Sesto Capitolo-1

2003 Words
Sesto Capitolo «Come lo sai che sono matta?» disse Alice. «Per forza,» disse il Gatto: «altrimenti non saresti venuta qui.» Cambridge, 10 gennaio 1937 «Provo a riassumere. Da mesi mi tratti come un idiota e l’unica volta che decidi di ascoltarmi è quando sono furioso, sconvolto e ubriaco, e ti chiedo di fare un assurdo viaggio in auto verso una destinazione improbabile?» «Sì.» «Maledizione, era meglio quando eri tu quello in vantaggio sulle frasi lunghe.» Eravamo fermi su quel marciapiede, al freddo, e mi sembrava assurdo che ci trovassimo davvero in quella situazione. Io incapace di ricordare alcunché della sera precedente, mentre Will continuava a ripetere che gli avevo chiesto di portarmi a Dover, neanche fosse questione di vita o di morte. E lui aveva accettato. Accanto a noi, la mia meravigliosa Talbot, con la parte anteriore spalmata sul muro di cinta di chissà chi. Indicai la vettura. «Mi spieghi cosa è successo esattamente?» Scrollò le spalle. «Ho ancora dei problemi con la guida a destra. Sai, sono praticamente cresciuto negli Stati Uniti.» «Tu, piccolo yankee imbranato, hai fatto a pezzi la mia macchina.» «Quanto sei lagnoso!» Lo disse accendendosi una sigaretta con una certa noncuranza. «La parte davanti è completamente distrutta.» «Lo vedi che sei esagerato, è solo ammaccata.» «Puoi spiegarmi di nuovo perché ci troviamo a Dover?» «Perché, dopo che ti ho recuperato ubriaco, mi hai intimato di portarti qui.» Sospirò e aggiunse: «Volevo essere gentile, mi sentivo in colpa.» «E da quando saresti in grado di sentirti in colpa?» «E dai, Lewis, non sono un mostro!» «In ogni caso non era necessario, non avrai creduto che mi importasse davvero?» «Non ci sarai finito per caso, proprio in quel pub.» Sapevo che il maledetto avrebbe tirato fuori la faccenda del pub. «In realtà, ci vado spesso. Comunque, tranquillo, davvero, ho superato tutto.» «Bene, quindi posso archiviare: “Avrò il mio sesso per vendetta e al diavolo Will Chase e il suo francese del cazzo!”, come parte del processo di guarigione. Mi fa piacere.» Sì, potevo aver detto una cosa del genere. «Oh, be’, dopo la sbornia ho avuto modo di farmi passare la rabbia.» «Meglio così.» «Che altro ho detto?» Sorrise senza guardarmi: «Non te lo dirò mai.» «Mi hai rotto la macchina, me lo devi.» «No.» Era sulla buona strada per irritarmi più del giorno precedente, ma a quel punto avevo cose più importanti cui pensare. «Will, oggi è domenica, le officine non apriranno prima di domani.» «Quindi, cosa vorresti fare?» «La mia famiglia ha degli affari qui, abbiamo degli operai giù al porto che si occupano dei veicoli marittimi, sapranno ripararla.» «Allora il piano sarebbe aspettare domani mattina, farci riparare la macchina e ripartire al più presto?» «Proprio così.» «E dove dormiremo?» «Troveremo un hotel, al porto.» «Bene, perché non ho dormito e inizio ad avere freddo.» Non conoscevo Dover molto bene, ma quella dove Will si era fermato era la periferia, attraverso cui si passava arrivando da Cambridge, e almeno da lì sapevo orientarmi. «Comunque, non fa freddo» commentai. «Lo dici perché hai il cappotto.» «E perché tu sei senza?» «Perché non l’ho mai avuto.» «Come, scusa?» «Sono uscito di corsa e non l’ho preso.» «Ma sei uscito ieri notte!» «In realtà sono uscito ieri pomeriggio.» «E che cosa hai fatto in giro per tutto quel tempo?» «Ti ho cercato.» «Hai cercato me?» «Già, per mezza Cambridge. Ho anche lasciato al tassista tutto quello che avevo in tasca, credo che l’albergo dovrai pagarlo tu. Ti restituisco tutto quando rientriamo.» «Nessun problema e non c’è bisogno che tu me li renda, è colpa mia se siamo in questa situazione. Non hai immaginato che potessi essere lì?» «L’ho fatto, solo non ricordavo più come arrivarci.» Scossi la testa e a lui non sfuggì la mia espressione contrariata. E allora chiese: «Che cosa c’è?» «Per colpa tua, ieri sera ho rischiato di farmi ammazzare!» «Spero non ti stia riferendo all’ubriaco con cui ti sei azzuffato fuori dal pub.» «Non era ubriaco. Quello mi ha aggredito!» «No, Lewis, era solo un tizio ubriaco quanto te, ma più rissoso.» «Rissoso, lui? A me è sembrato che tu lo stessi picchiando.» «Chi, io?!» Fece una pausa non troppo lunga e, ridendo, aggiunse: «Fammi capire, hai creduto che fosse un delinquente, che ti stesse picchiando e che io sia intervenuto per salvarti? Ti sembro un cavaliere dalla scintillante armatura che va in giro a salvare donzelle?» «Innanzitutto, non sono una donzella e, comunque, è quello che sembrava.» Scoppiò a ridere: «Oh, scusa, sei tu il fascinoso cavaliere che salva la donzella.» «Will, mi stai dicendo che fino alla fine non succede niente?» «Esatto.» «Oh, andiamo, dai, è impossibile. La tensione sessuale è chiara.» «Ma non è vero.» «Ma dai, Narciso è completamente andato.» «Ma questo lo dici tu.» «No. Sono sicuro che prima del finale almeno un pompino ci scappa.» «Non è quel genere di romanzo, Lewis.» «Che delusione! Io già vedevo il convento profanato da un amore assoluto e tanto sesso.» «Ti proibisco di continuare.» «Ma, scusa, non scegli nomi come Narciso e Boccadoro senza avere intenzione di far loro battezzare chiesa e sacrestia.» Sentii il suo passo mancare accanto a me, sorrisi e aspettai. «L’hai già finito, vero?» Solo allora mi voltai a guardarlo e iniziai a ridere. «E ti è piaciuto?» «No.» «Ma come no?» Allungò il passo per raggiungermi. «Ma no, è tutto Boccadoro che cerca se stesso e io che per tutto il tempo pensavo: “Bello, stai cercando nel buco sbagliato”.» «Non essere volgare, non ti si addice.» «Oh, mi si addice, eccome. Ma temo tu ti sia fatto un’idea sbagliata di me.» «E quando l’hai finito?» «Due giorni dopo averlo iniziato.» «Ah be’, quindi sei veloce in molte cose.» «Smetterai mai di rinfacciarmelo?» Rise: «Mah, forse un giorno, vedremo. Dipende da come ti comporterai.» «Vedremo un bel niente, Chase. Non mi toccherai più.» «Be’, se ti toccassi adesso...» Lo interruppi: «William, d’ora in poi, per te sono un asessuato, come Henry Wotton lo era per Dorian Gray.» «Lewis, è impossibile che io ti veda asessuato e, a dire la verità, ho sempre pensato a te come a Dorian Gray.» «Era Henry Wotton, il lord.» «Non dicevo per quello.» «Oh.» «Sì, ma non ti eccitare troppo, my lord.» Maledetto, era di spalle, come faceva a saperlo? «Sono tutte chiacchiere, le tue» replicai. «Quando si arriva al sodo, ti tiri sempre indietro.» «Non l’ho fatto.» «Oh, sì, invece.» Lo superai, camminando. «Non è stato un gran momento. “Non ora, non oggi”» gli feci il verso. «Fortuna che ti era passata.» «No, è che tu continui e io non capisco, lo sappiamo che non sarà mai ora e che non ci sarà mai un oggi.» «Ieri era l’anniversario della morte di mio padre.» Lo disse con tono definitivo, senza colore, senza neanche dolore. E io mi sentii morire. «Will» mormorai. Lui mi superò e parlò velocemente: «È tutto a posto, è solo un giorno ed è passato.» Sentivo l’imbarazzo della mia involontaria indelicatezza, sentivo di volerlo abbracciare, sentivo le mani farmi male. Poi sentii le sue parole: «Qualsiasi cosa tu stia pensando di fare, evitala, siamo per strada.» Ma come diavolo faceva? «Lewis, dai, cammina. Non so dove andare, non conosco la strada e non darmi anche l’onere di doverti consolare dall’imbarazzo.» Per tutto il tempo non ero stato che un ragazzino capriccioso e, nonostante ciò, lui mi parlava ancora. Quando arrivammo al porto la situazione era piuttosto tranquilla. Entrammo nel primo hotel vista mare: se si doveva fare qualcosa, tanto valeva farla bene, pensai. Will rimase nella hall: visto che era senza documenti non volevamo dare troppo nell’occhio. «Il suo documento, prego» chiese il concierge. Misi la mano nella tasca interna del cappotto e... nulla. Provai in quelle esterne: nulla. Cominciai ad agitarmi. Ero nel panico e iniziai a tastare ogni tasca esistente: nulla. Lo avevo perso, forse ero stato derubato da quell’ubriaco e, mentre chiamavo Will, mi ricordai che non aveva soldi. Non avevamo denaro, né dove dormire, e la macchina era inutilizzabile; era domenica e io iniziavo ad avere fame. Quando gli spiegai il problema, lui annuì e mi chiese se conoscessi dei posti dove poter mangiare e così ci recammo in una delle locande che frequentavo quando andavo lì, per conto di mio padre. La locandiera mi riconobbe subito e mangiammo, anche perché la rassicurai di poter saldare l’indomani, visto che era un giorno feriale. Poi, ci sedemmo su una panchina sul lungomare. A quanto sembrava Will non aveva ancora finito le idee: «Potremmo fare così anche per dormire.» «No.» «Alloggerai in un hotel quando vieni qui.» «No.» «Oh, allora hai un appartamento?» «No.» Stavo diventando nervoso. «Da qualche parte dovrai pur dormire.» «No.» Chiusi gli occhi, perché lo sapevo. Gli bastarono pochi istanti, per capire. Sentii l’aria fermarsi, forse anche il mondo. Allora lo guardai. Scosse la testa e sorrise, con quel suo sorriso ironico: «Ma certo. Ora ha tutto un senso. “Si va a Dover, dove avrò il mio sesso per vendetta e al diavolo Will Chase e il suo francese del cazzo!”.» «Will.» «No, è okay. Anzi, no. Sai cosa? Non è okay. Ci troviamo in questa situazione perché sei un ragazzino viziato.» «Pensavi che mi fossi conservato vergine per incontrarti in quel bagno?» «No, Lewis, il problema non è quanta gente ti sei scopato prima, dopo e durante.» «E allora non capisco quale sia.» «E questo dà l’esatta dimensione di come ragioni. Non è il fatto che tu abbia una relazione con un tizio di Dover a infastidirmi. Non sono un santo e non aspettavo il principe azzurro al bancone di un bar. Quello che mi infastidisce è la scena che hai fatto ieri in sala musica. Mi hai urlato contro e non mi hai dato neanche il tempo di darti una spiegazione. E ti ho cercato in quel pub perché speravo mi aspettassi, pensavo volessi parlarmi e lasciarmi spiegare e, invece, tu in quel pub c’eri andato perché volevi farmela pagare. Magari proprio dietro la stessa porta. E, quando ti ho raccolto dal marciapiede, il tuo primo pensiero è stato chiedermi di portarti qua per vendicarti. Ma poi vendicarti di cosa esattamente? Perché mi avevi ascoltato suonare Wagner? Perché avevamo suonato insieme Schubert?» «Okay. Hai ragione. Tutto giusto. Tranne due cose. Io non ho una relazione o, almeno, non ce l’ho più. E non sono andato in quel pub per farti dispetto, ma perché sono riuscito ad arrivarci, piangendo, e sì in questo momento ti odio, perché stamattina volevo morire.» E mi alzai, incamminandomi e lasciandolo lì, perché aveva ragione: ero il solito ragazzino viziato e incapace di accettare un “no”, ma non volevo che fosse lui a rinfacciarmelo, perché non lo sapeva quanto mi stessi punendo da solo e senza sosta. «Lewis. Lewis! Accidenti, non farlo di nuovo! Torna qui!» «Che cosa vuoi?» chiesi, fermandomi e voltandomi. «Basta discutere. Non farmi scusare, tu conosci la locandiera e non posso permettermi di non mangiare stasera. Ho già freddo, non voglio avere anche fame.» Tornai indietro e mi sedetti di nuovo: «Sai cosa mi infastidisce, Will? È vero, io sono un ragazzino ricco, viziato e presuntuoso, sono egocentrico e indifferente agli altri, ma non mi sono mai nascosto, almeno non con te. Però tu non puoi sempre darmi la colpa, o fingere che non ti importi, perché sai anche tu che il problema non era l’impazienza di baciare te, ma quella di scoparmi qualcun altro dopo il tuo rifiuto, perché quello che davvero ti rode è la parola “altro”.» «Ma...» «Non ho finito» lo interruppi. «Okay.» «Non cerchi uno per tutta Cambridge solo perché pensi che abbia deciso di fare un tour nostalgico dei vostri posti del cuore.» Si strinse dentro la giacca. «Che cosa vuoi, Lewis?» «Lo sai bene cosa voglio, voglio che tu lo ammetta.» «Non ti bastano i fatti?» «Francamente no e, in ogni caso, quali fatti?» Fece un respiro profondo e mise da parte il tono di serietà. «Dai, facciamo uno scambio: io ti concedo una domanda e poi ti regalo una risposta.» «Mi stai fregando.» «Forse. Ma quando ti prometto una risposta è ovvio che sarà sincera.» Non mi restava che patteggiare e non mi era andata male. Volevo sincerità e potevo provare a prenderla alla larga. «Accetto solo perché questa ce l’ho da parte dal ballo.» «Vuoi sapere se mi sono fatto la tua fidanzata.» «No, idiota, ma il baciamano te lo potevi risparmiare.» «Ma di che ti preoccupi? È devota a te e ai tuoi occhioni blu.» «Lei sì. Tu, no.» «Ops.» «Quella sera, mentre parlavamo di Louise, mi hai detto che le questioni sentimentali nella tua famiglia sono delicate e sono trattate in maniera più trasgressiva del normale, che cosa volevi dire?» «Mia madre non mi costringerebbe mai a sposare qualcuno che non amo solo perché è del mio ambiente.» «Lei sa che tu preferisci...» «No, Lewis, siamo trasgressivi, ma non così tanto.» «Ma è una cosa rara nel nostro ambiente.» «Sì, mia madre è sempre stata una pioniera.» «In che senso?» «A diciannove anni mollò Boston e venne in Europa a fare l’infermiera in un ospedale da campo, durante la guerra. Incontrò mio padre, si innamorarono e si sposarono, ma mio nonno non la prese proprio bene.» «Ah. Ma perché tuo padre non era americano?» «Oh, no, Lewis, lui discende da un’aristocratica famiglia inglese, quello che non gli andava bene di mio padre non era “inglese”, era “guardiacaccia”.» «Ah.» «Quando, dopo la morte di mio padre, mia madre tornò a Boston con me, sia lei sia mio nonno avevano imparato a ignorare l’orgoglio; e io fui per lui una nuova possibilità.» «Com’è morto tuo padre?» Si irrigidì. «Questa è un’altra domanda, Lewis.» «Scusa.» Fece scivolare la sua mano sulla panchina, solo un dito a intrecciarsi distrattamente al mio e aggiunse con leggerezza: «Non ora. Non oggi.» Toccava a me virare: «E se andassimo in stazione a trascorrere il pomeriggio?» Mi guardò con uno di quei suoi lampi di ispirazione negli occhi. «È al coperto e c’è più caldo, ci sto.»
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