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2013 Words
Quindi, sopraffatta dalle emozioni, emise un urlo agghiacciante e svenne al suo fianco, elegante come un sacco di patate. Aveva freddo. Un freddo pungente e sferzante, causato dal vento implacabile che si abbatteva su di lei, potente come milioni di piccoli, dolorosissimi aghi. Non sentiva la terra sotto i piedi scalzi, ma aria gelida sul viso, sulle gambe, ovunque. Con grande fatica, riuscì a sollevare le palpebre, prima che il vento la costringesse a desistere: luci, tante e lontane, sotto di lei. Stava morendo? La sua anima si era innalzata verso il cielo, alla ricerca del paradiso? Provò a inclinare la testa, per spezzare la forza della corrente e guardare meglio, ma avvertì una salda stretta all’altezza della vita. “Non muoverti, se non vuoi rischiare di spiaccicarti al suolo.” Di scatto, Alice piegò la testa verso l’alto: un dolore atroce riverberò attraverso tutta la spina dorsale, mozzandole il fiato. Poi pensò a ciò che aveva appena visto e a quello, più inquietante, che aveva intuito. E vomitò per lunghi, strazianti minuti, sospesa nel vuoto sotto di sé. I conati ebbero fine solo quando, spossata, svenne una seconda volta. Si svegliò ancora ma più lentamente, faticando ad allontanare il torpore dalle sue membra stanche e gelate. Gocce vischiose e calde le stavano scivolando in bocca, tra i denti, sulla lingua: un sapore dolce, che le ricordò l’unico liquore per il quale nutrisse un vero interesse, lo cherry. Le sentì sul palato e provò a deglutire, ma subito dopo una fitta al collo la paralizzò, facendogliele andare di traverso. Tossì più volte, portandosi una mano al petto. La serata da incubo che aveva vissuto non era ancora finita e la paura che sentì tornare con impellenza sovrastò la stanchezza residua. Spalancò gli occhi, inorridita, e per istinto si ritrasse come meglio poté. Era a terra, semisdraiata. Bill era in piedi sopra di lei. Palesemente vivo e senza un graffio. “Non preoccuparti, non mordo. Non adesso e di certo non te.” L’apostrofò come se fosse stata una prostituta di strada, con un tono tagliente e acido. “Alzati adesso, non abbiamo tempo da perdere. L’alba è arrivata.” “Perché, cosa succede all’alba? Vai a fuoco?” gli rispose con veemenza, pentendosi subito per la solita avventatezza della sua linguaccia. Lui fece spallucce. “Dicevo per te. Si sta già facendo giorno, sarai stanca dopo tutto quel ballare… Io posso resistere un altro po’.” Con uno strattone, la issò e la trascinò per diversi metri, in direzione di una porta grigia di metallo. Alice notò che si trovavano di nuovo sopra un tetto e riconobbe subito il panorama cittadino che si estendeva davanti ai suoi occhi: erano a New York. Avevano volato fin là. Lei e… quello. Poiché era una persona intelligente, era già riuscita a fare due più due, giungendo alla conclusione più ovvia. Solo che non voleva ammetterlo. Perché, ammetterlo, avrebbe significato ritrovarsi ancora di più in pericolo. Non si fidava più di Bill, ma doveva stare al gioco e, mentre si sforzava di assimilare la vastità e la potenza di quella sconcertante scoperta, si rese anche conto, con un certo fastidio, di avere sulla punta della lingua un mare di domande. Certo non le avrebbe fatte a lui, che la trascinava infastidito, neanche se quanto accaduto fosse colpa sua. Arrivati davanti alla porta, Bill guardò verso una telecamera nascosta in un angolo e attese. Lei ne approfittò per riprendere fiato, raddrizzare la schiena e subito prendere le distanze. Cercò di liberarsi della morsa ferrea della sua mano sul braccio, ma non servì a nulla, se non a ricevere uno sguardo carico d’insofferenza. E di minacce non espresse. Varcarono la soglia aggrovigliati, con Alice che lottava come una furia. “Lasciami! Credi che sia tanto stupida da fare un salto dal cornicione del palazzo per scappare?” “Non lo so ancora, ma è evidente che hai tante cose da imparare sulla vita. Adesso dovrai iniziare a farlo, volente o nolente.” Come fosse stata una piuma, la spinse davanti a sé: segno che prima si fosse trattenuto dall’usare la sua super forza. Ma poi, si chiese, l’aveva davvero? Oppure quello che aveva letto e sentito dire su… quelli come lui, era tutta una menzogna, magari ben orchestrata dalla sua… specie? Le domande più improbabili si affollavano nella sua mente, ma si sentiva troppo esausta per una discussione con il signor ghiacciolo, specialmente mentre arrancava a fatica lungo un corridoio stretto e buio. Cercò di poggiarsi al muro e più volte lui le finì addosso, quasi lo facesse apposta. Quando per poco non fece una brutta caduta in avanti, lui la superò con nonchalance, lasciandola indietro. Alice dovette rincorrerlo alla cieca, finendogli addosso a sua volta: fu come andare a sbattere contro un blocco di cemento armato. “Che male! Ti dispiacerebbe aiutarmi? Non so se te ne sei accorto, ma io non sono un… una come te. Non ho la super vista!” “Nemmeno io” rispose Bill, fermandosi davanti a quello che si rivelò essere un ascensore. La luce bianca del neon la accecò, ma non fu abbastanza veloce da schermarsi gli occhi, perché lui la tirò dentro e spinse un pulsante per scendere. “Ah davvero? Allora non vedi che…” “Che il tuo reggiseno è nero, a fascia, di pizzo? No, non lo so. Però” aggiunse sogghignando, prima che i battenti si riaprissero, “so che è di sicuro rotto.” E uscì a passo spedito, troppo spedito per un umano, per poi fermarsi in una specie di sala d’attesa ben illuminata. Subito altre figure lo accerchiarono, subissandolo di domande. Alice era troppo furiosa per fermarsi a riflettere: lo inseguì a rotta di collo, per poi scaraventarsi su di lui. Bill non si spostò di un millimetro. “Brutto bastardo pervertito! Chi ti credi di essere? Se non fossi una signora, ti direi di toglierti quel grosso palo che hai nel didietro e di usarlo per darti una botta in testa, così poi vediamo se avrai ancora voglia di passare ai raggi x le mie parti intime!” Aveva quasi strillato e si aspettava una reazione furibonda. Quasi ci sperava; almeno si sarebbe sfogata un po’. Invece non successe nulla, se non che Bill si limitò a guardarla come se lei fosse un insetto fastidioso, per poi ignorarla e continuare a parlare, dandole le spalle. Rossa in volto e col fiato corto, Alice realizzò di essere al cento dell’attenzione, dunque restò ferma e si decise infine a dare un’occhiata più approfondita ai nuovi arrivati, i quali sembravano altrettanto sbigottiti. Erano quattro splendidi esemplari maschili, dominanti, come avrebbe detto Gina, e così immensi da essere… Be’, in effetti non erano umani, ma di sicuro i suoi occhietti miopi non avevano mai osservato tanta abbondanza ben distribuita di muscoli guizzanti, addominali tartarugati e spalle degne di un colosso. E questo solo dalla vita in su! Aveva appena focalizzato l’attenzione sulle cinture, che Bill tossì infastidito, quel falso ipocrita, e la gettò senza garbo in mezzo a loro, evitando ogni altro tipo di contatto fisico. Sei paia di occhi dai colori stupefacenti, chiarissimi e cangianti, si fissarono su di lei. Solo un paio continuava a guardare alternativamente prima Bill, come se fosse uscito di senno, poi lei, come se non avesse mai visto un esemplare femminile in vita sua. Avrebbe voluto dirgliene di tutti i colori, ma la sensazione di essere in trappola fu più forte e poi lui le piazzò una manona sulla bocca, zittendola del tutto. “La qui presente signora era con me durante l’imboscata. Si chiama Alice Cooper.” “Come il rocker?” chiese uno dei presenti, rivolgendole un sorriso aperto e cordiale. “Figo!” Tom aggrottò la fronte, come se stesse scavando a fondo nella memoria. “Non so chi sia, evitiamo di socializzare, se non ti spiace. Doc, ripuliscila, prendi un campione del suo sangue e analizzalo. Gus, recupera i video della sorveglianza dell’hotel, poi cerca di scoprire cosa lei abbia visto: analizza i suoi ricordi uno per uno, ogni dettaglio può essere importante. Ti consiglio di iniziare dal tamponamento. Poi azzerala. Lupus, Corvus, la situazione si è aggravata: erano umani quelli che ci hanno teso l’imboscata. Mercenari. Voglio che scopriate al soldo di chi. Aggiornamento tra due ore.” E dopo quella raffica di ordini, la mollò, allontanandosi a passo svelto verso un corridoio laterale, che conduceva a un altro ascensore. Quindi stavano così le cose? Niente “è stato bello, rivediamoci”? Nemmeno delle scuse o un ringraziamento per aver preso a cuore la sua finta morte? E chi gli dava il diritto di farla analizzare come un topo da laboratorio? Un terrificante dubbio si insinuò nella sua coscienza. Guardò dritto negli occhi il tipo che Bill aveva chiamato Gus, un monolite di due metri, che aveva fatto il commento scherzoso sul suo cognome, e anche l’unico a indossare una vistosa e coloratissima camicia hawaiana a fiori sgargianti. Incoraggiata dal suo sguardo gentile, si decise a parlare. “Che vuol dire che mi devi azzerare?” Lui le rivolse un sorriso di comprensione. “So che sei spaventatissima, ma non devi. Ho solo bisogno di parlare con te e, quando avremo finito, cancellerò i ricordi più inquietanti. Ecco cosa vuol dire azzerare. Non ricorderai nulla di tutto questo, per il tuo bene.” Alice restò allibita. Avrebbero cancellato l’orrore che aveva vissuto, e non avrebbe potuto sperare in niente di meglio, ma cosa ne sarebbe stato di tutte le emozioni positive che aveva provato? Che cosa sarebbe accaduto a quei pochi, travolgenti ricordi che aveva di Bill? Certo, si era rivelato un ignobile traditore, ma era pur sempre della sua testa che si stava parlando! Non spettava forse a lei decidere cosa fare? Una mano si poggiò con delicatezza sulla sua spalla nuda. “Fidati di noi, stellina, e sappi che se potessi, mi farei azzerare volentieri anch’io!” Sollevò la testa per osservare il suo interlocutore, se fosse Lupus o Corvus non lo sapeva. Tuttavia, a giudicare dall’espressione dispiaciuta che il gigante buono le stava rivolgendo, seppe che aveva detto la verità. Annuì più per stanchezza che per paura di opporsi e si mise a guardare i propri piedi, sporchi e nudi. Non si fidava della propria voce e, anche se iniziava a sentirsi fisicamente molto meglio, preferiva raccogliere le forze residue e restare concentrata. Si concesse solo un attimo per dire addio a Bill, fermo sulla soglia dell’ascensore e intento a mormorare qualcosa di poco chiaro al tipo perplesso, che indossava un corto camice verde scuro, da medico. Sperò che si voltasse, tornasse sui suoi passi e, magari, si scusasse. Romantica fino alla fine, eh Alice? pensò con un pizzico di amarezza. Lui invece non si voltò, congedò l’amico e varcò la soglia dell’ascensore. Prima però che i battenti si richiudessero, in maniera inaspettata, si affacciò per dire a voce alta e con un certo disgusto: “A proposito, state lontani da lei: è ancora vergine” e scomparve. I presenti si ammutolirono. Lupus, o Corvus, ritrasse di scatto la mano e tutti fecero un passo indietro, come se avesse la peste bubbonica. Mai si era sentita così imbarazzata e umiliata in tutta la sua vita! L’adrenalina che sentiva ancora in corpo ebbe un ultimo picco. “Che figlio di puttana” gridò. “Non ti basta che stasera sia quasi morta a causa tua, vero? Non t’importa nulla di me? Be’ ascoltami bene, perché so che mi puoi sentire, bastardo: sarò anche umana, ma non è ancora arrivato il giorno in cui permetterò a un uomo di trattarmi in questo modo. Nemmeno se si tratta di un fottuto vampiro del cazzo!” Con i pugni serrati e tanta rabbia da voler prendere a calci qualcuno, Alice si diresse spedita verso l’ascensore, ma il dottore la bloccò. “Calmati, ragazza” le disse, oscurandole la vista. “Tom non intendeva offenderti, quanto piuttosto proteggere noi. Certo, non posso scusarlo per i suoi modi bruschi, però se mi dai modo di spiegarti…”
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