2 Morto, ma non troppo
Quel silenzio prolungato la stava facendo impazzire.
Seduta al suo fianco nella Mercedes, Alice iniziava ad avere seri ripensamenti e, per quanto si sforzasse di negarlo, dovette comunque ammettere che il sexy programmino che si era immaginata fosse ormai sfumato.
Certo era un vero peccato! Lo guardò di sottecchi ancora una volta, costringendosi a non sbavare. Era di una bellezza sconcertante, quasi irreale, ma purtroppo aveva occhi solo per la strada. Era così concentrato da non accorgersi nemmeno più di averla accanto. Aveva acceso l'auricolare per parlare con qualcuno, forse un collaboratore. Gli sentì pronunciare le parole falsa pista e azzeramento e rabbrividì per la freddezza con cui aveva sottolineato adesso. Era evidente che non fosse consigliabile contraddirlo, quando impartiva un ordine. Poi si accorse che lei poteva ascoltare e passò a parlare in tedesco.
Incredula per quello sgarbo e propensa a mandarlo a quel paese nel più breve tempo possibile, Alice tornò a osservare il buio fuori dal suo finestrino. Passarono altri minuti, poi la sua domanda improvvisa la fece sobbalzare.
“Non hai risposto. Non mi hai detto perché eri a quella ridicola festa. Tu e le tue amiche non avevate di meglio da fare?”
Di nuovo quella stizza, quel tono di fastidio e, allo stesso tempo, di derisione. Siccome rispondergli per le rime non le sembrò opportuno, visto che guidava lui e temeva che la scaricasse in mezzo al nulla, si limitò a fare spallucce.
“Volevamo provare qualcosa di diverso. Del resto, non mi sembra che sia andata tanto male, visto che tu ed io ci siamo incontrati, no?”
“Sì, ma non avevi davvero nient’altro da fare?” insistette. “Un appuntamento galante, magari, o il cinema? Perché invece eri proprio là, proprio stasera?”
“Se davvero ci tieni a saperlo, è stata Gina. Prima di venire alla festa è passata da casa mia e mi ha costretta, in pratica. Mi ha anche scelto il vestito. Non voleva che mi perdessi questa esperienza incredibile.” Omise il fatto che le avesse anche abbinato la biancheria intima: era un dettaglio non richiesto.
Bill ci rimuginò sopra per un bel pezzo. La questione doveva essere piuttosto seria per lui.
Sospirando, gli disse: “Magari era solo destino.”
In quell’istante, si voltò a guardarla furibondo, come avesse bestemmiato in modo imperdonabile ma, prima che Alice potesse spiegarsi, un’auto nera, sbucata da una strada laterale, li tamponò bruscamente di lato, sopra la ruota sinistra. L’urto violento l’avrebbe scaraventata con la testa contro il parabrezza, se non avesse indossato la cintura di sicurezza, ma anche così avvertì con distinzione il colpo di frusta al collo.
Bill, accanto a lei, reagì con maggiore prontezza e, dopo aver frenato ed evitato di sbandare, dette una rapida occhiata negli specchietti retrovisori.
Alice pensò che avrebbe spento il motore per sbrigare le pratiche automobilistiche di rito e, in un certo senso, ne fu sollevata. Almeno avrebbe smesso di tormentarla sullo stesso argomento, con quel fastidioso tono canzonatorio. Invece lui ripartì talmente veloce da fare stridere e fumare le gomme sull’asfalto. L’altra auto fece altrettanto, inseguendoli.
Alice era terrorizzata. “Ma che fai? Fermati subito! Potrebbero essersi fatti male anche loro!”
Bill non le dette retta e anzi, accelerò per distanziarli, per di più spostandosi verso strade secondarie e meno frequentate.
“Sei pazzo? Chiameranno la polizia! Fermati!”
Solo la disperazione nella sua voce sembrò colpirlo e distrarlo dalla folle corsa in cui si era lanciato. Allora le rivolse uno sguardo più dolce, parlandole in modo accondiscendente, come fosse una bambina.
“Non preoccuparti, stellina. Nessuno si è ferito in modo grave, nemmeno tu, visto che non fiuto odore di sangue. Purtroppo conosco chi ci ha tamponato: non è gente con cui intrattenere una conversazione civile. E fidati, chiamare la polizia è l’ultimo dei loro pensieri.”
“Cosa? Li conosci? Non saranno mica tuoi concorrenti! E se sono mafiosi?”
Alice sapeva di esagerare ma, pur essendo lei stessa una pessima guidatrice, voleva che le regole stradali fossero rispettate. Una volta chiarita la faccenda, sarebbe tornata più che volentieri alla sicurezza del suo piccolo appartamento, lasciandosi alle spalle tutta quella folle storia.
“Credimi, a breve saremo al mio hotel e sarà come se nulla fosse successo.”
“Come no!” borbottò, massaggiandosi il collo.
Forse per tranquillizzarla, Bill la toccò proprio in quel punto. Sentire di nuovo la sua mano calda e forte su di sé la calmò più di quanto le piacesse ammettere. Il suo pollice si mosse lungo la clavicola, eseguendo un movimento così rilassante da indurre sonnolenza.
“Non essere tesa, li abbiamo già seminati, vedi? Il peggio è passato. Sta un po’ meglio il tuo bellissimo collo?”
Stupita di sentirsi meglio, in effetti, Alice mormorò di piacere, crogiolandosi nella consapevolezza di quel primo, prezioso complimento. Forse aveva ragione lui, il peggio era passato. Lei non conosceva quella gente, lui invece sì. Magari si era allarmata troppo per una banale schermaglia tra rivali in affari. La notte poteva ancora essere tutta per loro e riservare quella tanto attesa svolta romantica di cui Alice aveva bisogno.
Si distese meglio sullo schienale, cercando di non pensarci più, e poco dopo giunsero all’ingresso dell’hotel. Anziché parcheggiare sul davanti, Bill guidò fino a raggiungere l’entrata per il parcheggio interrato. Aspettò che la sbarra automatica si alzasse e poi affrontarono una serie di curve, fino al piano meno tre. L’aiutò con garbo a uscire dall’auto, ma continuò a guardarsi intorno con fare circospetto, fino all’ascensore. Era proprio evidente che fosse più nervoso di prima, oltre che di nuovo assente. Alla faccia della bella serata.
Alice si schiarì la voce. “Bill, non credo che sia il caso di… mm… andare fino in fondo. Sai, il torace mi fa parecchio male e io…”
“Cosa intendi? Fammi vedere.”
Allungò il braccio per toccarla sullo sterno ma proprio allora, sbucando quasi dal nulla, due grossi SUV neri arrivarono facendo stridere le gomme sull’asfalto, per poi frenare di botto a pochi metri di distanza. Gli sportelli, tutti e otto, si aprirono in contemporanea al loro ascensore.
Bill, esterrefatto e, se possibile, ancora più pallido, la spinse frettolosamente nel vano ascensore, di lato, ed ebbe appena il tempo di gridarle: “Stai giù!”, prima che una pioggia di proiettili si abbattesse su di loro. Su di lui, in particolare.
Inchiodata dal terrore al muro, Alice lo vide immolarsi sulla soglia per proteggerla, con le braccia spalancate, e farsi crivellare di colpi per quelli che furono i secondi più interminabili della sua giovane vita. Mentre poi alcuni proiettili riuscivano a passare oltre la protezione offerta dal suo corpo, mandando in frantumi il grosso specchio all’interno dell’ascensore, Alice si strinse forte le braccia al petto e iniziò a tremare, piangere e pregare, tutto nello stesso momento. I criminali là fuori sparavano senza pietà e, se Bill non era già morto, lo sarebbe stato entro pochissimo: poi cosa ne avrebbero fatto di lei? Sentendo sopraggiungere uno svenimento, si sforzò di reagire: allungò una mano verso il numero più alto della pulsantiera e lo spinse più volte. Subito le porte si chiusero, facendo rimbalzare gli ultimi proiettili all’esterno. Bill cadde in ginocchio, in una larga pozza di sangue, con gli abiti così bucherellati da essere ridotti a brandelli ciondolanti e con un inquietante, fatale buco in piena fronte.
Alice si accasciò al suo fianco e ne sorresse il corpo insanguinato, ormai palesemente senza vita.
“Bill! Bill, ti prego, no!” urlò disperata, singhiozzando, mentre il sangue le imbrattava il soprabito e le braccia inerti dell’uomo ricadevano pesanti sul pavimento. “Bill, ti prego, non mollare, non arrenderti! Io… Io chiamerò l’ambulanza! Sì, lo farò.”
Stringendosi il suo viso esanime al petto, cercò di estrarre il cellulare dalla tasca. Aveva gli occhiali bagnati per via delle lacrime e, con un gesto impaziente, li tolse, gettandoli a terra. Con la mano, resa scivolosa da tutto quel sangue, non riusciva a sbloccare lo smartphone.
“Maledetto! Non adesso!”
Se lo pulì sul soprabito e ritentò con maggiore fortuna. Non c’era comunque campo. Guardò nel panico i pulsanti luminosi: se fosse giunta presto sul tetto, il telefono avrebbe funzionato e loro sarebbero stati salvi.
Col petto scosso dai singhiozzi, abbracciò Bill. Non voleva sentire quanto fosse già freddo. Non voleva vedere tutte le ferite aperte, la carne straziata e sempre più pallida. L’odore pungente e metallico del sangue le rivoltò lo stomaco, ma il gusto salato delle sue stesse lacrime le impedì di vomitare. L’ascensore si aprì e Alice ringraziò il cielo per l’aria frizzante della notte, che subito fece cessare i suoi conati.
Trascinò fuori a fatica il corpo di Bill e, quando ancora i suoi piedi erano dentro, le sovvenne che sarebbe stato meglio bloccare l’ascensore per non farlo ridiscendere: se i killer fossero stati ancora nel parcheggio, avrebbero dovuto fare quindici piani di scale a piedi per raggiungerli. Con affanno e ansia crescente, riprese il cellulare in mano: ancora niente campo. Com’era possibile? Erano sopra un hotel, non in mezzo a un fottuto deserto!
Corse alle spalle della torretta dell’ascensore, ma era murata. Andò più in fondo, ma la costruzione che trovò si rivelò solo una vecchia piccionaia abbandonata. Senza occhiali, la sua miopia costituiva un handicap non da poco, ma non aveva tempo da perdere e, sebbene fosse quasi cieca come una talpa, continuò a perlustrare il tetto.
Dopo alcuni febbrili minuti, dovette arrendersi: se c’erano delle scale, lei non le vedeva e, se invece non c’erano, significava che Bill non aveva speranze ed era davvero spacciato.
Un unico, forte brivido la scosse da capo a piedi e la bile le riempì la bocca, mentre un atroce pensiero prendeva forma. Se Bill era morto, forse adesso sarebbe toccato a lei, unica testimone dell’assalto. Solamente una debole idea la sottrasse alla paralisi totale. Corse disperata verso di lui e gli cadde vicino, sbucciandosi con dolore le ginocchia sul cemento. Il suo telefono era un vecchio modello, ma se Bill ne aveva uno migliore e più potente, allora aveva ancora qualche speranza di sopravvivere a quella tragedia. Si mise a frugare nella sua giacca, un modello squisitamente sartoriale, che fino a pochi minuti prima le era sembrato il massimo dell’eleganza. Ora era soltanto uno straccio zuppo, con le tasche purtroppo vuote.
Era vicina a un infarto, se lo sentiva, nonostante la sua giovane età, però si fece forza. Per sé e per lui. Assecondando un istinto incontrollabile, gli sfiorò con delicatezza i capelli, scostandoli dalla fronte sporca e appiccicosa. Lo guardò negli occhi vitrei, già privi di vita, e si scusò per ciò che stava per fare. Poi inspirò a fondo e lo voltò su un fianco, per accedere meglio alla tasca del pantalone. Vuota. La rivoltò fin negli angoli, come se ci potesse trovare un microscopico telefono, ma niente. La sua ultima speranza era l’altra tasca. Tirò Bill verso di sé e affondò la mano nei pantaloni. Toccò qualcosa di metallico e la speranza si riaccese, ma con le dita capì che si trattava solo delle chiavi dell’auto.
“No, no, no, nooooooo!” urlò, gettando via le chiavi e tastando a destra e a manca le braccia, il petto, le gambe e i polpacci. Doveva esserci un telefono, doveva per forza!
Fu tutto inutile. Distrutta, ricadde senza forze su di lui, rannicchiandosi come se potesse ancora consolarla.
“Perdonami Bill. Ti supplico, perdonami. Io non ce l’ho fatta… Non sono stata capace!” Affondò la testa nell’incavo del suo collo e si abbandonò al pianto.
“Mm… peccato! Non mi dispiacevano le tue mani addosso, specie sulle cosce.”
Mentre ancora piangeva a dirotto, Alice si rimise seduta e lo guardò perplessa, senza realmente rendersi conto di chi avesse parlato. Poi lo vide allungare le braccia e stiracchiarsi, come dopo aver fatto un sonnellino. Osservò meravigliata, ma senza fiatare, il grosso foro sulla sua fronte, che si richiudeva sotto i suoi stessi occhi.