Come se non ci fosse domani
Il pomeriggio è volato in un attimo, alle 19 ci salutiamo e ognuno ritorna nel proprio bungalow per ripulirsi, ma prima di allontanarsi Felipe mi propone di cenare con lui da soli in un localino che conosce, poco più distante della struttura centrale.
“Gli altri li raggiungeremo dopo, quando si apriranno le danze.” Prima vuole avere l’opportunità di conoscermi meglio, di parlare senza interferenze esterne.
Io accetto, anche se non credo che stare da sola con lui sia una buona idea, ma mi va e tanto.
Ci diamo appuntamento alle 20 in spiaggia, accanto al ristorante del villaggio.
Mi faccio una doccia tiepida e cerco di rilassarmi ma è inutile. Sono un po’ stanca, è tanto che vivo di pace e silenzio e questa nuova ondata d’energia vitale mi coglie impreparata. Penso a Fabrizio ma non riesco a sentirmi in colpa. L’eccitazione di questo incontro ha già sconvolto profondamente la mia anima e ridato ossigeno al mio sangue, rivivo uno stato di grazia difficile da ignorare. Mi preparo con cura, come non facevo da molto, idrato la pelle ancora umida del bagno e un po’ arrossata dal sole, uso una crema vellutata dal profumo delicato e sensuale e indosso l’unico vestitino elegante che mi sono portata dietro, che ha una scollatura profonda sulle spalle.
Mi sento meglio, adesso la stanchezza ha ceduto il posto a un certo languore dei sensi, mi sento rilassata e pronta ad assaporare emozioni nuove e importanti. Saluto Alessio che è ancora chiuso nel bagno ed esco.
L’aria fresca s’intrufola nell’ampia scollatura e mi provoca un brivido lungo la schiena; respiro a fondo, riempiendomi il naso e i polmoni di aria salmastra e profumata.
L’orizzonte è una tavolozza di colori caldi e suadenti, il sole sta cedendo il posto alla luna che già si specchia in un mare dorato. La sabbia è tiepida e morbidissima, mi tolgo le scarpe e mi dirigo verso il luogo del nostro incontro.
Lui è già lì, bello da togliere il fiato, i capelli sciolti e lucenti gli cadono morbidi sulle spalle. Indossa una camicia di lino bianca e un paio di jeans “vissuti” e aderenti che mettono in risalto un fondoschiena perfettamente tondo e sodo.
È assorto e guarda l’orizzonte ma mi sente arrivare e mi accoglie con un sorriso così fresco che mi provoca una scarica di adrenalina pazzesca. Mi porge la mano e io gli do la mia, lui la porta alla bocca e la bacia. È delizioso!
“Sei bellissima!” mi sussurra.
“Anche tu” ricambio il suo sorriso; poi mi dà il braccio e insieme ci avviamo verso il localino dove mangeremo.
È felice, lo sento. “Non speravo di avere la possibilità di passare altro tempo con te, ne sono lieto perché mi hai colpito molto, ti sento vicina, quasi intima, mi sembra di conoscerti da tanto tempo e poi quando abbiamo ballato insieme i nostri corpi si xxxx…” dice una parola in cubano che non riesce a tradurre.
Io rido e cerco di carpire il senso anche se sono già abbastanza imbarazzata per quello che mi ha appena detto, in quel suo buffo e adorabile italiano. Capisco che intende dire che i nostri corpi erano in armonia, credo.
È vero!
“Anch’io ho sentito questo, anch’io sono serena e a mio agio con te, mi è facile parlare, aprirmi, mi sento capita anche se non parliamo la stessa lingua.”
Non so se ha compreso il senso delle mie parole perché si ferma e mi guarda, ha uno sguardo indagatore che mi penetra dentro, mi spiazza, non so che fare. Gli sorrido e per un attimo ho come la sensazione che voglia baciarmi, gli occhi gli brillano e con il dorso della mano mi sfiora la guancia e il mento, ma non succede nulla; accenna un sorriso e poi fa scivolare una mano dietro la mia schiena nuda e riprendiamo a camminare.
Il ristorantino è una capanna più o meno simile al nostro bungalow, ma un po’ più grande e costruito su tre grossi pini marittimi che fungono da pilastri portanti.
Felipe mi guarda entusiasta, sa che mi non mi aspettavo una sorpresa simile.
Saliamo gli stretti scalini di legno dal corrimano di corda e, arrivati in cima, il panorama è veramente suggestivo, un felicissimo connubio d’ingegno umano e natura. Il parquet a terra è lucidissimo, mentre i pilastrini della ringhiera sono rustici; nella piccola verandina esterna, ben riparata dai rami degli alberi che ci fanno da tetto, ci sono cinque tavolini per due già tutti prenotati; suppongo che uno sia nostro, infatti Felipe mi guida verso quello più esterno e meglio posizionato, mentre cammina si sporge per vedere qualcuno che lo saluta dall’interno, sembra che conosca bene il personale.
Ci accomodiamo.
“Ti piace qui?”
“Moltissimo, è la mia prima cena su un albero.”
Sbotta in una fragorosa risata, la stessa della sera precedente, quella che mi ha colpito dritta allo stomaco.
Questo è decisamente un posto particolarissimo. Da dove siamo seduti posso scorgere la luna che stanotte è piena e luminosa.
Lui è raggiante, mi porge il menù e mi consiglia i raviolini della casa e gli scampi gratinati. Mi sembra tutto molto appetitoso e decido di fidarmi, stasera ho deciso di lasciarmi guidare da lui. Voglio conoscerlo, voglio assaporare questa serata e viverla come se non ci fosse domani.
È tutto buonissimo e lui è una persona affabile e brillante.
Mi fa un sacco di domande e poi mi racconta di sé e della sua vita a Cuba, della sua numerosa famiglia che non vede da anni e dei sacrifici fatti per quel pezzo di carta. Mi confessa che i suoi non sanno del suo attuale lavoro, che sono convinti che lui stia lavorando da ingegnere, dice che il padre aveva pianto di gioia quando lui era tornato a casa con quella pergamena in mano, non avrebbe dato loro un simile dispiacere, adesso, disilludendoli. I suoi occhi sono malinconici ma non vinti, lo sa che riuscirà a combinare qualcosa di buono nella vita, è abituato a lottare.
“E poi le cose importanti non sono mai facili da ottenere, non ci sarebbe neppure gusto ad averle poi, non è vero?” dice e mi strizza l’occhio.
Lo dice col sorriso in volto e gli occhi fieri.
Io annuisco e lo ammiro, invidio la sua costanza e il suo ottimismo, perché io non ho più tanta fiducia nel mondo e nella mia capacità di lottare, ma credo nella perseveranza di certe persone che hanno il sole dentro, che nascono, crescono e muoiono come fa una quercia, spontaneamente forte, naturalmente fiera e sicura di sé.
Lo ammiro, ammiro la sua luce, il suo ottimismo, la sua semplicità; la sua compagnia mi fa davvero bene, lui se ne accorge perché smette di parlare e mi rivolge uno sguardo molle e dolcissimo, poi mi fa una domanda che mi spiazza davvero.
Mi chiede se amo ancora il protagonista del mio racconto!
Abbasso il capo con un sorriso malinconico e gli rispondo con sincerità: “Certo che lo amo, come si fa a non amare chi ti salva?”
Lui non si aspetta tutta questa schiettezza, lo vedo quasi in imbarazzo, poi diventa improvvisamente serio e mi dice che sono una donna particolare “una donna che fa pensare”.
Sorrido di questa definizione; nel frattempo ci portano il conto e decidiamo di spostare la nostra singolare conversazione altrove.