L’incidente

2147 Words
L’incidente «Sai perché sei ancora vivo, eroe? Perché tu possa raccontare a tutti quello che hai visto» concluse con una folle risata il Ghrome. Mentre si allontanava, pensando di non essere sentito, aggiunse: «La Madre sarà felice di sapere cosa è accaduto!». Marcos era lì, immobile, ferito nel corpo e nello spirito a osservare l’allontanarsi di quel mostro. Attorno a lui solo fumo, odore di morte e rottami sparsi in tutte le direzioni. In mezzo ai resti fumanti, non si accorse della figura minuta che scortava il Ghrome verso l’orizzonte. Tra i rottami si intravedevano bruciare le traversine in legno dell’Astrolabe, i cavi di trasmissione e, nei dintorni, la sterpaglia e i pochi arbusti presenti. Il cielo al di fuori delle mura di Dolina era tinto di rosso sangue. Attorno a lui giacevano i suoi compagni, morti. Tra quelle macerie fumanti, fino a qualche attimo prima viveva Magid, il macchinista scelto e istruito da Maurice, ustionato nel tentativo di spegnere la prima vampata di fuoco scoppiata a causa del blocco forzato dell’Astrolabe da parte di Ziz, che bloccando il mezzo con la sua mole aveva messo sotto sforzo gli ingranaggi dell’invenzione di Maurice, causando le prime scintille che avevano dato inizio all’incendio. A pochi passi da lui si trovava Fathy, al suo primo e ultimo viaggio. Nelle orecchie di Marcos riecheggiavano ancora le sue ultime parole prima di venir catturato e stritolato dal Ghrome sul ponte. «Sta scoppiando tutto, l’Astrolabe è in fiamme! Sta bruciando tutto… In sala macchine penso siano tutti morti! Argh…» Raccogliendo le forze, Marcos si alzò in piedi, a stento riusciva a stare in posizione eretta e barcollando si incamminò verso il portone nord di Dolina. «Com’è stato possibile? Com’è stato possibile?» continuava a ripetersi. Superando le macerie di quello che un tempo era il mezzo che aveva attraversato gran parte del pianeta, Marcos, perso nei suoi pensieri, sentiva ancora le esplosioni causate dall’incendio e i lamenti dei compagni caduti, chi a causa dell’incendio chi a causa della ferocia di Ziz. A volte gli sembrava che alcuni di quei lamenti giungessero dalle carcasse dei suoi defunti compagni e avvicinandosi a loro sperava di trovarne ancora qualcuno in vita. Ma le sue speranze erano mal riposte. Di tutto l’equipaggio partito da Golena per scambiare le risorse con Dolina solo lui era sopravvissuto e la merce appena caricata dal Regno sotto la catena montuosa Ayalami era andata perduta. Non è possibile! Non posso crederci… Le mie abilità avrebbero dovuto… Non si vedevano Ghrome da mesi… Sono tutti morti… È stata colpa mia… pensò avvilito Marcos. Riprenditi, Marcos! Cosa direbbe Charlotte se ti vedesse così? cercò di farsi forza. Cosa farebbe J.B. se fosse al mio posto? pensò e, dopo un breve ma profondo respiro, giunse alla seguente conclusione: Per prima cosa devo rientrare a Dolina, avvisare i re Mitclan e il mio re dell’accaduto, in seguito mettermi in contatto con le altre spedizioni per avvisarle che la minaccia dei Ghrome è ancora reale… e tra una cosa e l’altra farmi medicare le ferite, che Maurice mi provocherà nuovamente quando scoprirà che l’Astrolabe è in frantumi! Ma soprattutto devo recuperare il mio cappello. Qualche tempo dopo, giunto al portone nord di Dolina, venne soccorso e sorretto da Durin. Il capitano dei minatori e delle guardie era sì di bassa statura, ma leggermente più alto rispetto alla media dei suoi connazionali. Inoltre, la divisa lo faceva apparire molto più tarchiato di quello che era, ma non nascondeva il fisico atletico, che dava l’impressione di possedere una forza considerevole. A completare la sua immagine, una folta e lunga barba rossa intrecciata sul mento creava una perfetta contrapposizione con la testa, completamente calva. Sulla guancia campeggiava una cicatrice che partiva dall’orecchio sinistro fino all’angolo della bocca, ferita procurata durante la famosa battaglia avvenuta contro il Ghrome Ziz. Sostenendolo per un braccio e osservando le ferite sul corpo di Marcos, domandò: «Cosa ti è successo, amico mio?». Durante le varie spedizioni commerciali intercorse tra Golena e Dolina, Marcos, J.B. e Durin erano diventati buoni amici, tanto che Marcos ormai preferiva transitare sempre dal portone nord, piuttosto che dal portone sud, capeggiato da Natra. «È tornato! E mi è sembrato più intelligente e più spietato che mai! Devo parlare con i Mitclan!» bofonchiò il ferito. «Chi è tornato? Di chi stai parlando?» chiese Durin visibilmente preoccupato, sospettando a chi si stesse riferendo. Inarcando leggermente la testa in modo tale da guardare Durin negli occhi, Marcos rispose: «Ziz!» e si lasciò andare completamente nelle braccia dell’amico. «Quella Calamità è ancora in circolazione?» lo interpellò nuovamente il guardiano, sulle cui tempie erano apparse gocce di sudore, ma a quelle parole non giunse risposta. Marcos, allo stremo delle forze, era svenuto. «Chiamate un medico!» gridò Durin. «Muovetevi, trovate il medico più vicino, quest’uomo ha bisogno di cure! Muoversi, muoversi!» e aggiunse «Preparate subito un trasporto per l’ambasciatore di Golena verso El Caracol e avvisate immediatamente i re Mitclan che è ferito e ha urgente bisogno di parlare con loro! Allora, siete ancora lì immobili? Muovete il culo!» Il medico raggiunse Marcos in pochi minuti. In un primo momento, spaventato per i numerosi tagli presenti sul corpo del ferito, non riuscì a combinare nulla, soprattutto perché aveva da poco intrapreso la carriera di medico. Ma dopo aver superato lo sgomento iniziale, medicò le ferite più problematiche e infine, scongiurato il pericolo di perdere il paziente, si dedicò alle ferite superficiali meno gravi. Dopo le prime cure, Marcos riprese conoscenza. Aprendo gli occhi si accorse che il soffitto sopra di lui si stava muovendo e sotto di esso vi erano due facce che lo osservavano. Uno era Durin mentre l’altro gli era sconosciuto. Riusciva a intravedere solo un camice bianco e un paio di occhiali. Era stato caricato su un mezzo di fortuna. Era una sorta di barella con delle ruote, abbastanza ampia da portare quattro uomini, che veniva trainata da due uomini a piedi. «Oh! Sta riprendendo coscienza!» disse il piccolo uomo con gli occhiali. «Marcos? Come ti senti?» gli domandò Durin. «Meglio rispetto a quando ho varcato la soglia del tuo portone!» rispose Marcos cercando di mettersi seduto. Movimento che fu interrotto e impedito dal medico, che gli suggerì di rimanere in posizione supina almeno fino all’arrivo dei re. «Ora, spiegami con calma cosa ti è successo e cosa volevi dire quando hai menzionato il nome di Ziz.» «È stato orribile, Durin! È successo un paio d’ore dopo che avevamo attraversato il portone nord di Dolina, convinti di percorrere la via del rientro senza imbatterci in pericoli. Eravamo immersi nella navigazione quando improvvisamente davanti a noi si è palesata un’enorme figura. L’ho riconosciuto immediatamente, quella sagoma mi ha riportato alla mente il nefasto giorno in cui dovemmo abbandonarvi al vostro destino contro Ziz. Lo sai? Ancora ci sentiamo colpevoli per aver preso quella decisione.» «Sì Marcos, ne siamo tutti consapevoli e vi abbiamo già perdonato per quel fatto, era la vostra unica scelta a quel tempo. Ma ti prego, continua» lo esortò Durin. Riprendendo il racconto con un sospiro malinconico, Marcos aggiunse: «Alcuni di noi si trovavano sul ponte, molti erano pietrificati dal panico, non avevano mai visto un Ghrome, tanto meno uno di quelle dimensioni. Con la sola forza bruta ha afferrato l’Astrolabe arrestandone la corsa. A niente è servito il mio ordine di aumentare la velocità per smuovere quel mostro. Magid, il capomacchinista, ha seguito le mie direttive ma non siamo riusciti ad avanzare nemmeno di un millimetro, anzi suppongo sia stato quello il motivo dell’incendio. Probabilmente gli ingranaggi non hanno retto e saltando hanno fatto scaturire qualche scintilla, perché dopo quell’ordine si è sentito un grande botto e subito dopo il rumore caratteristico dell’avanzata dell’Astrolabe non si sentiva più». Dopo queste ultime parole vi furono attimi di silenzio. Né Durin né il medico si sentivano in grado di interrompere quel silenzio. Avevano capito che Marcos si era perso nei suoi pensieri e si riteneva responsabile dell’accaduto. Poco dopo, riprendendosi dalle forti immagini che gli passavano davanti agli occhi, proseguì. «Ziz ci ha messo un attimo a capire che non potevamo muoverci, e lasciando la presa si è dedicato a sradicare la parte superiore dell’Astrolabe, come se fosse di cartapesta. Scoperchiato il tetto è arrivato direttamente al ponte dove mi trovavo con buona parte dell’equipaggio. Eravamo tutti pietrificati da quella vista. È stato il sopraggiungere di Fathy che ci ha smosso da quel torpore. Ci stava avvisando dell’incendio in sala macchine, ma non è riuscito a finire la frase che è stato immediatamente catturato e stritolato dal Ghrome. In quel momento si è scatenato il panico e Ziz ne ha approfittato per schiacciare e uccidere altri miei compagni. Sembrava un uomo intento a schiacciare formiche» Marcos rabbrividì al solo pensiero. «Mi sono messo fra lui e i miei compagni e ho cercato di affrontarlo, ma l’unica cosa che sono riuscito a fare è stato riportare queste ferite. Poi, al momento di darmi il colpo di grazia, d’improvviso il boato! E quel che ricordo è che siamo stati catapultati tutti in aria in ogni direzione. La fortuna mi ha aiutato, lanciandomi il più lontano possibile. Mentre mi riprendevo, vedevo Ziz raggiungere i miei compagni e ucciderli a uno a uno. Fino ad arrivare a me. Tremo ancora al ricordo della sua voce» terminò, con lo sguardo perso nel vuoto. Il medico, ascoltando il racconto di Marcos, aveva i brividi lungo la schiena, la bocca sempre più spalancata e gli occhi sgranati quasi fuori dalle orbite. I suoi pensieri andavano alle orribili descrizioni che aveva sentito del Ghrome. «Quel mostro è alto più della montagna più alta del mondo!» «Ha la testa di un’aquila, le pupille completamente gialle, le ali da pipistrello e il corpo di un uomo, con mille braccia dalle dimensioni smisurate!» «Ogni sua gamba è formata da altri mostri orribili!» «Ha sulle spalle più di cento serpenti che latrano come cani!» Erano queste le frasi che giungevano alle sue orecchie quando sentiva parlare dello scontro al portone nord, la cosiddetta battaglia del Doorway, e non poté far a meno di osservare con ammirazione i due uomini di fronte a lui, coloro che avevano affrontato quel mostro senza timore e indugio. Fu Durin a prendere la parola. «Hai detto che è comparso all’improvviso? Ma come è possibile? Le tue abilità non dovrebbero avvisarti dell’imminente pericolo?» «Avrebbero dovuto, sì! Non me ne capacito nemmeno io! Non so come sia potuto succedere!» rispose scuotendo lentamente la testa. «Forse è in possesso di un’abilità che gli permette di sopprimere quelle degli altri!» commentò il medico, che stava ascoltando il loro dialogo. «Dobbiamo informare gli altri Regni e le altre spedizioni di quello che è successo! Metterli in guardia del fatto che potrebbero essere attaccati dai Ghrome! Mi è parso di capire che c’è qualcuno che tira le loro fila, questa Madre… forse li sta guidando. Ho paura che potremmo trovarci di fronte una nuova minaccia come quella di Belfator» continuò Marcos, seriamente preoccupato per ciò che aveva pensato. «Devo avvisare il mio re, non oso pensare come rimarrà ricevendo tali notizie. Carico perso, attaccati dai Ghrome, equipaggio defunto… Soprattutto devo avvisare Charlotte che sto bene e che cercherò di tornare presto da lei!» Persi nella conversazione sulle possibili implicazioni di ciò che era successo, raggiunsero El Caracol, il palazzo reale di Dolina, dove dimoravano i tre re Mitclan. Varcato l’ingresso e passati i controlli, sopraggiunsero nella sala del trono. Là, sui troni dei Giaguari, ad attenderli vi erano seduti due dei tre re Mitclan, Settiquo e Oquavio. Come di consueto indossavano anelli, collane e i loro abiti sgargianti, tuniche cosparse di pietre preziose. A completare le loro figure di sovrani, entrambi portavano sulla testa le parti spezzate di quella che doveva essere un’unica corona. La sola differenza che si poteva scorgere tra i due, oltre al posizionamento della corona, una pendente sulla destra e l’altra pendente sulla sinistra, era la barba scura sulla loro carnagione chiara: folta, completa quella di re Oquavio, sottile e che formava un pizzetto quella di re Settiquo. L’unico a mancare all’appello era re Quinzio. Egli stava svolgendo alcuni compiti nei pressi della prigione Zartacla e ne aveva approfittato per farsi apportare delle modifiche agli occhiali. Ma appresa la notizia del rientro inaspettato di Marcos, e per di più ferito, cercò di raggiungere El Caracol il prima possibile. Sopraggiunse già a metà del discorso dell’ambasciatore di Golena. «Vostre maestà! Mi trovo umilmente al vostro cospetto perché…» esordì Marcos, in piedi a stento e inchinandosi dinnanzi ai reali. Ormai, dopo quasi un anno da che era diventato ufficialmente il portavoce di re Daugì, aveva appreso tutto su come rivolgersi ai vari sovrani. «Ziz è tornato! Il suo è stato un attacco improvviso e devastante…» Queste furono le prime parole con cui Marcos spiegò l’accaduto. Nel mentre della spiegazione, senza farsi notare, la figura di Durin a mano a mano si allontanava nell’ombra.
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