Il mio rifugio
Voglio rivivere quel momento, voglio fermare sul foglio ogni particolare, ogni piccolo frammento emotivo di quel giorno, il giorno che conobbi Robert, ma vengo interrotta dalla voce di Giovanni.
Giovanni è il nostro giardiniere, è un uomo sui sessanta, basso e massiccio come gli arbusti che pota. È una di quelle persone semplici che vivono aggrappate alla loro terra natia, in perfetta simbiosi con essa.
“Buon giorno, Giulia, vado in paese. Hai bisogno di qualcosa?”
“Buon giorno Giovanni, ti ringrazio, ma non mi serve nulla.”
“Fabrizio sta bene? Quando arriva?”
“Tra qualche giorno sarà qui.”
“Bene, allora vado, ci vediamo, voglio potare alcuni alberi del giardino e togliere l’edera secca che li sta soffocando.”
“Va bene, tu sei l’esperto, mi fido!” e gli allargo un sorriso di gratitudine vera. “Salutami Marzia, dille che la verrò a trovare presto!”
“Certamente, ne sarà felice.”
Giovanni si allontana e io lo seguo con lo sguardo mentre si ferma un attimo ad accarezzare le sue ortensie: sembra quasi che riesca a comunicare con quelle piante che ricambiano il saluto, in una lingua che lui ancora conosce ma che noi abbiamo dimenticato.
Non posso fare a meno di invidiarlo.
Lo stomaco comincia a brontolare, forse sarebbe meglio fare una pausa ma ho voglia di fare un bagno, prima. Il mare mi sta chiamando e il mio corpo ha bisogno di essere rianimato, rigenerato dall’acqua.
Scendo in spiaggia. La sabbia è morbida e accogliente, i gabbiani fanno ancora da padroni in questo angolo di mondo e svolazzano in giro in cerca di cibo e di svago.
Noto che la casa accanto alla nostra è stata affittata, ci sono teli da mare stesi al sole, sono solo due. Sarà una famiglia raggrinzita come la nostra, penso, e continuo il mio breve tragitto verso il mare, il solo che può donarmi un po’ di refrigerio, fisico e mentale.
Mi bagno, mi immergo, mi sciolgo in questo liquido d’argento che mi culla e mi rasserena come l’abbraccio di una madre.
L’acqua mi sfiora la bocca mentre nuoto verso il largo; è dolce il suo profumo di sale e libertà.
Nuoto fino a quando ho respiro. Nuoto fino a dove ho coraggio. Mi fermo ansimante e mi volto verso terra, guardo la mia casa, il mio rifugio dalla vita.
Torno indietro.
Mi assale per un attimo la malinconia. La malinconia della solitudine, vorrei che Fabrizio fosse già qui con me.
La sua assenza a volte mi pesa molto, il silenzio di questa casa diventa quasi fastidioso, opprimente, vorrei che almeno in estate lui rimanesse un po’ di più con me, il suo lavoro lo assorbe totalmente, ma è una passione che ha radici profonde, radici che scavano e si insinuano nell’animo di un bambino che non ha avuto scelta, che tornerà a casa a farsi cullare non appena ne sentirà il bisogno.
Risalgo verso casa e guardo di nuovo verso il cortile accanto il nostro. Le luci sono già accese e alla finestra compare la sagoma di un uomo. Non lo distinguo bene, è troppo distante, ma noto che rimane immobile a guardare nella mia direzione. Mi fa un cenno di saluto con la mano. Io ricambio ma non mi fermo e mi rintano dentro.