grinta che era capace di affrontarne anche di più di banditi. Il mondo dei suoi western si materializzava davanti a lui. Ma suo padre non si mosse e disse, lo sentì proprio con le sue orecchie senza capire: «Guardatemi, non tocco la pistola. Ho le mani sulla testa. Guardatemi. Non sparate, non sparate: vi darò le chiavi. Fate quello che volete, ma lasciate stare le armi!» Uno dei tre lo colpì con la canna della pistola, mentre prendeva il mazzo di chiavi dal tavolo e incominciava a legarlo, dicendo sprezzante: «Servo e vigliacco!» Non aveva reagito. Era un vigliacco! Suo padre era un vigliacco! Tutti quei bei discorsi sulla legge, sull’ordine, sulla necessità di impedire i crimini. Era solo un vigliacco che non sapeva fare il suo lavoro! E quel ragazzino fuggì via, senza pensare a nient’altro, senza cercare di aiutare lo sceriffo, come in qualche film aveva visto fare. Ma quelle storie gli piacevano meno. Mentre correva via, aveva sentito ancora suo padre gridare: «Bastardi schifosi, figli di puttana!» Ma non bastò a consolarlo. Corse a casa e disse alla mamma che c’era stata una rapina all’azienda, ma il papà stava bene, perché si era arreso, poi aveva buttato il baracchino sul tavolo e si era chiuso in camera sua: gli sembrava come se gli si fosse rotto qualche cosa dentro e che facesse molto male. Quando suo padre tornò a casa a notte fonda, che già i carabinieri avevano telefonato alla mamma e glielo avevano passato perché stesse tranquilla, di ferite alla testa ne aveva due, perché ricordare ai ladri il mestiere della loro mamma non era certo salutare. A lui spiaceva che suo padre fosse stato ferito, ma mentre, stando in piedi sulla porta, lo guardava seduto in cucina con la testa incerottata e bassa sulla tazzina di caffè, vedeva un perdente, un fallito e non più lo sceriffo dei suoi sogni. Si chiuse in camera sua, senza parlargli. Suo padre ricevette la comprensione del titolare, che aveva subito il furto con eleganza e soprattutto con leggerezza, perché era assicurato. Gli operai se la cavarono con un breve periodo di cassa integrazione, che li fece molto arrabbiare, mentre venivano reintegrate le scorte delle materie prime rubate, insieme al contenuto della cassaforte per far fronte agli ordini. Furono assunti due nuovi sorveglianti, giovani e atletici, che andarono ad affiancare suo padre e il collega già un po’ troppo avanti con gli anni, in una città che diventava sempre più violenta. Ma la figura fatta da suo padre e raccontata nelle famiglie dagli altri padri e madri, che lavoravano con lui in azienda, per il ragazzo divenne un incubo a scuola. Bambini e adolescenti riescono ad essere molto più feroci degli adulti, se ci si mettono di impegno. In quel quartiere, più che da altre parti, se sei un sorvegliante e non muori per sventare una rapina, la comprensione di chi non c’entra niente, ma a parole avrebbe dato la vita per combattere i cattivi, non la ricevi: o morto o vivo, o eroe o vigliacco. E se non sei orfano di quel sorvegliante, trovi duro vivere a scuola. La fama di essere il figlio di un vigliacco se la portò dietro anche all’istituto professionale. I rapporti con suo padre restarono molto difficili e conflittuali.
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