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2014 Words
1 Il Principio e la Fine Alice abbassò il finestrino, si guardò intorno confusa e lo rialzò velocemente. Nella lista di luoghi che aveva immaginato come eventuale ritrovo per una festa a tema gotico, la tranquilla periferia di Starville, poco a sud di New York, non era affatto inclusa. Un club raffinato, sì. Una villa privata, anche. Un paesino rinomato per l’annuale sagra del maiale in crosta? Improbabile. Si grattò il mento, rimuginando tra sé e continuando a guardarsi intorno perplessa. “Gina, sei sicura che questo sia il posto giusto? Io vedo solo tanto sterrato e alberi di ogni tipo. Non ci saremo perse?” Gina, lo sguardo determinato e fisso davanti a sé, scosse i suoi lunghi riccioli neri, per l’occasione ancora più voluminosi del solito. “Tranquilla, le indicazioni sono accurate. Vedi? Lo dice anche il gps!” Alice si sistemò meglio gli occhiali allentati sul naso e notò, con una punta di panico, che il suddetto gps mostrava solo un grande spazio vuoto e marrone, fuori da ogni cartina. “Be’, sappiamo bene quanto sia affidabile il tuo senso dell’orientamento, cara” la apostrofò con ironia Clara, seduta nel vano posteriore, facendo roteare gli occhi. La sua gemella Amber rivolse ad Alice un’occhiataccia. “Comunque l’importante è arrivarci! Siamo già così in ritardo…” Lei rivolse uno sguardo di disapprovazione ad entrambe. “Che c’è? La colpa è vostra, non mia! Per giorni vi ho ripetuto che sarei rimasta volentieri a casa, a finire la maratona di Supernatural. Mi sono fatta convincere solo perché mi avete teso un agguato e vi siete attaccate al citofono. A proposito, l’attore che interpreta Bartholomeus è un gran figo! Sapete come si chiami?” D’un tratto il grido eccitato e rompi timpano di Gina riempì l’abitacolo. “Eccolo! Il posto è questo! Vi faccio scendere davanti a quel bestione, così non rovinate i tacchi, mentre io parcheggio.” In effetti, quasi per miracolo, erano finalmente giunte davanti a un edificio a pianta quadrata, vecchio, basso e scrostato, a malapena illuminato da pochi pali della luce, circondato su due lati da un bosco fitto e verdeggiante. A prima vista, lo si sarebbe potuto scambiare per una di quelle fatiscenti costruzioni, abbandonate da tempo e infestate da animali randagi o individui poco raccomandabili, dalle quali la gente si tiene alla larga. Solo il massiccio portone d’ingresso sembrava nuovo, a giudicare dal luccichio della vernice nera. Sul terzo lato della costruzione si notava un parcheggio già affollato, con auto disposte in file ben serrate. Il buttafuori, un pezzo d’uomo alto più di due metri, vestito di nero e con le spalle larghe quanto il Minnesota, prese a fissarle con intensità da capo a piedi, come avesse la vista ai raggi x. Sebbene fosse un tantino inquietante, era evidente che l’unica cosa che gli interessasse fosse eseguire bene il proprio lavoro e le ragazze rimasero sui gradini d’ingresso in timoroso silenzio, senza mai fissare apertamente le due pistole di grosso calibro che l’uomo ostentava sui fianchi. L’unico rumore percepibile era un costante cicalio, proveniente dal bosco, ma quello non sembrava pericoloso. Poi Gina arrivò quasi a precipizio, in una mano le sue scarpe tacco dodici, color rosso sangue (“per essere in tema” aveva detto), nell’altra l’invito di gruppo per la festa, che era riuscita a procurarsi grazie all’assidua frequentazione di un forum online sui libri urban fantasy. Lo consegnò al buttafuori quasi ammiccando, cosa che fece di nuovo roteare gli occhi a Clara e, quando lui aprì il portone, avanzò senza esitare, trascinandosi dietro le altre. Si ritrovarono in un piccolo ingresso, spoglio e piuttosto lercio. Della favolosa festa, nessuna traccia. “Non è eccitante?” squittì Gina, spalancando gli occhioni truccati di nero in modo teatrale e abbassando ancora di più la scollatura del suo striminzito vestito di pelle, senza spalline. Alice, in verità, temeva solo di veder sbucare all’improvviso un ratto gigante o un tossicomane strafatto, con il laccio emostatico ancora sul braccio. Deglutì a vuoto, stringendosi di più ad Amber che, come lei, non aveva alcun buon presentimento, però aveva avuto il buonsenso di tacere, per non scatenare un litigio. Certe volte Gina era davvero esasperante. Un altro buttafuori le raggiunse, spuntando da una porticina laterale. Stesso abbigliamento sobrio, simile corporatura da wrestler, identiche armi alla cintura. Anche lui lesse l’invito, le squadrò con attenzione, quindi indicò una logora tenda beige in broccato, tutta bucherellata dai tarli, e se ne tornò da dove era arrivato, senza fornire alcuna indicazione supplementare. Gina si mise a saltellare per l’emozione. “Vi rendete conto? Stiamo per partecipare ad una delle feste più esclusive di tutto il nord America! Immaginate se dovessimo incontrare qualche attore famoso! Magari Patt…” “Piantala dai!” sbottò Clara. Si stava trattenendo da parecchio ed era già stufa di quella pagliacciata. “Secondo me, ci sarà solo una marea di sfigati, agghindati da Dracula e con una quantità assurda di cerone sul viso. Sai che novità! New York è piena zeppa di posti così.” Gina, però, era troppo presa dalle sue fantasie e, a metà frase, aveva già scostato di lato la polverosa tenda, scoprendo un'altra porta blindata. La toccò con un’imbarazzante deferenza, quindi abbassò la maniglia. Rimasero tutte e quattro a bocca aperta quando, pochi passi oltre, si ritrovarono in un contesto del tutto diverso. La sala era ampia, raffinata, abbellita da arredi sobri e luci soffuse, nei toni del viola. Al centro erano stati sistemati piccoli tavoli rotondi, quasi tutti già occupati, mentre spaziosi e comodi divani abbracciavano l’ambiente, fino a una zona bar piuttosto affollata. Sulla destra, in fondo, spiccava l’ennesima guardia di sicurezza, in rigida posizione davanti ad un’altra porta nera. Il vocio era intenso, ma il salone era insonorizzato e tutti i presenti sembravano godersi, chi ridendo, chi bevendo, la loro seratina. Nessuno, però, indossava maschere o costumi, come loro si aspettavano. Al contrario, gli uomini erano vestiti con completi eleganti ma non eccessivi e le donne, giovani e in grande forma fisica, sembravano modelle di Victoria’s Secret. Alice pensò che si sarebbe fermata volentieri al bar, per un drink d’incoraggiamento: se poi avesse incontrato un faccino carino e fosse scattata qualche scintilla, le cose potevano farsi interessanti. Non che fosse probabile, però le sembrava giunto il momento di iniziare a divertirsi come una qualunque ragazza della sua età. In fondo, non avrebbe avuto per sempre ventiquattro anni e non era intenzionata a rimanere vergine ancora a lungo. Gina le aveva assicurato che sarebbe stato semplice come bere un bicchiere d’acqua. L’aveva convinta lei a partecipare a quel party dark, straparlando per giorni di uomini affascinanti, sensazioni forti e, più spesso di quanto Alice avrebbe gradito, della possibilità di sesso selvaggio. Insomma, un’esperienza a suo dire indimenticabile. Non che non avesse fiducia in lei, ma quando si trattava di creature mitiche e oscure, l’amica aveva una vera e propria ossessione. Sussurrando e muovendo i fianchi più del solito, la vide dirigersi a piccoli passi svelti verso il buttafuori. Lei e le altre la seguirono sospirando. Mostrarono l’invito un’ultima volta e, finalmente, entrarono nel Covo dei Vampiri. “Dio, che mal di testa! Questa serata è un incubo!” gridò Clara, massaggiandosi nervosamente le tempie. Da tre ore erano immerse nel caos più totale, bombardate dalla musica a volume davvero alto, spintonate dalla folla smaniosa dei danzanti e da chi, travestito come il proprio personaggio demoniaco preferito, socializzava e amoreggiava senza inibizioni, tra i tavoli e i divanetti neri e blu. Tuttavia, più che una favolosa ed esclusiva festa a tema, ad Alice sembrava un comunissimo cosplay: le borchie e la pelle finta andavano per la maggiore, seguiti a ruota da accessori in acciaio, come catene, orecchini e collane, indossati da ambo i sessi. Coloro che avevano scelto di truccarsi, lo avevano fatto con l’intento di esagerare, dando sfogo a tutta la loro creatività. Pertanto, il Covo brulicava di volti pallidi e smunti, bocche di un rosso fiammeggiante e occhi truccatissimi nei colori più scuri. Qualcuno si era disegnato dei buchi sul collo e sui polsi. Una ragazza ne sfoggiava un paio sulla gamba, all’altezza dell’arteria femorale, proprio sotto il bordo dei suoi slip rossi microscopici. O forse era una gonna? Alice preferì non indagare oltre e si fece più vicina all’amica. L’aria era diventata subito opprimente per Clara: non sopportava nulla di quella ridicola serata e, come se non bastasse, poco prima aveva battibeccato con una ragazza che indossava lenti a contatto tigrate, perché questa credeva, erroneamente, che il suo schiavo le avesse mostrato il piercing ai genitali. “Tra dieci minuti vado via, il tempo di recuperare Amber, prima che quel tipo con la catena al collo la convinca a indossare guinzaglio e museruola. Tu ti accodi?” Alice scosse la testa e prese a massaggiarsi le caviglie stanche, accorgendosi solo in quel momento che il suo delizioso drink, che sul menù si chiamava Juicy Vein, era quasi terminato. “Resto. La musica non è nelle mie corde, ma mi sto divertendo e finché sono in ballo...” Clara aggrottò la fronte. “Sei sicura di sentirti bene? Hai controllato che il drink non fosse drogato? Di questi tempi non si può mai dire!” “Ahimè, solo un pochino di alcol e tanto succo di mirtillo. Pare che vampiri e licantropi siano piuttosto morigerati, almeno nel bere. Lo stesso non si può dire per quel tipo, laggiù in fondo. Lo vedi?” Clara guardò nella direzione indicata. “Cristo! Quello non può essere il suo torace, non con tutti quei peli! Dicono che gli scoiattoli si stiano estinguendo, adesso sappiamo perché: quel matto se li è incollati tutti sul petto!” Incurante del fatto che l’uomo in questione si fosse accorto di essere stato additato, Alice scoppiò in una risata fragorosa. Rideva così forte che le vennero le lacrime agli occhi e i crampi allo stomaco, ma non poté trattenersi dal guardare l’uomo lupo una volta ancora. Qualcun altro, però, attirò la sua attenzione. A posteriori, non avrebbe saputo spiegare come, perché o se ci fosse stato un particolare, un evento casuale a dirottare il suo sguardo un metro più a sinistra. Aveva bevuto troppo? Gli occhiali le erano di nuovo scivolati sul naso? Oppure si era trattato solo di un capriccio del destino? Perché, in fondo, un motivo doveva esserci se, di punto in bianco, l’uomo che sperava di incontrare da sempre le era apparso davanti, in un affascinante, irresistibile involucro di carne e ossa. E che occhi magnetici aveva! Per giunta, lo sconosciuto ricambiava il suo sguardo con una tale intensità, che sembrava quasi volesse inghiottirla in un solo boccone. Famelico e tenebroso, riusciva anche a distanza a provocarle uno scombussolamento totale di viscere, mente e cuore. Ogni particella del suo corpo ne era attratta in maniera irresistibile e non c’era logica, né morale, che potesse indurla alla ragione: doveva averlo. Doveva essere sua. Avvertì, più che sentirla, Clara domandare qualcosa, ma era come se tutti i rumori circostanti fossero di colpo cessati e ogni persona, ogni oggetto, fosse caduto nell’oblio, eccetto lei e quell’uomo. Il quale la fissava implacabile come un predatore, un attimo prima di sbranare con ferocia la vittima tremante, sì, ma altrettanto smaniosa di ricevere quei morsi. In quel frangente, con le orecchie quasi assordate dal furioso ruggito del suo petto, Alice poté solo obbedire al desiderio che, lento e bruciante come lava incandescente, si stava riversando nelle zone più erogene del suo corpo, annullando ogni inibizione, travolgendo muscoli e nervi, riscrivendo il suo dna, per imprimervi il marchio, unico, di quegli occhi. Occhi scuri, intensi, paralizzanti, che viaggiavano su di lei come su di un’autostrada, con l’intento di memorizzare la posizione di ogni singola, vibrante cellula. Alice li vide avvicinarsi in pochi, preziosi secondi, che a lei parvero un’eternità; socchiudersi, diventare due fessure strette, sotto ciglia folte e lunghe, e scrutarla nella speranza di carpire i suoi segreti. “Sono Bill.” Ecco, era successo. Erano bastate poche sillabe, pronunciate da una voce sensuale e dal timbro più erotico al mondo, ed era andata. Finita.
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