Quinto Capitolo

3215 Words
Quinto Capitolo «In un modo o nell’altro riuscirò a entrare nel giardino, perciò non mi importa di quel che potrà accadere.» Cambridge, 9 gennaio 1937 Non avevo mai avuto uno spiccato interesse per la filosofia. Anzi, per quel poco che ne avevo assaggiato, la trovavo una materia alquanto inutile. E quando quella mattina erano iniziati i corsi del nuovo trimestre, ero entrato in classe per la prima lezione del professor Ledley rassegnato all’ora di noia che mi attendeva. E invece mi sbagliavo. Un banale dubbio di pronuncia si era trasformato in un acceso confronto tra Will Chase che quasi urlava contro Peter Cavendish, reo di aver sbagliato la pronuncia di Émile Durkheim. Cavendish era uno dei peggiori esemplari della nostra generazione: futuro Pari a causa di un lignaggio favorevole – era cugino di un duca, primo in linea di successione – si trovava a Cambridge per avere un titolo in più rispetto a quello che già gli spettava, e per bearsi di una laurea in un istituto prestigioso. Non era il solo che facesse della cultura un bagaglio piuttosto che uno strumento, ma su di lui era un difetto più marcato, perché gli piaceva sfoggiare la propria ottusità. Era talmente inetto che, prima di entrare a Cambridge, aveva fatto domanda a Oxford, e questa era un’onta che a Cambridge nessuno gli avrebbe mai perdonato. Dall’altro lato della sala, Will Chase era quanto di più lontano potesse esistere da tanta insensata stupidità e non aveva perso occasione per sottolineare la differenza intercorsa. «Peter,» stava dicendo Will «è per quelli come te che ogni giorno ringrazio di essere anche americano e ringrazio quella Rivoluzione che mi ha permesso di crescere libero dalla tracotanza di certi tronfi aristocratici inglesi.» «Signor Chase,» intervenne Ledley divertito «spero che sappia di essere giusto a un passo dalla lesa Maestà.» Il professor Ledly, comodamente seduto dietro la cattedra, era troppo rilassato perché non si capisse che stava scherzando. Era un uomo anziano, ma imponente, con sopracciglia aggressive e sguardo appuntito, e se ne stava lì, gongolante, mentre due studenti duellavano rendendo avvincente la sua lezione. Non c’era da stupirsi che anche Ledly si fosse lasciato affascinare dalla particolarità di Will; era uno studente colto e curioso e a differenza di molti di noi sembrava non dare per scontato il privilegio di trovarsi in quelle aule. «È lui che è a un passo dalla lesa Maestà, tanta ignoranza dovrebbe essere reato.» Poi si rivolse ancora a Cavendish: «E a essere sinceri, Peter, con quella tua erre, se vai in Francia, ti denunciano; in Germania ti fucilano.» Naturalmente quelli come Cavendish avevano sempre un punto di non ritorno: «Scusa, saputello, se non parliamo tutti la lingua dei crucchi o quella dei froci come sai fare tu. Ma certo, quando si è plebei bisogna imparare a parlare più lingue e a dar via parti del corpo per riuscire a non perdere certi privilegi.» Strinsi forte il banco e stavo per alzarmi, ma non lo feci solo perché Ledly mi anticipò. «Signor Cavendish, adesso basta. Dubito che il signor Chase nella vita avrà mai bisogno di vendersi per ottenere credibilità. E se lei iniziasse a utilizzare nella mia aula un linguaggio da gentiluomo, non offenderebbe il titolo che le spetta, ma che non significa lei meriti. Per oggi credo basti così, comunque. Potete andare.» La voce di Ledly era stata così ferma che in aula l’aria sembrava essersi asciugata. Peter Cavendish era così pallido che la sua camicia bianca spiccava per contrasto. Il colorito di Will non riuscii neanche a vederlo; scivolò via dall’aula come una furia, allontanandosi con un passo che mi ricordò quello di qualche settimana prima, mentre mi trascinava verso il cortile dietro la biblioteca, dopo che avevo provato a baciarlo. Non ero ancora abbastanza bravo da decifrare quanto e perché fosse così furioso e neanche il motivo per cui, durante tutto il confronto con Cavendish, avevo avuto l’impressione che la sua voce avesse una punta di irritazione, diversa dal solito. Non era stato come quando si intavolavano le discussioni in cui lasciava trasparire l’ironia e un velo di saccenteria. Ma questa volta volevo parlargli, chiedergli quale fosse il problema. Volevo conoscerlo, distinguere i toni della sua voce, le sfumature nei suoi occhi, e non solo per una curiosità morbosa: volevo imparare tutto questo, saperlo. Per questo, una volta fuori dall’aula, mi misi a cercarlo. La lezione di Ledly era stata posticipata in via del tutto eccezionale al sabato e non erano molti i ragazzi in giro per l’università; avrei dovuto trovarlo più facilmente, ma lui non era in biblioteca e in nessuna delle aule, così decisi di tornare a cercarlo a Pembroke. Era incredibile come il semplice gesto di cercare qualcuno svelasse quanto si conosceva di quella persona. Volevo trovarlo, volevo che capisse che io c’ero. Trovarlo era il mio: “Volevo vederti ballare”, era il mio sapere cosa stesse leggendo, il mio augurio di buon compleanno. E forse lui non sapeva neanche cosa significasse per me interessarmi così a qualcuno, ma per una volta volevo essere io a tenere lui al sicuro, dietro una tenda, e danzare con i suoi fantasmi. Mi fermai davanti all’ingresso di Pembroke e pensai che avrei iniziato dalla biblioteca, per poi continuare nelle sale studio. Cercai perfino nella cappella e in sala mensa e nelle toilette, e solo dopo, in preda alla disperazione, mi decisi a cercarlo in camera. L’istinto, però, mi diceva che voleva stare da solo e, infatti, quando bussai, c’era soltanto Shay. Mi disse che Will era passato in camera, che non aveva detto una parola e che, prima di uscire di nuovo, aveva preso i suoi spartiti. Chissà come e perché, era sempre lui che finiva per sorprendere me. Non che ci fossero troppi posti dove andare con degli spartiti; la sala musica era all’ultimo piano. La raggiunsi e mi fermai sulla soglia, incantato, ad ascoltare. Beethoven. Für Elise. Quando ero piccolo e prendevo lezioni di pianoforte, amavo suonarla perché immaginavo che ci fossero dei ragazzini che si rincorrevano per casa o in giardino. Mi sembrava di sentirne le voci. Avevo continuato a studiare musica, ma avevo le mani piccole e a questo si aggiungeva la mia scarsa capacità di appassionarmi a qualcosa che prevedeva troppo esercizio, studio o sacrificio. O forse, semplicemente, era una delle tante cose che non avevo finito per pigrizia o paura. Eppure la musica mi era sempre piaciuta e, anche se suonavo di rado ormai, l’ascoltavo di frequente. Avevo smesso di suonare Beethoven perché sentivo di offenderlo con la mia poca grazia. E poi c’erano quelli come Will, che erano fatti di musica e li riconoscevi al tocco del pianoforte. E da sempre odiavo quelli come lui, perché avevo sempre invidiato il talento senza mai cercarne la provenienza. Non potevo odiare lui, però, perché lui era tutto ciò che volevo e che avrei voluto essere. Accarezzava la musica con l’intensità con cui viveva e, come se ascoltare il suo Beethoven non fosse abbastanza, c’era anche lo spettacolo meraviglioso che offriva agli occhi. La schiena diritta, le dita lunghe che sembravano nate per eccitare i tasti e un’aria così assorta da mostrare chiaramente che quella era la sua Wonderland. E non pensavo potesse essere ancora più bello di così, ma si fermò e cambiò spartito. Beethoven era solo per riscaldarsi. Poggiò le mani sui pantaloni e strinse i pugni, poi le aprì come se volesse raccogliere tutti i tasti, o forse il coraggio, mise le mani sul pianoforte e chiuse gli occhi. E iniziò. Wagner. Suonava a memoria. Suonava Wagner a memoria. E non un pezzo qualunque. Il preludio del Parsifal. Se la parola magnificenza avesse avuto un’immagine, sarebbe stata Will Chase mentre suonava Wagner. Non capivo se fossi più sorpreso dalla sua bravura, dal suo coraggio o dalla ricercatezza del pezzo. Stava suonando un’opera incredibile con una maestria rara per un ragazzo della sua età. E poi, a un certo punto, fermò le mani e toccò i tasti con i palmi. Si era accorto della mia presenza e io non mi lasciai sorprendere: «C’è qualcosa che non sai fare?» Lui capì, ma non si voltò. Aveva già la risposta pronta, ma la tenne ferma sulla soglia del pudore. Solo un attimo e, poi, mi rispose. Lo sentii in una nota grave, ma sottile, un tasto nero. Lo riconobbi sulla schiena prima ancora che nella voce: «Forse non so amare.» Poi si girò e mi sorrise. «E non so disegnare.» Ignorai la risposta precedente, avvicinandomi. «Ma pensa. Povero, comune mortale.» «È frustrante, sai, amare tanto l’arte e non poterla realizzare.» «A me capita sempre con la musica.» «Sai suonare?» Un lampo di euforia nello sguardo. «No, suono. È diverso.» «E allora suona.» Istintivamente si spostò sullo sgabello. «Dopo questo? Dopo il tuo Wagner? Sei forse matto?» «Be’, se riconosci Wagner, tanto male non puoi essere.» «Ho detto che suono, non che so farlo. Non ho detto di non saper ascoltare.» «Ma io voglio sentirti suonare.» Aveva gli occhi troppo pieni di qualcosa che non gli avevo mai visto, faceva venire voglia di proteggerlo, qualsiasi cosa fosse, di tenerlo dietro quella tenda. Era una fottuta virgola dopo quel “volevo vederti ballare”. E non potevo negargli di nuovo un desiderio. «Maledizione, Chase, solo perché oggi tocca a me pagare da bere» dissi accomodandomi al suo fianco. «Cosa vuoi suonare?» «Aspetta, pensi che suoni a memoria?» «Oh, giusto, vuoi uno spartito? Ora lo cerco.» Sfogliò assorto tutti i suoi spartiti e all’improvviso gli si accese lo sguardo. Mi guardò con negli occhi una giornata di primavera, di quelle che fanno dimenticare che dallo stesso cielo può piovere tempesta. «Ti va una cosa a quattro mani?» «Sembra una cosa e*****a, Will.» M’ignorò e riprese: «Bene, ora vediamo di cosa sono capaci queste mani.» «L’hai fatto di nuovo.» «Non so di cosa tu stia parlando, inizio io e tu mi vieni dietro.» «Ti rendi conto che sei un doppio senso vivente?» «Sei un pervertito, Ellsworth, credo che tu debba saperlo.» «Sarei io, il pervertito?» «Allora, ti va?» «Cosa?» «Inizio io e tu mi vieni dietro.» «Certo, Will. In entrambi i sensi.» Rise e poi sistemò lo spartito sul leggio, tutto dalla mia parte. «Questa è la tua partitura.» «Perché tocca a me la parte più difficile?» «Perché l’altra la conosco a memoria, l’avrò suonata un milione di volte, anche se ora sarà diverso.» «Sì, be’, immagino tu sia abituato a suonare con gente più capace.» «No, my lord, non è per quello. L’ho sempre suonata con la stessa persona. E sì, è sicuramente più capace di me e, immagino, di te. Perché è fantastica, superlativa, meravigliosa, perfetta. Ma diciamo che c’è un diverso coinvolgimento emotivo.» «Non ti coinvolge?» «Direi di no. Cioè, la amo da pazzi...» Sentii un solletico di gelosia proprio dove avevo dimenticato il ricordo di Will che baciava la mano di Louise, mentre lui proseguiva: «... ma sai, preferisco gli uomini alle donne e questa è una dichiarazione di Schubert a Carolina Esterhàzy, la donna che segretamente amava, e io l’ho suonata sempre e solo con mia nonna. Credo di non essere mai stato davvero nel pezzo.» «Tua nonna?» Maledetto, stavo per chiudermi in convento! «Sì, mia nonna. È una pianista ed è francese. E mi ha insegnato a suonare e a parlare francese. È stata un’insegnante eccellente e sono dotato, ma non sono un genio, ho imparato giocando.» In quel momento sentii la necessità di condividere con lui qualcosa di altrettanto intenso: «Mia nonna non sa fare un cazzo.» Mi lanciò uno sguardo incredulo e poi scoppiò a ridere. Continuai: «È così ordinariamente inglese. Credo sappia ricamare, ma non ho ritenuto necessario chiederle di insegnarmelo, perché sono già abbastanza ambiguo così.» Mi guardò confuso e quasi contrariato, e allora ne approfittai per chiedergli: «Che cosa ti ha dato più fastidio prima, in classe, frocio o plebeo?» Pensavo avrebbe reagito male e che sarebbe diventato evasivo, invece si sorprese per la domanda: «È questo che credi? Che mi sia infastidito per la volgarità di Cavendish?» «Non è così?» «Tu ti saresti sentito offeso?» «Certo, ovvio.» «Oh, Louis, sei proprio un figlio dell’aristocrazia!» «Sento il tono del rimprovero...» «Non lo è. Lo capisco, è così che sei cresciuto, ma io non mi offendo per questo, perché non c’è nulla di male nell’essere plebei. L’onore, la rispettabilità, l’onestà, la nobiltà, non hanno nulla a che fare con il ceto sociale. E non c’è niente di male nel preferire gli uomini, nell’amare qualcuno del proprio sesso. Il fatto che una legge ti impedisca di farlo, non significa che tu debba vergognartene. Il fatto che intorno a te gli altri non lo capiscano, non vuol dire che tu debba odiarti. È qualcosa che non puoi cambiare, né mostrare, ma non significa che tu non possa esprimerti, attraverso l’arte, attraverso la vita. Sei quello che sei. Sii quello che sei.» Lo faceva sembrare facile, lo faceva sembrare bello, ma non rispondeva alla domanda. «E allora perché eri furioso dopo la lezione?» «Perché non amo che gente ignorante insulti la cultura parlando di due lingue come quelle in cui hanno scritto Goethe e Baudelaire, con spiccioli di arroganza. Detesto quelli come Cavendish, che della loro condizione vedono solo i privilegi e non le possibilità, e che usano la cultura come ostentazione e mai come strumento. E, quando sono a pochi metri da me, mi sale la rabbia. Certi giorni ignorare è facile, altri no.» Non sapevo quanto Will avesse visto di me, ma in quel momento volevo che vedesse il meglio di me, e forse quello spartito era il modo più semplice che avevamo per conoscerci. «Suoniamo» dissi e lui annuì. Schubert – Fantasy in F minor – per quattro mani. A quel punto dovevo solo concentrarmi sulla musica e non lasciarmi distrarre dalle sue mani che suonavano accanto alle mie. Non volevo sembrargli un incapace, mentre lui suonava con una delicatezza irreale. Non sapevo come riuscisse a suonare in quel modo, pur guardando lo spartito solo per girare le pagine. Non sembrava neanche umano e riusciva anche ad ascoltarmi. No, si occupava di me. «Lewis, la stai leggendo e la stai suonando, ignora le tue mani, loro non c’entrano.» «Se non mi concentro sulle mani, sbaglio.» «E a chi importa? Si chiama Fantasia e tu inventa un po’. Ci siamo solo noi due qui, suonala per me, ma come se io non ci fossi.» Era proprio lui che mi terrorizzava. Ma non si arrese, nonostante fossi bloccato. «Come se la stessi inventando. Come se ti stessi innamorando.» Quattro mani che suonano insieme sono davvero come due persone che imparano a conoscersi. È una storia, come due persone che si innamorano, si amano e si danno piacere. Prima, quando non ci si conosce, uno dei due sceglie l’andatura e l’altro lo segue. Poi, quando ci si capisce e ci si conosce, l’andatura diventa naturale come i gesti. Per la prima volta non stavo solo suonando, stavo facendo l’amore con la musica, attraverso la musica e grazie alla musica. Quando suonai l’ultima nota fu come un orgasmo dell’anima. Sospirai e ripresi fiato. Solo dopo mi concessi di guardarlo, ancora pieno di musica ed eccitazione, come lui. Mi osservava come se una parte di lui mi vedesse per la prima volta o, forse, era solo il riflesso di come mi vedevo io. In quel momento, per la prima volta, sentivo di meritare il suo sorriso. E mi sentivo dentro un respiro diverso. Ero fermo sull’orlo della vita, potevo precipitare o volare. E lui era lì e in nessun modo avrei lasciato andare quel momento senza viverne l’inevitabile. Perché era lui e lo volevo con parti del corpo che non credevo avessero volontà. Nella schiena, nelle braccia, nella gola, sullo stomaco, contro i fianchi. Mi sporsi d’istinto, senza irruenza, ma deciso. Non ero più folle di rabbia come sotto il portico, non avevo paura di lui e di ciò che sapeva di me, non ero intimorito da quello che vedeva in me, ora. Volevo baciarlo e lo feci. Sentii il suo respiro abbastanza vicino da intuire che i suoi occhi erano già chiusi. Per questo non capii subito. «No.» Nessuno scatto d’ira, nessun gesto per mandarmi via. Fu lui ad allontanarsi, guardandomi quasi a volersi scusare. «Non ora, non oggi.» Non ora, non oggi. Ancora. Non era mai “ora”. E non sarebbe stato mai “oggi”. Dovevo essere una maschera di frustrazione, umiliazione e delusione. Tutto quello che era accaduto quel pomeriggio tornava indietro e veniva riscritto, con gli occhi nuovi dell’inganno e della rabbia. Perché era quello che sentivo e lui lo capì e lo ripeté: «Non ora, non oggi» quasi come una preghiera. Ipocrita! «Va’ al diavolo, Will.» Lo sentii chiamarmi, mentre andavo via. Senza voce, senza forza, senza slancio. Quasi per educazione. Ma non tornai indietro. Sentivo dentro tutto lo sforzo di quello che avevo provato a essere. Per lui, perché era lui, perché lo volevo talmente tanto da dimenticarmi che fossi io. O forse, ancora peggio, perché mi faceva venire voglia di amarmi davvero. Non avevo mai pensato che fosse il mondo a essere storto e non io, e non lo sapevo che certe parti del corpo provassero desiderio. Non avevo mai suonato in maniera così libera prima di conoscere Will Chase. Eppure, al diavolo, piccolo idiota, per cui non ero abbastanza. Entrai in camera, presi al volo la giacca e le chiavi della macchina. Neanche il tempo di sentire Reggie farmi l’ovvia domanda: «Dove stai andan...» ed ero già in strada. Lui non mi voleva? Al diavolo! Non era stato il primo, non sarebbe stato l’ultimo. E non era il rifiuto che mi bruciava, era quello che avevo sentito prima, tutte le stronzate degli ultimi mesi, tutto quello che avevo frainteso e che mi ero ostinato a capire a modo mio. Lui mi prendeva per il culo e io mi legavo a... a cosa diavolo mi ero legato? E perché, a un certo punto, non riuscivo più a vedere? Non vedevo la strada, i palazzi, gli alberi, neanche il vetro dell’auto. Stavo... piangendo. Annegavo nelle lacrime come quella dannata Alice. My lord, un cazzo! Non vedevo nulla e a un certo punto iniziai a ridere, perché niente poteva trattenermi dall’infierire su me stesso insultandomi a dovere. Aveva anche ragione quando diceva che ero un imbecille. «Volevo vederti ballare. Ti scoperei in ogni fottuta stanza. Accendimi tu» ripetevo, cantilenando in falsetto le sue stesse frasi, per ricordarmi quanto fosse ipocrita. «Ti darei la gioia di una replica. Ti chiamerò Louis, mi eccita da impazzire.» E ridevo. E piangevo. Ci misi quasi due ore a calmarmi da risate e lacrime e mi infilai nell’unico pub in cui riuscii ad arrivare senza pensare alla strada. Eppure, anche lì c’ero già stato una volta. Iniziai a bere sperando che entrasse qualcuno di interessante. Poi, a un certo punto, fu l’alcol a diventare più interessante ma, con ancora un barlume di lucidità, pensai che non dovesse finire con me ubriaco in un pub; quella notte dovevo fare sesso per ottenere la vendetta che avevo sognato per tutta la sera. Ma poi, vendetta di che? Cosa c’era da vendicare? Non mi voleva e basta, però questo non significava che qualcun altro non mi avrebbe voluto e che qualcun altro non mi avrebbe avuto. “Passerai comunque la vita a scoparti sconosciuti nei locali dei bassifondi.” Pagai e mi trascinai fuori dal locale. Non avevo assolutamente dubbi sul fatto che sarei riuscito a guidare: lo avevo fatto senza vedere la strada, potevo farcela anche in quel momento. Forse. Perché all’improvviso sentii una botta e un forte bruciore sotto l’occhio. Non avevo i riflessi pronti, ma mi venne il dubbio che si fosse trattato di un pugno. E poi, forse, ne ricevetti un altro, dall’altro lato. E qualcosa di effettivamente più forte mi colpì allo stomaco. Poi, più nulla. Mi accasciai a terra, spalle contro la parete del pub e mi sembrò di vedere una figura familiare in lontananza. Sembrava stesse parlando con qualcuno o, forse, lo stava picchiando, ma non ero più in me. Infine, svenni. Cambridge, 10 gennaio 1937 Sentivo un odore forte e acre, di mare, e anche un’intensa sensazione di vuoto, ma quello che mi svegliò fu il freddo: ero seduto sul bordo di un marciapiede, con la schiena appoggiata a una cassetta delle lettere. Mi bastò girarmi per rispondere almeno a una delle mie domande: lui era seduto per terra, accanto a me, sullo stesso marciapiede. Lo guardai come se tutto fosse normale e gli chiesi: «Dove siamo?» «A Dover.» «E perché mi hai portato a Dover?» «Non ti ci ho portato io, me l’hai chiesto tu, my lord.»
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