Biografia breve di Tiziana Sartorati
Tiziana Sartorati, autrice di Padova, ha pubblicato per la narrativa i racconti Emma e le altre, con il Gruppo Albatros Il Filo (terzo classificato al 10° Premio Letterario Insieme nel Mondo – Savona 08/09/2012) il romanzo E sono tuo padre. Inoltre, con Editoriale Programma (Finalista Menzione di merito al 12° Premio Letterario Insieme nel Mondo) il racconto “Le colleghe Carolina e Miranda” che è stato inserito nella Biblioteca del Messaggero – Donne che fanno testo.
Pezzi di Gingerino
di Fabrizio Castellani
Oggi
Leggero. Mi sento leggero. Sarà forse l’effetto della paglia, del vino o del sesso.
Non un senso di colpa né un che abbiamo fatto? Non mi frega niente. Sto bene, tranquillo. Giornata fantastica. Mondo, invidiami.
Resto pigro a mollo nell’acqua ancora calda della vasca a due piazze nello chalet di Paola. Fuori un metro di neve e ancora viene giù.
La paglia tra i denti che si consuma piano, un bicchiere di Chianti, le cosce lisce di lei intrecciate con le mie. L’odore del sesso mischiato con quello delle candele alla vaniglia. Non ricordo nemmeno l’odore del sangue di prima.
Apro appena un occhio per guardarla.
La testa reclinata all’indietro, gli occhi socchiusi. I ricci scuri bagnati le stanno appiccicati alla testa, schiacciati su quel bel viso spigoloso che ha. Si gode il momento. Un braccio magro dorme sul bordo vasca, e termina con la paglia appena spenta. Non tira più. Il colorito scuro, il collo lungo, le tette che spuntano dall’acqua all’altezza dei capezzoli. Quei capezzoli scuri e duri che ora escono dal suo corpo come due chiodi. Avevano un buon sapore poco fa. Al pensiero mi torna la voglia.
“Pensi che lo troveranno?” Parlando mi toglie dalla fantasia di scopare di nuovo. Non ha neanche aperto gli occhi.
“Non lo so” biascico. “Forse troveranno qualche osso qua e là. La carne sarà decomposta in poco tempo. Il cranio in frammenti. Anche se trovano un pezzo, che vuoi che succeda?” E poi tiro giù l’ultimo sorso del Chianti.
Paola apre gli occhi. Guarda me e sorride maliziosa, si alza in piedi, offrendomi davvero una vista spettacolare, ed esce dalla vasca. La vedo allontanarsi nuda e bagnata. Seguo il suo ancheggiare sexy, le orme d’acqua sul parquet, fino a che non scompare oltre la porta del bagno. Non mi muovo.
Quando torna ha in mano una bottiglia aperta di rosso. Ne versa un po’ nel bicchiere. Entra in vasca e si avvinghia a me. La sento calda. Rovescia sul suo seno il vino. “Ti voglio ancora” sussurra e riaccende il fuoco che ho dentro.
Mentre affondo la mia bocca sulla sua pelle, l’acqua si tinge di rosso.
Una settimana prima
“LO VOGLIO MORTO!”
Penso che abbia toccato il fondo. Cammina su e giù come un leone in gabbia. Non che non me lo aspettassi. Prima, l’ho sentita tesa dalla voce al telefono. Ormai la conosco bene. Però così incazzata non l’ho mai vista, quindi faccio la cosa più sicura: sto zitto.
“QUEL BASTARDO ALCOLIZZATO STUPRATORE LO VOGLIO MORTO!”
Per capirsi, il bastardo in questione è Gabriele Grevi, da tutti noto come Gingerino.
Architetto, figlio di papà, mai lavorato un giorno in vita sua. Alla laurea, con un fuori corso millenario, il padre gli ha regalato una Porsche. Il classico fighetto fatto di Spritz e Happy Hour.
Che sia un bastardo lo sanno tutti, che sia alcolizzato pure. È anche quel tipo che sta sulle palle a tutti gli onesti single come me.
Quelli come me, che passano una serata dietro a una tizia qualsiasi, giusto per non soffrire troppo il freddo della notte. Noi che offriamo drink e ci travestiamo come il Principe Azzurro, nella speranza di un po’ di compagnia in quel deserto, in casa nostra, che chiamiamo letto. Quelli che ci restano di merda se poi, magari, all’ora delle streghe arriva questo, con la sua bella Porsche nera, con la sua bella villa in collina, più Principe Azzurro di quanto noi plebei potremmo mai essere. E improvvisamente ti ritrovi di nuovo solo nel tuo bel lettone.
Con me poi esiste un trascorso. Non ci parliamo da almeno due anni. Mi ha rubato la donna, e ci sono rimasto male. Molto.
Ho dei dubbi sullo stupratore, che a me non risulta. Ma Paola dice così e in questo momento non vorrei contraddirla. Penso che neanche un marine in questo momento oserebbe contraddirla. Quindi non parlo. Esalo monosillabi.
La guardo camminare su e giù scuotendo la testa e i ricci neri. Agita le mani come se cercasse di catturare fantasmi di mosche.
La mia amica mi ha raccontato questa storia troppe volte negli ultimi tempi e ogni volta cambia soggetto. Quando si è confusa con il maestro di sci, quando con l’amico di famiglia, quando con il vicino di casa, magari sposato e con figli. Oggi è il turno di Gingerino e penso che abbia toccato il fondo. Per il copione e per il protagonista.
Mi stacco un attimo dai suoi ragionamenti e la osservo. Si è fatta bella.
Quando l’ho conosciuta affrontava una separazione sofferta da Giorgio, il marito traditore. Liti furibonde, la depressione, poi un tentativo di suicidio che le è costato l’affido dei figli. Allora sarà stata sì e no quarantadue chili di ossa, nervi e riccioli mori. Adesso, dopo qualche anno di sofferenza, i chili sono diventati almeno cinquantadue e tutti nei punti giusti. Nervi e riccioli però sono rimasti quelli di allora.
Peccato che siamo amici. All’occorrenza posso diventare un gran bastardo. Però mai toccata un’amica. Questione di etica. Non si scopa con le amiche. Punto. C’è tanto pelo libero in giro. Anche se Paola è davvero un gran bel pelo.
Rientro nella realtà e si è seduta davanti a me. I gomiti appoggiati sul piano di ardesia del tavolo. Nella grande cucina grigia regna il silenzio.
Prendo tre secondi per essere sicuro che sia il mio turno di parlare e inizio usando il tono più dolce e sottomesso che ho. Evito di iniziare con Te lo avevo detto di star lontana da Gingerino, ma non mi ascolti, anche se mi gira in testa e mi morde il fegato pregando di uscire.
“Tesoro calmati. Mi hai tirato giù dal letto di domenica mattina per correre qui.”
Ometto anche di dirle che non stavo da solo e che mi ha fatto mancare la scopata mattutina con un angioletto biondo conosciuto ieri sera. Non sarebbe carino.
“Spiegami con calma. Ieri sera eri con quella merda di Gingerino. Questo l’ho capito. Cos’è successo poi?”
Lei mette giù gli occhi e racconta. È lucida e arrabbiata.
Racconta di come la sera prima si sia fermata a bere con gli amici al solito posto. Uno dei soli tre posti buoni di questa città di morti viventi. Mi dice di come a un certo punto, non si sa come né perché, si sia trovata da sola con Gingerino. E di come siano usciti assieme dal posto, per un giro. Un giro giura. Solo un giro.
Sono andati al porto, alla barca del padre di lui. La bella, grande, lussuosa barca. Solo il meglio per la famiglia Grevi. E in barca, dice, hanno continuato a bere e parlare. Parlare e bere. Poi i primi approcci, qualche bacio, un po’ di voglia. Le mani che iniziano a frugarsi, a esplorare.
“Mi sono confusa un poco… avevo preso qualche bicchiere di troppo…” sussurra imbarazzata a un certo punto. Lo sguardo è sempre fisso, puntato dritto verso il centro della terra.
La vedo bella. Sembra una bambina scoperta con le dita nella marmellata. Una bambina, ma di quarant’anni e due figli, che confessa l’ennesima marachella.
“Poi, improvvisamente, ho capito che non volevo stare là con lui. Non volevo essere la centesima scopata di un tizio così. Non volevo. Mi sei venuto in mente tu, Sara, l’incidente. Gli ho chiesto di smettere e di portarmi a casa.”
Se non avesse pronunciato quel nome mi farebbe ancora più tenerezza: Sara.
Mi irrigidisco, ma solo un istante e lei nemmeno se ne accorge. Adesso è Paola l’argomento importante, quindi metto l’immagine di Sara assieme a tutto ciò che la riguarda. Il cassetto dei ricordi più lontani e difficilmente raggiungibili del mio cervello. Quello che non apro mai. Il mio vaso di Pandora.
Immagino la scena.
Questi due, in barca ubriachi, praticamente vestiti di niente. Lui con un’erezione pronta e questa che gli dice STOP! Mi verrebbe da ridere.
Ma ho la mia faccia triste messa su per l’occasione. Paola non capirebbe. Non è un uomo.
“E… ?” La incoraggio.
La guardo in viso. Una lacrima che scende e comincio a realizzare. La voglia di ridere mi passa in un attimo e mi manca improvvisamente l’aria.
Lui non ha capito. Non si è fermato. La voleva e l’ha presa. Non è andata oltre quell’unica lacrima.
Le ho tenuto le mani qualche minuto, incapace a dire anche una sola parola. Impossibile anche riuscire a pensare. È stata lei a tornare alla realtà. A mandarmi a casa.
“Tra poco Giorgio mi porta i bambini” ha detto. “Non voglio che mi vedano in queste condizioni. Ho bisogno di una doccia. Ho bisogno di stare tranquilla. Voglio dimenticare.”
Come un automa, mi sono fatto accompagnare alla porta di casa. Ho accennato un abbraccio ma era fredda. Rigida. Ha tirato su la corazza di donna ferita. Non ero più di alcun aiuto.
Guido verso casa mia e piango. Piango per me e per lei.
E per queste vite che facciamo. Siamo oramai animali solitari che non sanno più esprimere sentimenti. Sesso. Droghe leggere. Alcool. Di nuovo sesso. Finte emozioni forti. Di quelle che ti asciugano dentro.
Piango per il mio matrimonio fallito. Piango per il mio amore perduto. Piango per Paola che vede i figli a giorni alterni. Piango per le serate da soli e quelle che passiamo in finte compagnie, nel branco, fingendo di star bene e divertirci e sentendoci invece più soli che da soli. Piango e non smetto più. Piango anche per Gingerino. Di rabbia. Di odio. Lui è questa vita di merda. La rappresenta. Ne è l’emblema. È un mostro.
A casa la bionda della notte non c’è più. Le avevo lasciato un biglietto accanto al comodino. “Sono dovuto uscire. Torno presto.”
Ha scritto sotto “Francesca78. Sono su sss. Chiamami”.
Dieci anni più giovane di me. Straccio il biglietto e riprendo a piangere.
I miei bambini stanno bene. Dormono sereni.
Solo il piccolo Sacha ha chiesto se la mamma sta bene. Lui è molto sensibile. Quando l’ho stretto forte a me volevo piangere. Mi sono trattenuta. Per non spaventarlo. Devo essere forte. La mamma dev’essere forte.
Ma non lo sono.
Altrimenti non sarei stata così stupida. Altrimenti quel bastardo non avrebbe potuto prendermi così.
Giorgio non mi ha neanche salutata. Ha lasciato i bambini in giardino, si è voltato ed è ripartito. Meglio così. Io devo pensare ai miei bambini. Dimenticare ieri sera.
Dimenticare Gingerino.
Forse ho fatto male a chiamare Simone.
Non dovevo coinvolgerlo. Ma non sapevo che fare. Lui è amico mio. E odia Gingerino. Non lo dice ma si vede. Si sa. Lo odia per Sara. Per l’incidente. Per quello che solo lui sente, e che non dice mai. Non ne parla mai. Lui è forte.
Anche io devo essere più forte, più cattiva.
Sono incasinata. Non riesco, non ci riesco.
Sola. Sempre sola. Mi sento al buio. Di nuovo al buio.
Potrei fare un guaio.
Non posso lasciarmi andare adesso. Non qui. Qui ci sono i bambini. Devo allontanarmi da questa casa.
Da questo posto.
Da Gingerino. Dai ricordi.
Devo andare via.
VIA!
Ho chiamato Paola almeno dieci volte. Non risponde neanche ai messaggi. Sono passati cinque giorni da quella mattina. Sembra scomparsa dalla città.
Non che saprei cosa dirle. Ma non ho tante persone con cui parlare e alle poche che chiamo amico sono affezionato.
Quando suono alla porta di casa nessuno risponde.
Dal piccolo cancello si intravede la veranda, deserta. Nella cassetta delle lettere un intasamento di volantini pubblicitari. Con la neve di questi giorni si sono bagnati e fanno una poltiglia rossiccia e sporca.
Guardo a destra e sinistra. Nella penombra del primo pomeriggio invernale non si vede anima viva, allora scavalco il muretto.
Dentro, un silenzio irreale. L’Audi non è parcheggiata nel vialetto, quindi non lei non c’è. Partita. C’è un solo posto dove Paola si rintana quando è giù. La casetta sul lago dei nonni. Due ore di strada. Se tiro sono lì in un’ora e quarantacinque.
Mentre metto chilometri sotto la mia Range Rover mi chiedo se faccio bene a raggiungerla così. Le ho mandato un sms con scritto “Sto arrivando al lago. Sono preoccupato”. Nessuna risposta.