— Ah, orribile, troppo orribile! — lamentò Isabella Inghirami, tutta chiusa nel mantello e nel velo, stringendosi addosso a Vana che batteva i denti come nel ribrezzo della febbre. — Non s'arriva mai. Aldo, passa innanzi, passa, passa! Un'impazienza irosa sibilava nelle sue parole. La sosta, nel fragore e nell'orrore, pareva senza termine. — C'è il fosso a destra. — Non importa! — Ecco, si va. La macchina avanzava per breve tratto, coi fanali contro il serbatoio di quella precedente; poi s'arrestava, pulsando, sussultando. Le sirene ulularono. Un cane latrò sul ciglio del fosso: colpiti dai raggi, gli occhi gli sfavillarono d'un bagliore demoniaco, più verdi degli smeraldi contro il sole. — Vana, batti i denti? — Ho freddo. — Tanto freddo? — Sì. — Hai forse un poco di febbre? —

