Prologo
Quella degli Aztecas fu una delle grandi civiltà precolombiane, la più florida e viva al momento del contatto con gli Spagnoli. Si sviluppò nella regione mesoamericana dell’attuale Messico. In “nahuatl”, il linguaggio nativo degli Aztecas, “Azteca” significa “colui che viene da Aztlan”.
Gli Aztecas si riferivano a loro stessi come Mexicas. Essi dicevano di provenire da “Azlan”, un luogo posto ad Oriente nell’Oceano Atlantico. Quando gli invasori spagnoli del Messico seppero che gli Aztecas provenivano da una terra chiamata “Aztlan”, si convinsero che gli indigeni fossero i discendenti degli Atlantidei.
L’uso del termine “azteca”, come termine generico per designare tutte le genti accomunate da tradizioni, abitudini, religione e lingua ai Mexicas, era stato introdotto dal geografo tedesco Alexander von Humboldt per distinguerle dagli attuali messicani.
Learco dopo aver letto il risultato di una parte della sua ricerca su internet, si tolse gli occhiali, chiuse la pagina e si soffermò a pensare, dubbioso, ma poco dopo inforcò nuovamente gli occhiali e riprese la lettura iniziando dai cenni mitologici e storici riportati su in un articolo ripreso da Wikipedia.
La leggendaria terra degli Aztecas era Aztlán, un termine in lingua nahuatl che significa “luogo dell’airone”. Solitamente si pensa che Aztlan fosse situata da qualche parte a Nord della Valle del Messico; alcuni esperti la posizionano tra il Messico Nordoccidentale ed il Sudovest degli Stati Uniti, mentre altri la considerano un luogo mitico, dato che Aztlan può anche essere tradotto con “luogo di origine”. Qualunque cosa li abbia convinti ad abbandonare Aztlan, i Mexicas giunsero nella valle del Messico a metà del XIII secolo. La leggenda di questi viaggi viene trasmessa in numerosi racconti aztecas.
Nel XIII secolo, nella Valle del Messico, esistevano numerose Città-Stato tra le quali Xochimilco, Tlacopan, Chalco, e Atzcapotzalco. Le più potenti erano Culhuacan, situata sulla costa meridionale del lago Texcoco, e Atzcapotzalco, su quella occidentale. Quando arrivarono i Mexicas, essendo una tribù seminomade e non avevano posto in cui andare, si decisero a porre fine al loro lungo peregrinare. Attorno al 1248 fondarono il loro primo insediamento su Chapultepec, una collina sulla costa occidentale del lago, in cui si trovavano numerose sorgenti, ma gli abitanti di Azcapotzalco cacciarono i Mexicas da Chapultepec, nel 1299. Fu, invece il capo di Culhuacan, Cocoxtli, a dare loro il permesso di colonizzare l’arida zona di Tizaapan. Qui, tramite i matrimoni, si fusero con la cultura di Culhuacan.
Nell’anno 1323 chiesero al nuovo re di Culhuacan, Achicometl, di cedere loro una sua figlia, in modo da farla diventare la dea Yaocihuatl. All’insaputa del re, i Mexicas stavano progettando di sacrificarla. I Mexicas credevano che facendolo la principessa si sarebbe unita agli altri loro dei, diventando una dea anche lei. Avvenne che, durante un rituale, un sacerdote si presentò indossandone la pelle. Il re ed il popolo di Culhuacan furono presi da orrore, per quanto accaduto alla principessa, ed esiliarono i Mexicas.
Obbligati a fuggire, nel 1325 giunsero su una piccola isola del lato occidentale del lago Texcoco, dove iniziarono a costruire la propria città, Tenochtitlan, allargando il terreno fino a renderlo un’ampia isola artificiale. Si dice che fosse stato lo stesso dio azteca, Huitzilopchtli ad ordinare agli Aztecas di fondare la città nel punto in cui avrebbero visto un’aquila, su un cactus, con un serpente tra le zampe. Gli Aztecas, a quanto pare, videro la scena sulla piccola isola che poi divenne Tenochtitlan. Questa visione è ancora ricordata nello stemma del Messico.
Un secondo gruppo di Mexicas si insediò nella parte settentrionale dell’isola, creando Tlatelolco. Originariamente si trattava di un regno Mexica indipendente, ma alla fine fu assorbito da quello di Tenochtitlan.
Nel 1376 i Mexicas elessero il loro primo “tlatoani”, Acamapichtli, seguendo le tradizioni apprese dai Culhuacan. All’inizio i Mexicas si offrivano come mercenari nelle guerre che coinvolgevano diversi stati Nahua. Tra il 1376 ed il 1427 i Mexicas erano vassalli di Azcapotzalco. I re aztecas Acamapichtli, Huitzilíhuitl e Chimalpopoca erano, di fatto, assoggettati a Tezozómoc, il re tepaneco di Azcapotzalco.
Quando Tezozómoc morì nel 1426, il figlio Maxtla ascese al trono di Azcapotzalco. Poco dopo Maxtla assassinò Chimalpopoca, il re azteca. Nel tentativo di sconfiggere Maxtla, il successore di Chimalpopoca, Itzcóatl, si alleò con Nezahualcóyotl, re esiliato di Texcoco. Questa coalizione rappresentò la nascita della Triplice alleanza azteca. Itzcóatl, Nezahualcóyotl ed i loro alleati assediarono Azcapotzalco, catturarono Maxtla e lo sacrificarono.
La Triplice alleanza di Tenochtitlan, Texcoco e Tlacopan avrebbe, nei successivi cento anni, dominato la Valle del Messico estendendo il proprio potere dal Golfo del Messico alle coste dell’Oceano Pacifico.
«Sì, come introduzione può andare bene...» si era detto lo scrittore e poi: «...d’altra parte un cenno sulle origini degli Aztecas è necessario per capire come si inserisce la storia di Aztahlak de Cholula che seguirà.»
Learco aveva appena finito di fare quella considerazione ed ecco giungergli una chiamata attraverso il programma video-vocale di Skype. Era la Presidente della “Uniavalon” che, come il peperoncino piccante nella culinaria messicana, voleva essere presente, seppure da lontano, intromettendosi nei piani dello scrittore.
«Buona sera a lei, Signora Presidente...» aveva educatamente risposto ma, in realtà, pensando: «... un accidente, mi stai con il fiato caldo sul collo!»
«Buon pomeriggio, amico mio! Che cosa state scrivendo di bello?»
«Bello non sono sicuro che lo sia. Sono ancora immerso nelle ricerche preliminari e non ho ancora chiaro in mente il progetto, definitivo, di una trama» aveva, onestamente, risposto.
«Non avete preparato una scaletta?»
«In linea di massima sì. Le scale si fanno salendo ma, come spesso mi accade, devo anche scenderle a ritroso per rivoltare tutto ciò che ho scritto troppo frettolosamente. Non è la prima volta che, giunto quasi alla fine di un racconto, mi rendo conto che non funziona.»
«In tale, deprecabile, frangente che cosa fate?
«Faccio quello che ho sempre fatto: butto all’aria tutto, salvo il salvabile, modifico, riscrivo, taglio e cucio come può fare un sarto con un modello imperfetto» aveva confessato, sospirando, Learco.
«Dite una cosa: che nome ha questo carta-modello?» aveva chiesto la co-editrice ridendo un poco per la battuta appena uscitale dalla bocca.
«Lei ride ma io non mi sento di farlo. Il titolo provvisorio è “Aztahlak … il ritorno dell’airone”»
«Perdonate la mia battutaccia ma sentendovi parlare di come opera un sarto insoddisfatto, mi è venuto spontaneo di paragonare lo stato attuale del vostro lavoro ad un “carta-modello”. Ma dite, perché il titolo è provvisorio… e, poi, di cosa tratta il libro?»
«È un romanzo storico con doppia trama che si intreccia attorno all’antica storia della conquista del Messico da parte degli Spagnoli. Ho detto doppia trama perché Aztahlak de Cholula è un professore di storia e filosofia, discendente di un antenato azteca proveniente proprio dalla città di Cholula, alleata e vassalla dell’Imperatore Montezuma II. In questo momento tutto è provvisorio all’inizio del libro. Il titolo, poi, potrebbe cambiare in funzione di ciò che verrà scritto dopo... cambiarlo non mi pone alcun problema, sebbene sia legato al nome del personaggio pilota. La difficoltà vera è rappresentata da tutto il resto.»
«Capisco e condivido. Mi sto rendendo conto che vi trovate in uno stato di pessimismo eccessivo e non desidero importunarvi oltre con la mia curiosità di sapere.»
«Nel suo caso la curiosità è giustificata dal ruolo che impersonate» aveva, bonariamente, detto Learco.
«Vi riferire a quello di Presidente dell’Ateneo?»
«No! Ho smesso, da tempo, di sedere sui banchi dei discenti. Mi riferisco, piuttosto, alla funzione di “co-editore” dei miei libri.»
«Avete ragione ma non dovete preoccuparvi: siete stato, e tuttora lo siete, uno dei miei scrittori preferiti. Ora vi devo lasciare ma vi auguro un ottimo lavoro. Vedrete che tutto si risolverà al meglio.»
Con questa frase di incoraggiamento cessò la conversazione avvenuta nel freddo autunno di quell’anno 2018.