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2004 Words
Immobile nel silenzio che seguì, Alice si prese il tempo di sfiorare con lo sguardo i suoi capelli castani, scuri, lisci e lunghi fin oltre il colletto della camicia nera. Immaginò di poterli toccare e arricciarli intorno al dito, come faceva con i propri, per sentirne la morbidezza. Il viso di quello sconosciuto pareva un’opera d’arte, con quel naso dritto di forma romana, gli zigomi alti e ben definiti, le labbra carnose e rosse, che spiccavano sulla pelle tanto chiara. Il labbro inferiore, soprattutto, istigava a delinquere. A differenza degli altri uomini, non era truccato, né travestito da buffone. Indossava pantaloni aderenti ma sobri, scarpe nere stringate e con la punta intarsiata e aveva una giacca in mano, stretta così forte da raggrinzirla tutta. Alice avrebbe voluto presentarsi, doveva farlo, ma aveva la bocca asciutta e tutti i pensieri sconci che le affollavano la mente le avevano tolto l’uso della parola. Fu Clara a farlo al posto suo. “Ciao Bill. Addio Bill. Salutaci il tuo amico scoiattolo” disse col suo solito tatto, congedandolo con un gesto impaziente della mano. Bill, tuttavia, restò fermo dov’era, disinteressato a quello sgarbato invito. Meravigliandosi della propria stupidità, Alice si affrettò a rimediare, tendendo il braccio verso di lui. “Sono Alice Cooper.” Curiosamente, Bill osservò la piccola mano e parve indeciso sul da farsi. Quindi le sue dita lunghe gliela strinsero forte. Un lampo rapidissimo, un guizzo quasi impercettibile comparve nei suoi occhi, che ora si erano spalancati per uno stupore di cui Alice non comprendeva la ragione. Il suo volto sembrò sbiancare di più ma, dopo una frazione di secondi, si ricompose e, di nuovo padrone di sé, Bill le sorrise. Il cuore di Alice fece le capriole. Con un gesto nervoso, si scostò una ciocca di capelli dal viso e la portò dietro l’orecchio, senza riuscire a distogliere lo sguardo. Era altissimo. Aveva un fisico snello e scolpito che persino i modelli potevano solo sognare e che, in qualche modo, Alice sapeva essere naturale, piuttosto che costruito in palestra. Perché mai, dunque, si era avvicinato proprio a lei, con tutte le donne nel locale? Sospirò, costringendosi a lasciargli la mano, calda e morbida. Lui sembrava troppo per lei. Quanto poteva durare quello sciocco flirt? Il passato le insegnava che, una volta che quell’adone avesse notato quanto lei fosse piccola e tonda, nonché senza esperienza in campo affettivo, avrebbe addotto qualche scusa e rincorso la prima sventola in vista. Lui era un gigante, lei un puffo. Uno carino, ma comunque un puffo. Se poi avesse prestato ascolto alla sua lingua tagliente, si sarebbe dileguato alla prima battuta. Tanto valeva togliersi subito il pensiero e, in un certo senso, metterlo alla prova. Si alzò dal divano per iniziare a prendere le distanze, ma ebbe un improvviso capogiro e, prima di rendersene conto, si ritrovò con le sue solide braccia avvolte intorno alla vita. Lui la sovrastava di almeno mezzo metro, eppure quel contrasto non destò in lei il disagio che aveva temuto, quanto invece un senso di piacevole conforto, di sicurezza. Sperò che fosse così anche per lui. “Ti senti bene?” le chiese Bill, con una nota di preoccupazione nella voce. “Sì, non è niente. Mi sono alzata troppo in fretta.” Non osava guardarlo in faccia e leggergli la delusione negli occhi. “Siediti finché non passa, io torno subito.” Con galanteria, la mise giù e puff! Sparì. Amareggiata, Alice rimase seduta sul bordo del divano. “Sapevo che sarebbe andata a finire così però… Cavolo, stasera batto ogni record! Se l’è svignata in quanto, due minuti netti?” Mise il broncio, mentre ancora cercava di trovarlo fra la folla. “Non riesco proprio a capire cosa ci sia di sbagliato in me, che faccia spaventare gli uomini in questo modo. Tu credi che… Credi che si veda che io sono ancora…?” Si morse il labbro. Non osava pronunciare la parola vergine nemmeno ad alta voce. Clara si avvicinò al suo orecchio per rispondere. “Non fare la cretina, certo che no! Non è scappato, guarda: sta solo prendendo da bere. Però non abbassare troppo presto la guardia, c’è qualcosa in lui che mi fa venire i brividi.” “Sì, sì, va bene” mormorò senza convinzione, ammirando le gambe lunghe di Bill che, con elegante andatura e un bicchiere in mano, stava tornando rapido verso di loro. La camicia nera, appena aperta sul davanti, mostrava un torace scolpito e senza ombra di peli. Osservandolo di spalle, aveva già notato quanto fosse ben proporzionato e, sebbene non ci fosse nel suo modo di vestire alcun dettaglio che spiccasse, le sembrava impossibile non aver notato prima la sua stazza intimidatoria e la bellezza antica, d’altri tempi. “Prendi, ho pensato che dell’acqua fresca ti avrebbe aiutato. Qui dentro fa troppo caldo” le disse con premura, sedendosi al suo fianco. La stoffa morbida dei pantaloni, a contatto con le sue gambe scoperte, la rese di colpo consapevole di quanto il vestito nero mono spalla che aveva indossato fosse risalito troppo in alto, per i suoi gusti. Imbarazzata, bevve a grandi sorsate e l’acqua colò anche sul mento. Bill, velocissimo, raccolse le gocce con un dito, sfiorandole con delicatezza la bocca. Il contatto, non premeditato ma quasi familiare, paralizzò entrambi. Era come se si fossero già toccati in una precedente vita e ora stessero rinnovando la conoscenza. O, forse, avevano sognato di farlo e ora scoprivano quanto la realtà potesse essere ugualmente sconvolgente. Gli occhi di Bill, scuri e imperscrutabili, ebbero un breve moto d’inquietudine, poi risalirono fino a fissarsi in quelli verdi di lei. Non lo conosceva, eppure Alice poteva dire con certezza che provasse un desiderio intenso quanto il proprio. La sua bocca, così piena e invitante, era a pochi centimetri di distanza e lei si domandò trepidante che sapore avesse, mentre il suo profumo, fresco ed energico, con un vago sentore di zenzero, s’imprimeva nella sua memoria. Bill le offrì un sorrisetto sghembo. Doveva averle letto la voglia in faccia. Senza fretta, si portò il dito bagnato in bocca e succhiò. Il gesto malandrino le mandò in fiamme il basso ventre e lei ringraziò il cielo di essere già seduta, altrimenti le gambe di gelatina non l’avrebbero sorretta. Alle sue spalle, Clara si schiarì la voce. “Forza, andiamo, questo posto è pieno di pazzi da legare.” Si alzò e, senza troppe cerimonie, la tirò su per un braccio. Con uno scatto felino degno di un velocista olimpionico, Bill la bloccò: occhi negli occhi, le sussurrò, con un tono davvero persuasivo, che poteva andarsene da sola. “Alice non corre alcun pericolo, sarò un gentiluomo. Ti suggerisco di cercare tua sorella. Credo che lei abbia bisogno di te, in effetti.” Clara, molto irritata, per un attimo parve voler rispondere a tono ma, dopo che lui le ebbe rivolto una lunga occhiata, di quelle che non ammettono repliche, li salutò con un cenno del capo, dirigendosi verso Amber. In parte stupita per l’arrendevolezza della sua amica, ma altrettanto sollevata di non doverla convincere a lasciarli soli, Alice si rilassò e prese a giocherellare col bicchiere. “Allora” domandò esitante “cosa ti ha portato a questa festa?” Lui si risedette, accavallò le gambe e distese un braccio intorno alle sue spalle, con fare quasi protettivo. “Affari” rispose, liquidando la questione. Si era messo a osservarla come fosse un cruciverba da risolvere, ma lei non si lasciava intimidire con tanta facilità. Sperava piuttosto di conoscerlo meglio e in fretta, prima che qualche altra donna lo puntasse. “Di cosa ti occupi?” “Rimozioni forzate.” Un breve sorriso, poi di nuovo quello scrutinio silenzioso, ma stavolta il suo sguardo scese più in basso, sul petto che, appena chiamato in causa, si tese e si gonfiò. Una goccia di sudore le scivolò proprio in mezzo ai seni e Bill restò a fissarla, affascinato. Era bello da mozzare il fiato e, quando restava immobile, come in quel momento, lo si sarebbe potuto scambiare per una statua. Perfetto, senza difetti apparenti, quasi fosse appena emerso da un pezzo di granito, per opera di Michelangelo in persona. Lo tradiva solo la mano poggiata sulle gambe, che si apriva e chiudeva di continuo a pugno. Alice, allora, gli rivolse un sorriso di comprensione. Non era l’unica ad essere tesa, ma cosa c’era da temere? Si piacevano, era evidente e, se avesse giocato bene le sue carte, quella sarebbe stata una serata indimenticabile. Incrociò i piedi e si strofinò una caviglia col tacco. Notò subito che quel piccolo gesto aveva attratto l’attenzione di Bill e ne approfittò per distendersi di più sullo schienale del divano. Per puro caso, con la testa vicinissima al suo braccio. “Ho intravisto un programma televisivo che si chiama proprio Rimozioni Forzate: è quello che fai anche tu?” “Sono desolato, non guardo la tivvù da… diciamo pure molto tempo, quindi non sono sicuro di sapere a cosa tu ti riferisca. Il mio lavoro è complicato da descrivere. Si potrebbe dire, con una certa approssimazione, che ripulisco la città dalla spazzatura.” La sicurezza che trasudava dal suo atteggiamento era quasi ipnotica. Se faceva lo spazzino, doveva essere il più colto ed elegante di tutti. Era tornato a guardarla negli occhi e la sua mano, quasi si muovesse in modo indipendente dalla sua volontà, prese ad accarezzarle lieve il ginocchio più vicino. Un’onda di eccitazione le incendiò i sensi, bloccando le parole successive in gola. “E cosa… cosa fai per distrarti, dopo il lavoro, se non guardi la tivvù?” balbettò, sentendosi arrossire. Certo che una cosa più cretina non poteva dirla. Proprio lei, che dopo ore trascorse alla scrivania, nel tempo libero faceva di tutto, tranne che restare seduta a fissare uno schermo. Eccezion fatta per le avventure dei fratelli Winchester, non seguiva altro e optava sempre per qualche attività all’aperto. Bill sembrò essersi perso nei suoi pensieri. Forse la domanda non aveva una risposta facile. “Non molto, a essere onesti. La mia è una professione impegnativa, mi assorbe completamente, sette giorni su sette e, per svolgerla al meglio, devo anche dormire e recuperare le forze. Tuttavia, stasera mi sento determinato a svolgere attività più soddisfacenti.” Ah, ecco cos’era quel luccichio malizioso! Sentendosi più audace del solito, Alice gioì in segreto della propria fortuna: sì, stasera avrebbe finalmente detto addio alla sua ingombrante verginità e benvenuto alla libertà sessuale di cui tutti sembravano godere, eccetto lei. “Se mi consenti, posso chiederti come mai partecipi a questa festa? Sei anche tu un’estimatrice del paranormale, una di quelle donne che coltivano fantasie assurde sulle proprietà erotizzanti dei morsi dei vampiri?” Per sottolineare il concetto, sollevò un sopracciglio e inclinò il capo verso un gruppo chiassoso, seduto poco oltre. C’erano sarcasmo nella sua voce e uno sdegno strano, mal celato dal tono stizzoso. Alice rivolse la sua attenzione alle persone in questione e fu assalita dalla voglia di coprirsi gli occhi per la vergogna. Il meno eccentrico tra gli uomini indossava un lungo spolverino marrone, corredato da un cappello da cowboy e stivali logori, alti fino al ginocchio. In una mano, ostentava un pezzo di legno e fingeva di voler impalare una delle donne, tutt’altro che impaurita dalla sua performance e intenta, semmai, a tastargli il davanti dei pantaloni, addentando il suo collo con dei canini di plastica da cinque dollari. “Sospetto si senta un moderno Van Helsing…” le sussurrò, stando a meno di due centimetri dal suo orecchio. Le sfiorò il collo con le labbra e Alice chiuse gli occhi, lasciandosi andare all’indietro, sul suo petto. Come sperava, il braccio di Bill la circondò, trasmettendole una sensazione di calore che si irradiò in tutto il corpo. Le dita lunghe e delicate della mano libera avevano cominciato a muoversi sulla pelle liscia della coscia, senza risalire oltre l’orlo del vestito. Prima però che la situazione si facesse più bollente, lui si scostò e le offrì il braccio.
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