Quarto Capitolo
«No, prima guardo,» disse «per vedere se c’è scritto veleno o no.»
Cambridge, 7 dicembre 1936
«Che cosa leggi?»
Nel silenzio conciliante della biblioteca di Pembroke, praticamente nascosto nella sezione di Teologia Morale, quella voce ebbe l’effetto di una bomba in Trafalgar Square. E io, ovviamente, sobbalzai. Che diavolo ci faceva Will in quella parte di biblioteca dimenticata da Dio, dove mi ero nascosto per non essere visto da nessuno, in particolar modo da lui?
Chiusi il libro e lo posai sulla poltrona accanto alla mia, in modo che non leggesse il dorso; ero ancora irritato per la nostra ultima conversazione e non volevo sembrare arrendevole. Lui invece pareva tranquillo e si comportava come se non mi avesse mai detto quella frase: “Io ti scoperei in ogni stanza di questo fottuto college”, che all’improvviso era diventata il leitmotiv di tutta la mia esistenza, almeno fino a quel pomeriggio.
«Non sono affari tuoi, Will. Tu, piuttosto, leggi anche volumi di teologia, ora?»
«No, ti ho visto entrare e sono venuto a cercarti.»
«Ma sono entrato più di due ore fa...»
«Sì, be’, volevo lasciarti un po’ di tempo per affezionarti a Boccadoro.»
«Perché mi hai chiesto cosa stessi leggendo se lo sapevi già?» domandai, sospirando irritato.
«Perché volevo sentirlo dire da te.»
«E come facevi a saperlo?»
«Perché l’ho cercato nello scaffale e non c’era.»
«Ci sono più di cinquecento studenti a Pembroke, avrebbe potuto prenderlo chiunque.»
«Diciamo che ho ottimi contatti all’ufficio prestiti della biblioteca.»
«Ma se sei qui da due mesi.»
«Mettiamola così: sono un tipo affascinante e le persone fanno cose per me.»
«Disse il giovane Narciso» commentai sorvolando sull’ambiguità delle sue parole.
E allora accadde la cosa incredibile. Mi sorrise. Senza imbarazzo o ironia. Certi sorrisi tolgono il respiro. Lui, con un sorriso, toglieva la vita. Semplicemente, dopo, non era più la tua.
«Allora non ti disturbo, ti lascio alla lettura.»
Evidentemente il mio interesse per Hermann Hesse l’aveva spiazzato.
Avevo l’impressione che volesse chiedermi qualcosa, ma che si sentisse in imbarazzo.
«Will, perché sei qui?»
Lui esitò: «Volevo chiederti del ballo di Natale. È una cosa formale o gli studenti ci vanno davvero tutti?»
Il ballo era una tradizione del nostro college, che il ventiquattro dicembre festeggiava il suo anniversario. Inizialmente si teneva la sera della vigilia di Natale, poi avevano finito per anticiparlo di un giorno ed era anche il nostro modo per festeggiare la fine del Michaelmas, il primo trimestre. C’era, prima, una cerimonia e, in seguito, il ballo degli studenti nella sala grande, utilizzata per la danza in via del tutto eccezionale. Ogni studente di Pembroke conosceva questa usanza, il Christmas Eve Ball era il nostro orgoglio.
E lui non aveva idea di come funzionasse.
La cosa era dannatamente affascinante per uno come me, cresciuto nel mito di Cambridge, di Pembroke, dell’appartenenza e dell’onore.
Sorrisi alla sua domanda, ma non feci del sarcasmo, non volevo metterlo in imbarazzo: «Ci vanno tutti. È importante, molto importante. Salvo casi eccezionali, nessuno rinuncia al ballo e puoi invitare chi vuoi, è l’unico giorno in cui il college è aperto.»
Il mio entusiasmo non sembrò contagiarlo. «Sull’invito c’è scritto che la cerimonia inizia alle cinque in punto, ma è pur sempre un ballo, quindi finirà tardi. Tight o frac?»
Ci misi qualche istante riprendermi dall’idea di Will in abito da cerimonia, ma mi concentrai e gli risposi «frac» senza balbettare, traguardo da non sottovalutare.
«Bene, grazie. Ti lascio.»
«Comunque...»
«Dimmi.»
«Se hai bisogno, per il frac posso accompagnarti a Savile Row. È un po’ tardi, ma il nostro sarto fa miracoli.»
Mi concesse un sorriso quasi imbarazzato e rispose: «No, Lewis, ti ringrazio, sono a posto con gli abiti da cerimonia, e preferisco i sarti italiani.»
C’era da aspettarsi che il giovane Chase avrebbe snobbato i sarti inglesi che vestivano sua maestà Edoardo VIII, preferendo quelli italiani. Come avevo potuto essere così ingenuo da pensare di proporgli qualcosa di così volgarmente tradizionale? In ogni caso, per quanto strana, fu la prima conversazione normale tra noi.
Cambridge, 23 dicembre 1936
«Ciao, my lord.»
«Cristo!» urlai.
«Louis, ti ho detto di non...»
«Sì, lo so. Imprecare non mi si addice, ma a momenti mi facevi venire un infarto.»
«È perché sei sempre sovrappensiero, ogni tanto dovresti tornare da Wonderland.»
«Intanto ti ho già chiesto di smetterla con questa storia di Alice e, poi, che cosa ci fai qua, nascosto dietro le tende?»
Già, cosa ci faceva Will Chase nascosto dietro le tende di una delle stanze fumatori della sala da ballo, seduto su una poltrona?
«Non sono nascosto, mi sono appartato, è un po’ diverso. E sto leggendo.»
«Durante una festa?»
«Mi annoiavo.»
«Non sai ballare» azzardai.
«Certo che so ballare.»
«No, non sei capace.»
«E invece sì.»
«Invece no.» Ormai ridevo, spudoratamente.
«Come ti pare.» Era, forse, irritato?
«E allora perché te ne stai qui?» insistetti.
«Tutta gente noiosa, almeno finora, poi ho visto te che... esattamente cos’è che stai facendo, Lewis?»
Già, perché ero lì? Perché il mondo non era abbastanza grande per contenere la mia fuga.
«Mi nascondo d-da...» presi a balbettare «... dalla mia fidanzata.»
«Hai una fidanzata?» domandò, lentamente. «Oh, Louis, avresti dovuto dirmelo prima di scopare. Ora mi sento tanto usato e preso in giro. Come hai potuto ferirmi in questo modo?»
«Smettila. Sono sicuro che anche tu hai una fidanzata, solo che non hai il coraggio di ammetterlo.»
«In realtà, no. Diciamo che nella mia famiglia le questioni amorose sono, come dire, delicate. E vengono trattate in un modo leggermente più trasgressivo del normale. Ma se vuoi mi faccio la tua di fidanzata.»
«Nessuno si farà nessuno.»
«Uh-uh! Di lei o di me?»
«Cosa?»
«Sei geloso. È chiaro.»
Mi scappò un mezzo sorriso seguito da una smorfia di disgusto, come accadeva ogni volta che mi immaginavo con lei. E poi lui si alzò. E io ammutolii. D’un tratto, amai i sarti italiani e qualsiasi fidanzata, dall’altra parte della tenda, smise di avere importanza. Non esistevano parole per descrivere la bellezza quando ci sorprendeva, ci disarmava e feriva.
«E qual è?» chiese.
Era troppo vicino perché non balbettassi un: «Chi?» fuori luogo.
«La tua fidanzata, Lewis! Chi è tra le ragazze in sala?»
Scossi la testa: «Non te lo dico.»
Mi appoggiò il mento sulla spalla con aria complice: «E dai, dimmelo.»
«No.»
Mi ricordò la notte del pub, quando riuscì a farmi battere un record imbarazzante, solo respirando il mio nome sul collo, in un’altra lingua. E quel momento dovette tornare in mente anche a lui perché, accarezzandomi la schiena con la punta delle dita, sotto la giacca, con la sua voce più roca, domandò: «E, dimmi, anche lei si eccita pronunciando il tuo nome in francese?»
Era troppo. Era veramente troppo. Era già difficile resistere ai miei ricordi, mischiarli ai suoi andava contro ogni legge della natura. Tutto il mio autocontrollo stava franando. Solo che, cucendo a misura il cavallo dei pantaloni del mio frac, il sarto di Anderson & Sheppard non aveva previsto il momento nostalgico di Will Chase e allora dovetti ricorrere allo stratagemma più antico del mondo: pensare a una cosa triste – ma davvero triste, tipo che ci facevano il culo a rugby nell’Oxbridge – per evitare di impazzire o esplodere. Ma in quel momento l’unico pensiero triste era la mia fidanzata e così, istintivamente, gli indicai la ragazza non bella e non brutta sul lato destro della sala da ballo, che in nessun modo sapeva distinguersi tra quelle dell’alta aristocrazia londinese, tutte cresciute alla stessa maniera, identiche nel parlare e nel pensare. Ne avrei potuta scegliere una qualsiasi, non avrebbe fatto differenza. E così gli indicai quella che, per compiacere mia madre, avevo scelto: la povera Louise Gordon-Lennox.
«È quella lì, Louise Gordon-Lennox.»
E poi lo guardai, perché lo sapevo. Vidi i suoi occhi diventare più grandi, serrò le labbra per non tradirsi. E sentii l’inevitabile risata implodergli in gola. Era prevedibile e maledetto e bellissimo, e venne da ridere anche a me, perché lo sapevo, naturalmente.
Lo cantilenò piano: «Si chiama Louise?»
«Will, ti prego.» Sapevo benissimo cosa un’informazione del genere potesse essere per William Chase.
«Si chiama Louise?» insistette.
«Per favore, contieniti.»
«Voglio sentirlo da te. Ti prego, dillo di nuovo. Come si chiama la tua fidanzata, Lewis?»
Feci un lungo sospiro e mi arresi: «Sì, William, la mia fidanzata si chiama Louise.»
Immaginavo la sua mente impazzire per appuntarsi tutto il dileggio che mi avrebbe fatto subire nelle settimane successive.
In ogni caso, sembrò ricomporsi: «Quante ragazze da marito ci saranno tra le conoscenze della tua famiglia? E tra tutte han dovuto scegliere proprio quella che ha il tuo stesso nome? Un giorno sarete Lewis e Louise Ellsworth?»
«William, te lo sto chiedendo per favore.»
«Non c’è fine alla cattiveria verso i figli in certi ambienti. Di’ la verità, my lord, avresti preferito la scuola militare.»
«Va bene, d’accordo.» Mi allontanai stizzito e mi sedetti incrociando le braccia. «Dai, su, sfogati, divertiti, così la facciamo finita.»
«Ma non c’è gusto se non ti arrabbi.»
«Oh, scusa. Se vuoi inizio a saltellare di rabbia per la stanza. Oppure, guarda, mi faccio venire una crisi di nervi.» Mi fece il verso con un’espressione da melodramma e allora, visto che ormai avevo iniziato, lo feci davvero, il melodramma: «Il punto è che dovrei chiedere di ballare a una che mi ha già annoiato ancor prima di dire sì e quindi fai pure, William. Cosa vuoi che sia aggiungere a questa calamità il tuo dileggio? Cosa vuoi che siano il tuo sarcasmo e la tua ironia paragonati a una vita di rassegnazione?»
Gli vidi un’ombra passare sul viso: «Già, alla fine cosa importa? Lei o un’altra che differenza vuoi che faccia? Passerai comunque la vita a scoparti sconosciuti nei locali dei bassifondi.»
Bastarono quelle parole per ferirmi più di tutti i pensieri sugli anni futuri. Perché era stato lui a parlare. Perché stava dicendo il vero. E io, da lui, la verità non volevo sentirla. Will non era la realtà, lui era Wonderland.
«Giusto» risposi. Poi il nulla.
Lui abbassò lo sguardo e fui incerto se la mia stessa ammissione avesse ferito più lui o me; per poi rendermi conto, in un secondo momento, che feriva entrambi, perché io e lui eravamo uguali. Eravamo ragazzi ricchi che cercavano compagnia nei bassifondi, ma eravamo anche i ragazzi dei bassifondi di cui cercavamo la compagnia. Non era una questione di ceto sociale, era solo il pendolo del destino; quella notte al pub non avrebbe mai smesso di appartenerci e di raccontarci. E come o cosa saremmo stati noi, se quel pendolo non fosse stato d’oro? Senza soldi, senza posizione, senza futuro e senza la cultura e il sarcasmo? Spogliati dai frac, dalle scalinate di marmo, dalle biblioteche, dai merletti e dalle sale da tè. Due anime perse nella stessa bugia, senza drappi di seta per nasconderci dal mondo. Eravamo lì, muti e inermi nelle nostre coscienze. Poi, dopo il silenzio, si ripeteva sempre lo stesso schema: il mio istinto esplodeva e la sua ragione rimetteva insieme i pezzi. Mi mossi di scatto senza sapere o voler dare un nome alla ferita che stava bruciando; Will mi fermò, tenendomi per un braccio, liberando entrambi. Lo sentii sospirare, tanto per cambiare.
Mi voltai a guardarlo, lui chiuse gli occhi con rassegnazione. E, infine, fece quella smorfia tipica di chi sta per fare qualcosa di cui potrà pentirsi: «Stasera tocca a me pagare da bere, my lord. Tu rimani in Wonderland.»
S’incamminò con aria sicura e si diresse verso Louise. Non capendo cosa volesse fare, d’istinto mi mossi per impedirglielo. Solo che lui era già a metà sala e per fermarlo sarei dovuto uscire da lì e, in quel momento, ero troppo vigliacco per fare un passo oltre la tenda. Lei mi aveva cercato per tutta la sera; neanche un ballo le avevo chiesto. La raggiunse e le tenne compagnia per tutta la sera e per tutta la sera ballò con lei; e solo più tardi mi disse di essersi presentato come un mio amico, informandola che ero indisposto e che ero dovuto andare via. Naturalmente lo fece solo per dimostrarmi che avevo torto e che era un ballerino meraviglioso. Inutile dire che per tutta la serata ebbi l’impressione che la mia fidanzata si stesse innamorando del mio amante e che quindi, almeno una cosa, io e la povera Louise Gordon-Lennox, l’avessimo in comune. Peccato fosse anche l’unico argomento di cui non avremmo mai parlato. Guardavo Will e pensavo a quale effetto potesse fare a una donna, quando non doveva nascondere la sua capacità di affascinare e poteva essere il gentiluomo che era, mostrandosi nei gesti e nella grazia e usando l’arte della seduzione senza sporcarla col suo sarcasmo.
Pensai a quanto incredibile dovesse essere per Louise sentirsi accarezzare dal suo sguardo e non aver paura di mostrare ciò che faceva al suo corpo o doversene vergognare. O sentire l’orgoglio di avere addosso gli occhi di un mondo che non poteva fare a meno di guardare Will, perché lui gli era ancora estraneo e perché era bello in un modo diverso, nella sua ingenua sfacciataggine. O, ancora, sentire la mano grande nella sua, mentre l’accompagnava per le scale, per poi salutarlo, mostrando imbarazzo. Ma quando dalla finestra vidi che le baciava la mano, la odiai. La odiai con tutto il dolore che negli ultimi mesi avevo soffocato; perché era lei, perché era lui, per tutto ciò che significavano per me. Perché lei rappresentava ciò che non volevo e poteva godere dell’unica cosa che desideravo avere. E, per un attimo, accarezzai la vendetta, pensando che le avrei regalato tutta la peggior sofferenza che un matrimonio avrebbe potuto contenere, e solo perché Will Chase le aveva baciato la mano. Era la mia innata indifferenza che si frantumava contro qualcosa di molto più forte. Non ero ancora riuscito a staccare gli occhi dal punto del marciapiede dove era accaduto il fatto increscioso, che lui era già tornato da me.
«Lewis, se dopo aver trascorso la serata a ballare con me ti vorrà ancora, è stupida, ma forse ti ama. Se ti rifiuta, magari è più intelligente di quello che sembra, e ce ne saremo liberati.»
Lessi del sarcasmo in quel “ce ne saremo liberati”. Che l’avesse fatto non per farmi un favore, ma perché non gli andava di vedermi ballare tutta la serata con Louise? Che fosse Will Chase a essere geloso di me? Forse, come al solito, aveva ragione lui, stavo proprio esagerando in quella mia Wonderland.
Riprese il libro che aveva lasciato sulla poltrona e mi salutò: «Buonanotte.» Poi, però, mi sorprese di nuovo: «E buon compleanno, Lewis.»
Mi accorsi solo allora che era da poco passata la mezzanotte e che era il mio compleanno; doveva averglielo detto Louise durante la serata o era una di quelle cose che sapeva chissà come, ma di nuovo provai quella sensazione di mancanza.
«Will, aspetta.»
Si fermò, ma rimase a metà tra la tenda e la sala: «Dimmi.»
«Perché non sei andato via?»
«Scusa?»
«Quando hai iniziato ad annoiarti, perché sei rimasto?»
Mi guardò con l’inevitabilità di qualcosa che non poteva nascondere. «Perché volevo vederti ballare.» Dette un leggero colpo di commiato allo stipite sotto la tenda e aggiunse solo: «Buonanotte.»
Non sorrise neanche. Voleva farmi sapere che era serio, voleva che capissi che non scherzava. Voleva che nei suoi occhi leggessi quella punta di delusione per l’essere rimasto per qualcosa che non aveva ottenuto. Significava che non solo mi aveva salvato quella sera, ma l’aveva fatto pur sapendo di rinunciare a qualcosa che voleva. E se io non gliel’avessi chiesto, non me l’avrebbe neanche confessato. Io immaginavo gelosia e lui mi regalava poesia.