Biografia breve di Tiziana Sartorati-2

2076 Words
Non sono preoccupato, sono disperato. Imbocco la sterrata a cento all’ora. Sono partito un’ora e mezza fa. Freno solo quando vedo la casa. La casetta è uno chalet, in stile alpino, tutto legno e pietre. Una macchia scura in mezzo al bosco, sulla riva del laghetto, gelato. Respiro buttando fuori una nuvola di fumo. Lei è li. In piedi di fronte all’ingresso. Deve aver sentito l’auto arrivare. Ha una coperta pesante sulle spalle, una tazza fumante in mano. “Non c’è campo in casa” e agita il cellulare. Penso al colore della mia faccia. Dev’essere viola. Da qualche chilometro avevo smesso di respirare. Non abbiamo parlato molto. Lei non ha voglia. Io non so che dire. Stiamo seduti sul divano a guardare il crepitio del fuoco nel camino mentre le fiamme non riescono a scaldarci. Impossibile scongelarsi quando il gelo nasce da dentro. Illuminano soltanto il grande spazio unico del piano terra. La camera da letto, sul soppalco, resta nascosta dalle ombre. Ho sempre apprezzato la bellezza di questa casa. Isolata che sembra di stare fuori dal mondo. Così grande e imponente e dentro solo tre stanze. Sala camera e bagno. Grandi come un campo da tennis. Dall’ultima volta Paola ha perso almeno cinque chili. E non dorme da chissà quanto. Da come le stanno addosso i vestiti direi che non si cambia da quando è qui né si lava. Ma quello che mi spaventa di più sono gli occhi. Pesti, venati di sangue e fissi. Mi passano davanti, ma di sicuro non mi vede. Vede qualcos’altro. Dietro a quegli occhi si intuisce il film che sta guardando. L’alcool, la barca, i suoi sì, i suoi no, la violenza, ogni istante. Ogni maledetto istante. Parla poco. Frasi mozzate. Io non parlo. Il silenzio è un macigno sopra le nostre teste. E non so che dire, non so cosa fare. Sono inutile. Inutile e invisibile. Come sempre. Come l’altra volta. Come due anni fa. Quando non sai che fare, non fare nulla, diceva mio padre. Ma non l’ho mai ascoltato. E faccio un’idiozia. Mi avvicino a lei e cerco di abbracciarla. Vorrei darle conforto, calore. Forse sono io che ne ho bisogno più di lei. La reazione è tremenda. In un attimo si libera del mio braccio, scalcia, mi colpisce con un pugno. Un pugno debole. Poi scappa in un angolo scuro della stanza. Trema. Non piange. Lo sguardo è terrorizzato. Ha paura? Di me? È la domanda nella mia testa. La risposta arriva al cervello prima delle parole alla bocca. Sei un uomo. Anche tu sei un uomo, Simone. Per un attimo la vedo diversa. Bionda, formosa. Piangente e spaventata. Mi succede, a volte. Sbatto le palpebre ed è di nuovo Paola. Le porgo una coperta e in silenzio lascio la stanza. Mentre esco sento che sussurra al buio: “Fallo andare via… andar via. Fallo sparire.” Quando rientro mezz’ora dopo è rannicchiata sul divano. Dorme. Prima o poi doveva crollare. Mi chiedo se e cosa stia sognando. Ma ho paura di immaginare. La veglio per ore. Dorme ancora quando di prima mattina esco a respirare l’aria gelata. Il sole è appena sorto e ho bisogno d’aria fresca. Ho bisogno di ripulire i polmoni da questa notte. Non ho chiuso occhio. Vorrei dire che ho pensato ma in realtà ho la testa vuota e l’amaro mi sale alla bocca. Mi piace questo posto, mi è sempre piaciuto. L’odore del bosco, la quiete placida del lago, quel senso di protezione che viene dalle montagne attorno. Il silenzio e la solitudine. Mi siedo sulla catasta di legno ammucchiata a pochi metri dalla legnaia e il ricordo mi assale violento. Qui sopra, su questi tronchi freddi, ho fatto per l’ultima volta l’amore. Sono passati due anni. Allora c’era Sara. Il mio grande amore. Era un capodanno, da festeggiare con gli amici. Venti persone accampate nella casa sul lago di Paola. Da alcuni mesi frequentavo questa donna fantastica. Una vitalità di bambina in un corpo da sogno. Bionda, due occhi azzurri come il cielo delle belle giornate in alta montagna. Un concentrato di vita, un distillato di energia venata di follia. Una di quelle donne che possono stringere il cuore di un uomo al punto che diventa doloroso farlo battere. Volevo sposarla. Era il mio sogno. La mia opportunità di avere una vita normale. Le dissi “Molla tutto e vieni a vivere con me. Facciamo un bambino.” Sincero come mai in vita mia. Aveva riso, ubriaca come al solito. Mi trascinò fuori. Non arrivammo all’intimità della legnaia. Volle farlo lì, con il culo sulla neve, disse. Io, sobrio d’alcool e ubriaco di lei, presi quello che mi donava. L’amavo. Troppo cieco per vederla com’era davvero. Cinica e gonfia e distrutta da troppi letti e troppo alcool. Tre giorni dopo se ne andò con Grevi Gabriele. Un partito migliore. Un portafoglio migliore. Mi lasciò così, con il culo per terra. Di nuovo sola. Non so se esserne contenta o no. Simone mi voleva solo aiutare, ma non mi serve aiuto. Posso farcela… No non posso. Ho paura. Non riesco a pensare, non riesco a parlare. Ogni istante che passa mi sale alla testa il ricordo. Ogni istante è un ferro che mi passa il cervello. Avevo detto di no. Avevo detto no, no ti prego no. Non ha ascoltato. Era ubriaco. Ero ubriaca? Ogni volta che chiudo gli occhi un nuovo dettaglio mi prende, mi stravolge dentro. Ricordo i capelli tirati. La faccia schiacciata contro il cuscino. L’odore di plastica umida. Continuavo a piangere. No no no no. La gonna tirata su e il peso del suo corpo sulla mia schiena. Mi odio. Odio tutto. Odio il ricordo di lui dentro di me. Lui che ansima, che spinge. Che mi fa male. Voglio dimenticare e allora perché lo ricordo? Perché lo sento anche adesso che è lontano? Non è andato via? No. È ancora qui. Lo sento dentro di me. Che versa dentro di me il suo veleno. Come faccio a farlo andare via? Come faccio? Come? Ho chiesto a Simone come farò. Anche lui ora si vergogna di me? Lui che mi vuole bene? Anche i miei bambini si vergogneranno di me? Non mi sono protetta. Non ho pensato a loro? Perché non ero con loro? Mi odio. Lo odio. Mi spiace anche per Simone. Di nuovo dolore. Di nuovo quel mostro. Sono stata meschina anche con lui. Ho tradito anche lui. Sapevo. Eppure mi sono lasciata andare. Mi sentivo sola. Sono sola. Non ho nessuno. Cos’ha detto Simone prima di andare via? “Tu e io siamo amici, non perché facciamo tante cose assieme. Perché siamo simili. Abbiamo la rabbia dentro. Mordiamo il freno. Troppo e troppo a lungo. Io capisco. Io lo so.” Aveva gli occhi lucidi. Ha raddrizzato quella schiena curva e poi è andato. Quel mostro di Gingerino ci ha avvelenato. “Io ci sono. Troveremo un modo. Lo faremo andare via” ha detto. Troveremo il modo. Lo troveremo. E il bastardo mi lascerà andare. “Troveremo il modo.” Dobbiamo trovarlo. Ho visto Paola come mai in vita mia. Sono spaventato. Terrorizzato. Ho paura di perdere anche lei. Devo parlare con Sara. L’unica che sa cosa bisogna fare. Lei sa tutto. Il cimitero d’inverno è un luogo fatato. Mi piace pensare che la neve che copre cappelle private, lapidi e terra, sia come la livella della poesia. Siamo tutti uguali dopo la morte. Tolgo i fiori che ho lasciato la settimana scorsa e metto quelli freschi appena presi. Sono certo che, la prossima volta che verrò qua, li troverò al loro posto. Non viene quasi mai nessuno. Solo io vengo sempre a trovarla. D’altra parte, io l’amo. Nei giorni di festa a volte ho visto i fratelli e allora mi tengo alla larga. Una volta, mentre uscivo, incontrai Sergio, il fratello maggiore. Mi riconobbe. Mi raccontò di quanto anche da bambina lei fosse stata ribelle, di quando scappava di casa e allora lui doveva andare in giro a cercarla per mezza città, per riportarla a casa. Sara era una vera anima inquieta. Mi disse che era dispiaciuto di come era andata fra noi. Maledisse l’incidente d’auto che l’aveva portata via, prima che potessimo chiarire, far pace. Non sa che abbiamo fatto pace. Dopo. Loro non sanno, nessuno sa. Meglio allora evitare di avvicinarmi quando c’è uno di loro. Non potremmo parlare. Non con la sincerità che abbiamo sempre. “Ciao Sara” sussurro alla sua foto, mentre immagino di darle un bacio delicato su una guancia. “Ho bisogno del tuo consiglio. Spero che tu sia sobria adesso perché è una cosa importante. Non posso arrivare tardi. Non di nuovo.” Quando, dopo un’ora la lascio, so esattamente cosa dovrò fare. Cosa sta dicendo? Non è possibile. Non è il Simone che conosco. È una follia! Sta sbagliando. Stiamo sbagliando. O forse sì. Forse? Ha ragione lui. Lui è sempre stato così. Non è emotivo. È l’uomo che sa cosa vuole e come fare. Ma non posso farlo io. Non sono una bestia. Non sono Gingerino. Eppure mi tenta. Vorrei. L’ho sognato. L’ho chiesto perfino a Dio. Voglio che paghi. Voglio che scompaia. Ma così? Così? Simone mi dice che è l’unico modo. Che posso farlo. Che mi aiuterà. Che mi starà vicino. Che sarà così in ogni caso. Con o senza di me. Lui sa cosa fare. Lui sa come fare. Lui ha il coraggio di fare quello che serve. Ma io mi sento in grado? Io posso farlo? Che Dio mi perdoni. Ho freddo. Mi fa piacere. Se io coperto e riparato sento un freddo cane in questa prima mattina, godo al pensiero dei brividi che sente Gingerino. Se ne sta nudo come un verme, in piedi sui teli di plastica stesi a terra al centro della legnaia, solo per miracolo. Sanguinante. Paola invece non ha freddo. Ha un paio di jeans vecchi, gli scarponi Timberland e un maglione grigio troppo leggero. Indossa i guanti neri che le ho dato io, per non sporcarsi le mani. I guanti di Sara. Paola che ha sempre freddo, che si lamenta da ottobre ad aprile, adesso non sente l’inverno. L’odio le fa da coperta. Lo ha schiaffeggiato più volte, gli ha sputato in faccia. Deve avergli rotto una mano calpestandola quando dopo un calcio si è piegato in ginocchio. L’ho rialzato di peso ma non credo starà in piedi a lungo. Sta cedendo. È stanco e terrorizzato. Non ha paura del vecchio fucile da caccia del nonno di Paola che gli tengo puntato addosso. Non ho mai sparato in vita mia ma se si muove, se appena accenna a ribellarsi, lo ammazzo dove sta. Da un metro di distanza non lo manco di certo. Gingerino ha paura di lei. Paola grida insulti. Colpisce con i pugni, con i calci, con le parole. Ha l’odio dentro agli occhi. Vedo la tempesta che arriva. Vedo la rabbia. Siamo quasi al culmine. Io so come funziona. La tieni dentro fino a quando il cervello non riesce più a contenerla, a comprimerla. Allora esplodi. Come tutte le tempeste inizia piano e poi cresce, sempre più velocemente, fino a toccare il suo apice di violenza e distruzione. Infine, lascerà spazio alla quiete. Ci sono quelli che esplodono con la violenza, come Paola. E quelli che esplodono in altri modi. Più freddi. Ma altrettanto distruttivi. Quelli che la rabbia la nascondono, la modellano, la dirigono. Come me. Paola ha iniziato già da un po’ ma si vede che è una tempesta grossa. Una tempesta che durerà, temo, più di Gingerino. “BASTARDO. INFAME STRONZO BASTARDO!” Paola grida e tira un altro pugno, forte, dritto in mezzo al viso. Il naso già rotto dal mio colpo di stanotte sanguina come un rubinetto lasciato aperto. “DOV’È LA TUA FORZA ORA? DOVE CAZZO È?” E un altro colpo, alla testa, con tutto l’odio che ha in corpo. È un massacro. Bene, mi piace. Gingerino barcolla. Non sta più in piedi e cade di nuovo in ginocchio. Piange lacrime rosse. Farfuglia parole di scusa. Spera di uscirne chiedendo perdono? Dev’essere impazzito. A volte davvero la testa ragiona in modo strano. “Pensavo... io... credevo ti piacesse così... ti avevo spogliata... baciata... credevo...” “CREDEVI UN CAZZO! CREDEVI CHE UNA DONNA NON POTESSE CAMBIARE IDEA? CHE DOVESSE PER FORZA SCOPARE? CHE DIRITTO AVEVI? NON DOVEVI... Non dovevi... Non dovevi...” “Ero ubriaco... eri ubriaca anche...” Non finisce la frase. Paola scalcia, colpisce cattiva dritta al volto. Lui è un sacco vuoto. Non resiste e crolla disteso. Da lei però non c’è pietà e, a dispetto della gravità, riesce a rialzarlo di nuovo sulle ginocchia. Lo tiene lì, le mani strette attorno al collo mentre continua a gridargli contro tutto l’odio, a sputargli in faccia tutta la sua rabbia. Ma Gingerino non è più con noi. Sta fermo, in silenzio. L’ultimo calcio deve avergli rotto la mandibola e tagliato la lingua. Il volto si è deformato. Non sembra neanche che abbia una faccia, sembra un pezzo di carne cruda.
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