“STAI SVEGLIO, MALEDETTO! STAI SVEGLIO!” continua lei disperatamente. Lo vorrebbe colpire ancora, vorrebbe infierire ancora. Io penso che, nonostante la roba che gli ho sparato in corpo stanotte, sia un miracolo che lui sia ancora cosciente.
Lei gli sputa in faccia nuove parole e altra saliva. Un nuovo pugno. Ma stavolta è senza forza. Sta rallentando. Penso che abbia raggiunto l’apice. Un calcio al ventre. Stanco. L’ultimo. Gingerino lo sente appena. Resta lì inginocchiato, senza neanche la forza di crollare. Sta andando via, è già all’altro mondo. Manca solo un passo.
Adesso anche Paola ha il volto rigato dalle lacrime. Non riesce più a inventare per lui nuovi insulti, nuove umiliazioni. È spossata, esausta. Lo siamo tutti e tre.
Io sono come ipnotizzato. Il mio sguardo è da troppo tempo fisso su quel corpo nudo e umiliato. Su quel sacco di stracci. Un sacco di immondizia color carne striato di rosso. Rosso sangue.
Quando chiudo gli occhi un istante sostituisco l’immagine di Paola con quella di un’altra donna. Quella bionda. Sara e i suoi occhi di ghiaccio. Devo sforzarmi per ricordare dove sono e con chi sono.
Paola mi sfila il vecchio fucile dalle dita rattrappite. Lo percepisco appena. Lo sparo mi sveglia. Il sacco di immondizia non ha più una faccia e, adesso, finalmente è finita.
Lei mi dà le spalle, di fronte a quello che un tempo era Gabriele Grevi detto Gingerino.
Mi avvicino delicatamente. Le sfilo il fucile di mano.
“Vatti a fare una bella doccia.” So cosa devo fare. “Qui pulisco io.”
La tempesta è passata.
Occorrono diverse ore per pulire, ma qui ho tutto quello che mi serve. Per farlo sparire completamente l’ho tagliato a pezzi. Ho indossato una tuta di carta, di quelle da imbianchino e poi la sega elettrica si è rivelata perfetta. Con una mazza ho frantumato le mani e quel che restava della faccia. Poi ho caricato quei mucchietti maleodoranti sulla slitta della legna. Qualcosa ho sepolto, qualcosa semplicemente infilato in qualche anfratto. Una trentina di pezzi. Pezzi di Gingerino.
Il tempo e gli animali del bosco faranno il resto.
Mazza e sega elettrica sono finite in fondo al lago. La crosta di ghiaccio è abbastanza spessa ed è stato facile raggiungere un punto lontano dalla riva e scavarci un buco. L’idropulitrice infine ha lavato via dalle pareti di legno anche gli ultimi ricordi di un tizio troppo brutto per essere vero. Quando torno allo chalet sento la musica all’interno. Paola ha acceso la radio. È scalza, profumata dalla doccia e sorridente. Indossa solo una camicia azzurra.
“Dobbiamo bruciare anche i tuoi vestiti. Hai macchie scure ovunque” mi dice guardandomi fisso negli occhi.
Ha una bella luce dentro e il calore del caminetto adesso si sente fino alle ossa. Mi aiuta a togliere il maglione e finalmente la sento vicina. Sento il suo profumo dolce, sento che sta bene. Mi bacia. Ricambio con piacere.
Sara fa appena capolino tra le nostre labbra. Ma è un attimo e si allontana subito.
Mentre mi apre la cintura dei pantaloni mi sussurra all’orecchio: “Abbiamo tempo”.
Fa davvero freddo. Mi stringo di più nella giacca pesante ma la neve che viene giù sembra infilarsi tra i vestiti, sulla pelle, dentro le ossa. Nevica da giorni ormai, e non si vede la fine. Quest’anno è un inverno davvero rigido.
“Ciao Sara.”
La foto di lei sembra sorridermi oggi. Un incoraggiamento.
“Ci siamo riusciti. Io e te. Assieme. E non è stato neanche troppo difficile. Sapevo che avrebbe funzionato, stavolta. Sono stato più attento. Più lucido. Più freddo. Ho messo il tronco sulla strada che porta alla sua villa, a quella curva tra gli alberi. Come l’altra volta. Ma oggi era lui a guidare. Non tu. Ho aspettato che arrivasse, che ci sbattesse contro con quella cazzo di automobile. Ti ricordi vero la sua auto?
Ha perso il controllo, come previsto. Ha sbandato, frenato, sbandato di nuovo sulla neve e infine si è fermato. Non come te. Lui guidava meglio. È riuscito a tenere la strada. Non ha sbattuto contro gli alberi. Lui è uscito dall’auto. Confuso, spaventato, ubriaco come al solito. Non come successe a te quella notte. Tu non indossavi neanche la cintura.
Quando arrivai alla macchina e vidi te al suo posto, così, insanguinata, che non respiravi più, che non avresti più sorriso, pensai di impazzire. Non so come riuscii allora a mantenermi lucido, a restare sano di mente. Lui è uscito e allora sono arrivato io. L’ho colpito. Forte. Gli ho rotto il naso. Dovevi vederlo. È crollato svenuto dopo un solo colpo. Te l’avevo detto che era senza fisico. Gracile. Una pappa. Non aveva speranza. Era già morto, solo che nessuno lo aveva avvisato. Ha viaggiato legato nel bagagliaio fino allo chalet di Paola. L’ho imbottito di roba forte per farlo stare sveglio. La vera fatica è stata convincere Paola. Nonostante tutto. Nonostante quello che aveva fatto a lei, a te, a noi. Lei era titubante, aveva paura. Ma alla fine ha capito. Le ho dato i tuoi guanti neri, quelli che usavi per la palestra. Un modo per farti essere presente, spero tu abbia apprezzato.
Dovevi vederla. Era bellissima mentre lo massacrava di botte. Somigliava a te in certi momenti. Forte, decisa, allegra, spensierata. E quando gli ha sparato mi si è aperto il cuore. Sembrava un angelo. Penso di essere innamorato di lei.
Sai, mi spiace dirtelo così. Ma credo dovremmo accettare il fatto che, io e te, non possiamo stare assieme adesso. Questione di distanza, solo di quella. Tu non sei qui e io non posso raggiungerti adesso. E non voglio stare solo. Sono stanco di star solo. Paola mi piace, lo sai. Ne eri gelosa una volta. Sospettavi. Ma allora non c’era nulla. C’eri solo tu. Ha anche quella leggera vena di follia che mi ricorda tanto te. E allora proveremo, ci frequenteremo. Vedremo che succede. Ricorda però che è solo questione di tempo. Prima o poi saremo di nuovo assieme. Io e te. A fare l’amore come piace a te, col culo sulla neve.
Ricorda. Io ti amo.”
Un fiocco di neve cade sulla sua foto e si stacca, cadendo a terra. Lascia una goccia umida sulla sua guancia.
Chissà se è una lacrima di gioia, o forse solo malinconia per questo arrivederci.