Chapter 2

1396 Words
Brasile – Stato di São Paulo Città di São Paulo – Mercoledì 24 aprile 2019 “Casa/Studio di Learco Learchi” Il profumo di feijoada cucinata dai vicini di casa, entrando nella sua, stava eccitando le papille olfattive di Learco in quel freddo mercoledì di fine autunno del Brasile. Da qualche anno la temperatura era divenuta rigida. Era quasi gelida come lo è la stagione invernale nell’Italia del Nord. I nomi dei mesi sono invariati ma i differenti emisferi li pongono in stagioni totalmente opposte: quando in Italia si è in primavera, in Brasile c’è il clima dell’autunno e così via. «Sì, è tempo di “polenta concia” ma qui a São Paulo, nei ristoranti locali, non la si trova facilmente. Mettermi a cucinarla oggi, in casa, non mi va. Un buon sostituto è una feijoada calda che troverò nel menù del ristorante e potrà andare bene ugualmente» si era detto lo scrittore. Poco dopo, mentre si trovava seduto ad un tavolo del suo ristorante preferito, stava già occupato ad assaporare la “comida dos escravos”, il piatto nazionale brasiliano del mercoledì e del sabato. Si stava ingozzando, ingordamente, con grandi cucchiaiate di riso, fagioli neri, linguiça, carne di maiale ed anche di manzo, accompagnate da listerelle di cavolo nero saltato con aglio e peperoncino, oltre l’immancabile farofa. Era una buona zuppa di origini antiche e Learco stava scaldandosi con quel piatto grasso, saporito e ancora fumante. Mentre pranzava, i suoi pensieri stavano viaggiando verso un’altra direzione. Sì, era ossessionato dall’incarico ricevuto da poco: quello di scrivere un nuovo romanzo. Si stava chiedendo se ambientarlo in un lontanissimo passato abitato dai Popoli degli Aztecas o Incas oppure da Mayas. Non aveva ancora deciso... i tre popoli erano ugualmente interessanti e ben si adattavano alla trama del romanzo storico che intendeva scrivere. Sugli Aztecas gli vennero in mente delle informazioni lette, non ricordava dove, ma che si trovavano immagazzinate in una parte recondita della propria memoria. Quella degli Aztecas fu una delle grandi civiltà precolombiane, la più florida e viva al momento del contatto con gli Spagnoli. Si sviluppò nella regione mesoamericana dell’attuale Messico. In “nahuatl”, il linguaggio nativo degli Aztecas, “Azteca” significa “colui che viene da Aztlan”. Gli Aztecas si riferivano a loro stessi come Mexicas. Essi dicevano di provenire da “Azlan”, un luogo posto ad Oriente nell’Oceano Atlantico. Quando gli invasori spagnoli del Messico seppero che gli Aztecas provenivano da una terra chiamata “Aztlan”, si convinsero che gli indigeni fossero i discendenti degli Atlantidei. Learco ricordava che l’uso del termine “azteca”, come termine generico per designare tutte le genti accomunate da tradizioni, abitudini, religione e lingua ai Mexicas, era stato introdotto dal geografo tedesco Alexander von Humboldt per distinguerle dagli attuali messicani. «Se venivano da Aztlan, l’assonanza del nome richiama effettivamente “Atlantide” e potrei costruirci sopra una trama» si era detto ma poi aveva scartato quest’idea avendola già sfruttata in una precedente trilogia di avventure. Ricordò che due anni prima, a seguito di un violento terremoto, che aveva devastato il centro del Messico, era crollata parte della piramide di Teopanzolco, portando alla luce le vestigia di un tempio, posto all’interno, dedicato a Tlaloc, dio della pioggia all’epoca della civiltà azteca. «Ecco, su quel tempio potrei costruire una bella storia...» aveva pensato ma, poi, aveva cambiato intenzione: «...no, non è il caso! Su templi custoditi da piramidi, così come ho già scritto, mi sono dilungato in altri miei romanzi, compreso l’ultimo. Non voglio ripetermi» aveva concluso, accantonando la Civiltà degli Aztecas. Learco masticava con rabbia: la sua non era fame di cibo bensì di idee ispiratrici. Mangiava e pensava ostinatamente a quei popoli che, ugualmente interessanti, erano entrati nel suo cervello, richiamando moltissime cose lette in tanti anni trascorsi da tempo. Non sapeva decidersi ma passò ad esaminare ciò che ricordava dei Mayas. I Mayas erano stanziati in un territorio compreso tra Honduras, alcune regioni del Messico e nella maggior parte del Guatemala. I Mayas si suddividevano in vari sottogruppi in base ai dialetti parlati. Oggi vi è una popolazione discendente da quella degli antichi Mayas. La popolazione, da cui il gruppo linguistico prende il nome, è stanziata nella penisola dello Yucatán. In un lontanissimo passato i Mayas rappresentavano una delle più sviluppate civiltà precolombiane. Alla base dell’economia maya c’era l’agricoltura del mais; era inoltre molto florido l’allevamento dei tacchini. Gli antichi Mayas non conoscevano la ruota; utilizzavano dei semi secchi come unità di scambio. Erano molto abili nella lavorazione dei metalli e delle pietre per produrre ornamenti. «Gli antichi Mayas potrebbero soddisfare la necessità del nascente romanzo ma i discendenti sono completamente differenti e non li ritengo all’altezza dei loro Antichi Padri che, comunque, erano esperti di astronomia ed ossessionati dal tempo che misuravano osservando il Sole e il Pianeta Venere. Osservavano anche gli altri pianeti e le stelle del firmamento con strumenti, certamente, non paragonabili agli odierni telescopi. Ho letto che i loro templi erano molto alti per poterne utilizzare le sommità da dove fare le osservazioni. Era, questa, una necessità legata all’agricoltura. Prevedevano le eclissi che consideravano essere associate a tempi di carestia e di sventura» aveva considerato Learco ma non era soddisfatto dell’analisi fatta fino a quel momento. Egli voleva qualcosa di speciale e che valesse la pena di essere descritta nel suo nuovo libro. Restando ancora da valutare gli Incas lo scrittore cercò di concentrarsi, bevendo il caffè accompagnato da un generoso bicchiere di caipirinha, portatogli dal cameriere a fine pasto. Lo fece centellinando il liquore estratto dalla canna da zucchero ma con sapore di lime e gli sovvennero alcune reminiscenze sul passato di quel popolo. Gli Incas erano originariamente una piccola popolazione guerriera che vivevano negli altipiani a Sud della cordigliera peruviana. Poco prima dell’anno 1200 si spostarono nella regione di Cuzco, dove esercitarono un forte dominio sulle popolazioni locali imponendo tributi, ma senza dar vita ad un vero e proprio regno. Questo nacque dopo dando origine a due dinastie. Sotto il Governo di Tupaq Inka Yupanki, infine, nacque l’impero che, alla fine del 1527, con Yayna Qhapaq, comprendeva l’attuale Colombia, l’Ecuador, il Perù e la Bolivia; estendendosi fino all’Argentina e al Cile. «Sì, gli Incas possono fare meglio al mio caso. Con la loro storia, movimentata da intrighi ed il dominio sugli attuali Stati Sudamericani affacciati sull’Oceano Pacifico, meritano di entrare nel romanzo dove descriverò due realtà parallele: una storica, ambientata nel tempo antico e l’altra turistica, che si svolgerà nei tempi odierni in quelle stesse regioni. Tra le due storie ci sarà quella di un talismano antichissimo legato alla fortuna, alla salute o alla cattiva sorte» aveva pensato tra sé e sé Learco. Subito dopo chiese il conto al cameriere, lo pagò, si alzò dal tavolo e si avviò verso il bancone del bar dove tracannò ancora un bicchiere di cachaça, offertogli dal titolare del ristorante. Uscì e, investito da un vento gelido, si diresse verso casa con passi lesti, sebbene appesantito dal pasto ma rallegrato dalla forte cachaça, bevuta con gran piacere. Normalmente, in Brasil, quando è giornata di feijoada è buona regola fare un lungo riposo. Di solito ciò avviene tra le lenzuola del letto ma d’inverno sotto le coperte, specialmente nelle giornate gelide con temperature sotto gli otto gradi. Anche Learco si comportò in cotale maniera e, giunto a casa, dopo aver manoscritto un paio di pagine di appunti sulle considerazioni fatte nel ristorante, si coricò nel letto tirandosi le coperte fin sopra i capelli. Dopo pochi secondi era sprofondato, russando, in un sonno profondo sognando degli Incas. Brasile – Stato di São Paulo Città di São Paulo – Giovedì 25 aprile 2019 “Casa/Studio di Learco Learchi” Quando Learco aprì le finestre una ventata fredda, di sette gradi, investì il suo volto. Il tempo non era migliorato e, probabilmente, l’ondata di corrente gelata proveniente dal Polo Sud, attraversando la confinante Argentina, sarebbe durata ancora molti giorni. Era, quello, il tempo che obbligava a stare, al calduccio, tra le pareti di casa e lo scrittore considerò che era giunto il momento di approfittarne per dare avvio alla stesura del libro dedicato al Popolo da lui scelto. Pensò di iniziare parlando del Sole quale simbolo presente in molte culture. Per fare ciò decise di riportare alcune parti di un articolo reperito su Internet.
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