Moonlight
Le notti d’estate sono magiche, profumano d’immenso e di possibile. Raccontano storie nuove, parlano di terre lontane, di baci proibiti e di sogni non ancora realizzati.
Non è possibile stare fermi, gli istinti fremono e la mente non riesce a ritrovare la quiete necessaria per creare o semplicemente per raccontare.
Esco sul terrazzo ad assaporare il miele della notte. Le stelle e la luna illuminano le onde del mare che danzano, seguono il ritmo dolce di una melodia che parla al cuore, proviene dalla casa accanto. È meravigliosamente struggente, la sento familiare, vicina, m’inonda l’anima e il corpo, sussulta a ogni nota grave, a ogni accordo veloce. Un pianoforte suona, è un canto di sirene che attanaglia lo spirito e costringe il pensiero a un giro lungo e tortuoso; ripercorro strade vissute o solo agognate, rivivo dolori laceranti e gioie infinite, è la mia vita quella che mi scorre davanti, e io la inseguo, l’afferro ancora, la riassaporo con fame e con angoscia, l’angoscia di chi sa che non potrà mai più cibarsi di quella pietanza che mi ha saziata per anni.
Guardare avanti non è mai stato istintivo per me, è sempre stato più comodo tornare indietro e crogiolarmi nel tepore rassicurante di quello che è stato.
Rimango estasiata e sazia da quella musica che mi ha sconvolto l’anima, vorrei guardare negli occhi l’artefice, e scorgere lo scintillio del genio, quella luce che solo pochi hanno dentro: la luce del mondo, la lingua universale che innalza lo spirito e concilia i cuori, l’Arte.
Scendo in spiaggia e passeggio sul bagnasciuga di un mare silenzioso e brillante, con gli occhi scruto ogni finestra illuminata della casa accanto e senza accorgermene mi ritrovo lì sotto ancora incantata da quel richiamo musicale, da quella magia.
Una porta sbatte violentemente, sento parole mozzate dal vento, mugolii trattenuti e poi il nulla.
Qualcuno è uscito ma non faccio in tempo a vedere chi sia perché mi nascondo tra i cespugli del giardino, non c’è luce, tranne quella della luna che ovatta l’aria e il paesaggio.
Me ne sto lì nascosta come una bambina che gioca, e vedo questa sagoma lunga e nervosa che si dirige verso il mare. Dall’aspetto sembra un uomo, forse è lo stesso che mi ha salutato con la mano, chissà se è lui il pianista?
Non so che fare, vorrei tornarmene a casa ma temo di essere vista, mi fermo un attimo a osservarlo. Sembra giovane, è in acqua, nuota verso il largo, scorgo solo il capo riccioluto che diventa sempre più piccolo, illuminato dalla luna.
Penso sia il momento giusto per andare senza essere vista, corro verso casa ma non entro, esito. Voglio poter vedere quegli occhi.
Mi siedo sulla spiaggia e aspetto di essere vista. Ma lui nuota, e nuota ancora.
Qualcun altro esce da quella casa, è una donna sottile e sinuosa che cammina decisa verso di lui che non l’attende, che non si è accorto della sua presenza. Poi lui riemerge e, insieme, rientrano senza vedermi.