Capitolo secondo-1

2022 Words
CAPITOLO SECONDO Belle sono le grandi avventure sulle pareti immense, in piena solitudine: la lotta silenziosa ha inizio; l’uomo, quando ha di fronte la natura, ha di fronte se stesso e la battaglia si sublima. Roberto Gervasutti Lasciarono il Quintino Sella che il sole non era ancora sorto, sotto un cielo trasparente, le stelle scintillanti e l’aria fine. Il Viso spiccava sull’avvallamento specchiandosi sulla superficie del Lago Grande in una replica oscura, ribaltata e possente, come un titanico tarocco roccioso che si ergeva sul mondo. Anna guidava con passo elastico; indicò il sentiero che portava al bivacco Villata in direzione del Lago Chiaretto. Giorgio la seguiva a ruota, il ritornare in montagna lo rigenerava e, nonostante i pensieri che l’impiego inevitabilmente gli portava, l’odore di pulito che rinfrescava le narici gli provocò ebbrezza simile a quella di un buon vino. Dietro aveva Osella che continuava a parlare con la dottoressa Beccaris, la sua voce corposa sembrava sempre di volume inadeguato, specie a quell’ora, specie lassù, dove le sue parole rimbalzavano inutili tra le pendici scure. La Beccaris rispondeva a monosillabi, la Ferrero invece taceva e camminava con agilità; Beppe chiudeva la comitiva. Il sentiero s’infilava attraverso un percorso dalla desolazione lunare. Il Viso incombeva con le sue pendici tratteggiate da franamenti e morene. “Un’oretta, se la mezza sega dietro di noi non spreca il fiato a banfare,” gli disse Anna. Giorgio si girò verso Osella, che nei suoi militareggianti abiti da montagna, nuovi di zecca, si affiancò all’avvocato, la quale a sua volta gli rivolse un’occhiata carica di rassegnazione. Osservando le dinamiche tra i presenti, il patron della Granda Avio ricordava certi grezzi corteggiatori che si sforzavano di compensare la carenza di fascino con una favella vagamente ebefrenica: lo strumento migliore per far scemare interesse e chance di conquista. Giorgio, però, sapeva che non era così. Osella era un uomo ricco e a suo modo potente, che non metti a capo di un’azienda aeronautica piccola ma all’avanguardia, se non sai il fatto tuo. Osella voleva deconcentrare la Beccaris, stufarla, rendersi sgradito e distrarre gli interessi dell’avvocato verso di lui e quindi verso l’azienda. Un duello sottile, perché la dottoressa era una donna con carattere e intelligenza; Martinengo era pronto a scommettere la sua licenza che lei avesse mangiato la foglia e gli ammiccamenti che gli indirizzava fugace, erano segnali che confermavano la sua tesi. Martinengo si domandava che cosa avesse da temere Osella se la morte di Icardi era davvero stata una fatalità. “Un’ora abbondante e siamo al Lago, da lì ancora mezz’ora e arriviamo al canalone,” annunciò Anna. Osella le fece l’ok chiudendo pollice e indice della mano destra in un tondino; Martinengo aumentò il passo, e poco dopo sentì il rumore ghiaioso dei passi degli altri sul sentiero, dietro di lui. Osella lo raggiunse, grugnì e gli toccò la spalla. “Uh?” “Non riesco a capire perché vuole arrischiarsi a salire dove si è schiantato il nostro aeromobile. I rottami li hanno rimossi, ormai.” “I rottami sono competenza dei periti, dottore,” rispose laconico. Preferiva apparire super partes, anche se aveva ben chiaro quanto i suoi committenti remassero contro gli interessi di Osella. “Lasci in pace il nostro investigatore,” disse la Beccaris raggiungendoli. Elargì un sorriso a Giorgio anche se la voce era stata ferma, a un passo dalla severità. Osella rise. “Sono sicuro che il nostro detective sa cavarsela.” “Proprio per questo motivo abbiamo ingaggiato lui. Perché sa cavarsela,” rispose la Beccaris. “E perché amo la montagna. Lui in particolare.” Giorgio sollevò la piccozza e indicò il Monviso. Si staccò dalle parti in conflitto e si accodò di nuovo ad Anna che marciava imperterrita e sicura. Un elicottero dei Carabinieri volò basso su di loro, Beppe sollevò il braccio in segno di saluto. Il mezzo proseguì, puntando verso Crissolo. “Hai sentito della rapina?” gli domandò Anna, quando l’elicottero fu sparito alla vista. “Rapina? Qua?” “No, il furgone portavalori che faceva il giro delle casse continue dei supermercati.” “Ho sentito alla radio ieri, brutta storia.” Una delle guardie giurate della scorta aveva deciso di cambiare vita e non aveva pensato di meglio che uccidere i due colleghi e fuggire con il furgone. A due giorni dal massacro di Verzuolo, come la stampa aveva battezzato l’episodio, la guardia saltata dall’altra parte della barricata era introvabile, come pure il bottino. Giorgio portò la mano al cellulare, un riflesso condizionato che faceva di lui un uomo del tutto contemporaneo; il campo era ballerino e per avere un aggiornamento delle notizie avrebbe dovuto attendere la prossima tappa in rifugio. Lasciò l’apparecchio nella tasca laterale dei calzoni. Osella aveva diminuito l’intensità della sua parlantina, un vento tenue disperdeva ogni suono. Sulla destra il becco color ferro del Viso mozzo spiccava in un impeto d’orgoglio, malgrado la massa imponente del Re di Pietra. La via s’impennò e il dislivello azzittì quasi tutti. “Di norma si sale presto. A fare un’ascensione come Dio comanda, a quest’ora dovevamo già essere in cordata,” gli fece notare Anna. “Mi interessa perlustrare il punto d’impatto e l’area limitrofa,” si giustificò Giorgio. Senza arrestarsi tirò fuori la cartina, lottò nel dispiegarla e isolare il quadrato che gli interessava, quello che aveva segnato con un classico pennarello rosso. “Vedi?” le mostrò. “Il prototipo si è schiantato all’imbocco della seconda parte del canalone.” Anna morse una barretta energetica e mugugnò. “Allora saliamo al bivacco e da lì arrampichiamo.” “Il Villata,” disse Giorgio. Anna sollevò il bastone e lo puntò verso uno sperone a sinistra della via, Giorgio notò un’ampia morena che la luce del giorno nascente profilava di ocra e, poco oltre, un puntino rosso vivo. “Là,” disse Anna. Il bivacco spiccava contro lo sperone selvaggio e si avvicinava pian piano. L’aria sapeva di neve. Il percorso ora si arrampicava su per un’ampia morena frontale al ghiacciaio; gli ansimi si fecero più sonori mentre il sentiero disegnava curve sempre più sinuose. La temperatura era impercettibilmente scesa e un vento debole rinfrescava le braccia. Anna avanzava lenta e inesorabile e Giorgio, alle sue spalle, era impegnato a mantenere un ritmo dignitoso; era dura, ma si sentiva in forma e il fiato non mancava; era contento, contento di essere a lavoro, di essere in montagna e in un ultimo, piccolo, maschile peccato veniale, contento di godersi l’ancheggiare della sua guida. Nel silenzio diffuso della montagna, nel pieno della marcia, solo la voce di Osella riuscì a farsi udire. Si era arrestato per infilarsi un pile, poi si era guardato attorno col petto che stantuffava per l’affanno e aveva sollevato il cellulare agitandolo nell’aria: “Cazzo, non c’è campo,” sbraitò. Il tuono d’uno sparo scudisciò il cielo. Rimbombò potente lungo il canalone, su per le creste e giù nell’avvallamento. Il telefono di Osella si sbriciolò e frammenti di vetro, plastica, metallo e dita schizzarono via in una nuvola sanguinolenta. Osella piroettò su se stesso, strattonato dalla forza invisibile che l’aveva investito. Beppe lo raggiunse con un balzo, Raffaella Ferrero portò le mani sulla bocca strozzata da un urlo che non riuscì a sfogare. Osella si osservò stupito il moncherino. “Tutti giù!” urlò Giorgio afferrando per le spalle Anna e tirandola a terra, poi, accucciato, tornò indietro, verso gli altri. Continuò a dir loro di acquattarsi. “A terra!” bisbigliò alla Beccaris sfiorandola. Raggiunse Osella, bianco come il vicino nevaio; si era seduto reggendo la mano spappolata. Perdeva sangue in abbondanza: pisciava un filo rosso che imbrattava il sentiero. Beppe al suo fianco stava frugando nello zaino senza proferir parola; la Ferrero si era girata dall’altra parte e, messa carponi, stava vomitando la parca colazione che aveva consumato. “Oh Dio mio...” mormorava Osella, le labbra ingrigite. Giorgio deglutì, erano tutti stesi, ma gli abiti colorati e la luce del giorno non aiutavano. “Va bene che la caccia l’hanno appena aperta... ma qua?” gli domandò Beppe con voce malferma. Giorgio pensò in fretta, la situazione era delicata: avevano appena sparato sul gruppo, Osella era ferito in maniera seria, tutti loro erano ancora ben visibili ed esposti, quindi potenziali bersagli, ma Osella aveva bisogno di aiuto subito. Il soccorritore che era in lui si attivò con freddezza. Si frugò nei tasconi laterali delle sue brache da escursionista, infilò un paio di guanti di nitrile e si fece passare il kit di primo soccorso che Beppe aveva estratto. “Che cosa sta succedendo?” domandò una singhiozzante Raffaella Ferrero. “Che cosa sta succedendo,” ripeté a voce alta e senza interrogativi. Giorgio le fece cenno di stare in silenzio; si guardò attorno mentre scartava delle compresse di garza e apriva un flacone di soluzione fisiologica. Cercava movimenti tra le rocce, luccichii: il riflesso mortale dell’ottica di un mirino. Niente. Il sole era ancora troppo giovane. Irrorò la mano disfatta di fisiologica, il sangue continuava a fluire abbondante, ma non era un’emorragia arteriosa. L’arto era spaccato in due, all’appello mancavano tre dita: anulare, medio e indice e il mignolo pendeva come un corpo estraneo. Tamponò la ferita. Osella urlò, ma non scostò il braccio. Grosse lacrime gli disegnavano ulteriore dolore sul volto già stropicciato. Giorgio premette due compresse, poi si fece passare altra garza in nastro con la quale prese ad avvolgere la mano fino al polso, ripeté l’operazione con un secondo rotolo; le compresse si arrossarono in fretta, ma senza più gocciolare. “Nel mio zaino,” disse a Beppe, questi annuì, pronto. “C’è un kit un po’ più fornito di questo, da dentro prendi una scatolina con su scritto Peha haft, è una benda elastica e adesiva.” Beppe annuì, strisciò al suo fianco e gli porse quanto richiesto. Giorgio avviluppò ancora l’arto con il bendaggio, poi invitò Osella a sdraiarsi, sussurrandogli di stare tranquillo. “Ti facciamo portare subito in ospedale, ok?” “Ospedale, sì,” mormorò Osella tremante. “Le dita,” disse strozzata la Beccaris. Indicò le parti mancanti di Osella sparpagliate davanti a lei. “Bene,” disse Giorgio. Tuffò le mani nel kit e tirò fuori una busta di plastica sterile, la porse alla dottoressa e le indicò il nevaio poco distante: “Riempi la busta di neve.” Lei lo fissò senza capire. “Ci mettiamo dentro le dita,” sussurrò. La donna sbarrò gli occhi, ma corse su. Giorgio strisciò sulla pancia, i sassi erano dolorosi contro il costato; provò ad abbracciare con lo sguardo le pendici e lo sperone verso il bivacco. Anna aveva tirato fuori un piccolo binocolo col quale stava scandagliando la zona. “Anna?” la chiamò. “Ci sono.” “Hai visto qualcuno?” “No, ma la porta del bivacco è aperta.” “Chiunque fosse ci ha sparato da lì.” Svuotò il suo thermos del tè e lo riempì con quel poco di neve che trovò accumulata accanto a lui. Angela arrivò col sacchetto riempito, Giorgio la ringraziò e l’invitò ancora a stare abbassata. Allungò il braccio e raccolse le dita infilandole nel sacchetto, infine lo sigillò e lo chiuse dentro il thermos. Sospirò. “Abbiamo fatto tutto il possibile, ora però il monsü deve filare all’ospedale.” “Non c’è campo, come facciamo a chiamare i soccorsi?” La Beccaris l’aveva sentito ed era strisciata fino a lui. Gli occhi due iridi glaciali spalancate, le labbra serrate che tracciavano una linea dura; stava lottando, impedendo alla paura e al panico di travolgerla e tutta la durezza che, Giorgio intuiva, aveva accompagnato la vita di quella donna, ora si palesava in quel singolo sguardo, in quell’espressione così risoluta pur se atterrita. “Prova a spegnere il cellulare,” gli suggerì Anna. “E al posto del pin digito il 112, giusto.” Giorgio eseguì, si accorse di avere la bocca arida e le mani malferme. Nessun servizio, la voce automatica femminile che rispose gli smosse un groppo in gola. Giorgio scosse la testa e si girò verso Beppe: “Nisba,” l’informò. Beppe si batté le mani sulle cosce e a quel gesto Raffaella Ferrero tremò come se avessero sparato un secondo colpo. “Allora me lo carico in spalla e scendiamo di nuovo verso il rifugio, nel frattempo troveremo un punto dove ci sia campo,” propose l’attempato alpinista; si alzò e, nel vederlo così esposto, Giorgio provò l’inquietudine della preda scoperta. “Ada!” esclamò, ma Beppe minimizzò e, mentre prendeva Osella e se lo caricava in spalla con la presa del pompiere, disse: “Se volevano farci secchi, il cecchino poteva finire il lavoro senza difficoltà e senza spappolare la mano al nostro monsü.” Osella si lamentò, ma tutta la protervia che aveva trasmesso da quando era giunto al Sella si era dissolta, colpita e dissipata dallo sparo. “Aspetta che ti aiuto.” Giorgio stava già pensando a spiegargli come fare per portarlo in due, ma Beppe si schermì: “Ma lasa sté.” Si assestò meglio Osella, abbandonato sulle sue spalle, una mano afferrata al polso sano, l’altra fra le gambe; Osella era un omone sul metro e novanta e il peso ne era conseguenza, ma l’alpinista lo reggeva senza apparenti difficoltà. Sorrise fiero e un po’ sornione: “Vàg.” Girò sui tacchi e riprese il sentiero . “Vengo con lei,” s’affannò a dire la Ferrero. La giovane si sollevò e raggiunse l’alpinista. “Voi andate avanti!” urlò ancora Beppe mentre si allontanava. Giorgio si grattò la barba, si calcò il berretto in testa e indicò il Villata. Anna si girò, suo padre era già lontano. “Che testa...” biascicò.
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