II

2038 Words
II I piani discussi. – Il piacere del riposo all’aperto nelle notti serene. – Idem nelle notti piovose. – L’accordo. – Le prime impressioni di Montmorency. – Timori ch’egli sia troppo buono per questo mondo; timori poi abbandonati perché senza fondamento. – La riunione si aggiorna. Cavammo fuori le carte, e discutemmo i piani. Stabilimmo di partire il sabato seguente da Kingston. Harris e io saremmo andati giù nella mattinata a condurre la barca a Chertsey, e Giorgio, che non avrebbe potuto uscir da Londra se non nel pomeriggio (Giorgio va a dormire in una banca dalle dieci alle quattro, tutti i giorni, tranne il sabato, che dev’esser svegliato e messo fuori alle due), ci avrebbe raggiunti colà. Ci saremmo accampati all’aperto o avremmo dormito negli alberghi? Giorgio e io ci dichiarammo per l’accampamento all’aperto. Saremmo stati così soli e liberi; così patriarcali, inoltre! Pian piano la memoria aurea del sole morto svanisce dai cuori delle nuvole tristi e fredde. Silenziosi, come fanciulli afflitti, gli uccelli hanno cessato di cantare, e soltanto il grido lamentoso della gallinella d’acqua e il rauco grido della pernice turbano il religioso silenzio intorno al letto delle onde sulle quali il giorno morente dà l’ultimo respiro. Dalle selve oscure sull’una e l’altra riva, l’esercito spettrale della notte, le grige ombre, scivolano con tacito passo a scacciare la retroguardia della luce che s’attarda, e passano con silenziosi e invisibili piedi sulle piante acquatiche ondeggianti e attraverso i giunchi sospirosi; e la notte, dal suo fosco trono, ripiega le ali nere sopra il mondo abbuiato, e regna in calma dal suo fantastico palazzo. Allora noi guidiamo la nostra piccola imbarcazione in un tranquillo recesso, e viene piantata la tenda, e la cena frugale cucinata e mangiata. Si caricano le grosse pipe e si accendono, e si chiacchiera allegramente sottovoce, mentre negl’intervalli della conversazione, il fiume, trastullandosi intorno alla barca, mormora e strane fiabe e segreti, intona piano la vecchia canzone infantile che ha cantato per tante migliaia d’anni, e canterà ancora per tante migliaia d’anni, prima che la voce gli diventi roca e vecchia – una canzone della quale noi, che abbiamo imparato ad amare il suo viso mutevole, e che ci siamo rannicchiati così presso nel suo seno compiacente, crediamo a ogni modo di comprendere il senso, benché non sapremmo dire in chiare parole la storia che essa ci narra. E ci sediamo sul margine del fiume, mentre la luna, che anche lo ama, si china a baciarlo con un bacio di sorella, e lo allaccia con le sue braccia d’argento. E lo guardiamo correre, sempre cantando, sempre bisbigliando, incontro al suo re, il mare – finché le note voci si dileguano nel silenzio, e le pipe si spengono – finché noi, abbastanza comuni e pari a tanti altri, ci sentiamo stranamente pieni di pensieri, mezzo malinconici, mezzo dolci, e non ci curiamo o non sentiamo il bisogno di parlare – finché ridiamo, e, alzandoci, scotiamo la cenere delle pipe spente, e ci diciamo «buona notte», e, cullati dal gorgoglio delle acque e dallo stormire delle frondi, cadiamo addormentati sotto le grandi, calme stelle, e sogniamo che la terra sia di bel nuovo giovane – giovane e dolce come soleva essere prima che secoli di tristezza e di affanni le solcassero la bella faccia, prima che i peccati e le follie dei suoi figliuoli le invecchiassero il cuore affettuoso – giovane e dolce com’era nei giorni remoti in cui, madre novella, ci nutriva, al proprio profondo petto – prima che gli artefici d’una simulata civiltà ci allontanassero dalle sue braccia d’amore, e i truci sogghigni della convenzione ci rendessero vergognosi della vita semplice che conducevamo con lei, e della semplice, sublime casa dove l’umanità nacque tante migliaia d’anni fa. Harris disse: – E quando piove? Noi non possiamo mai scuotere Harris. Non v’è ombra di poesia in Harris – in lui mai un acuto desiderio dell’irraggiungibile. Mai una volta che Harris «pianga, chi sa mai perché». Se gli occhi di Harris si riempiono di lagrime, si può scommettere che ha mangiato cipolle crude, o che ha sparso troppo pepe di Caienna, sulla sua costoletta. Se uno, trovandosi di notte sulla riva del mare con Harris, gli dicesse: – Odi? Non son le sirene che cantano nel seno profondo delle onde, o gli spiriti maligni che intonano inni funebri su pallidi cadaveri impigliati nelle alghe? – Harris lo piglierebbe per il braccio, e risponderebbe: – So io di che si tratta, amico. Tu sei febbricitante. Ora vieni con me. So un posticino qui alla cantonata, dove si può avere un sorso del più squisito liquore immaginabile, e ti sentirai subito meglio. Harris conosce sempre un posticino alla cantonata dove si può avere qualche sorso del più squisito liquore immaginabile. Credo che se si incontrasse Harris in Paradiso (immaginando la probabilità d’una cosa simile), vi saluterebbe immediatamente con un: – Oh che piacere che sei venuto, amico bello; ho trovato un posticino qui alla cantonata, dove si può bere un nettare strafino. Nel caso di cui ora si tratta, però, riguardo all’accampamento all’aperto, egli accennò opportunamente alla poca praticità dell’idea. Essere all’aperto col tempo piovoso non è piacevole. È sera. Vi siete bagnato tutto, e nella barca vi sono cinque centimetri d’acqua, e nulla che non sia inzuppato. Trovate un posto sulla riva che non è così infangato come gli altri, e approdate e tirate fuori la tenda, e due della brigata si dispongono a piantarla. La tenda è pesante e fradicia d’acqua, e si rovescia e vi precipita addosso, e vi s’aggrappa intorno alla testa facendovi ammattire. Intanto continua a piovere violentemente. È abbastanza difficile piantare una tenda col tempo asciutto; con la pioggia, il compito diventa erculeo. Vi sembra che il compagno, invece di aiutarvi, si diverta semplicemente a crearvi delle difficoltà. Nel momento che l’avete bravamente fissata dal lato vostro, egli la solleva per il lembo che ha in mano lui, e guasta tutto. – Ehi, che cosa fai? – gridate. – Che fai tu? – egli ribatte. – Vuoi lasciar andare? – Non tirare; l’hai rovinata tutta, asino che non sei altro! – v’infuriate. – Io non ho rovinato niente! – vi latra in risposta; – allenta dalla tua parte. – Ti dico che hai rovinato tatto! – ruggite, desiderando d’aver l’amico nelle mani; e intanto date uno strappo alle corde, e spiantate tutti i pioli dall’altra parte. – Ah, lo squisito idiota! – udite brontolare dal compagno; e allora accade una violenta scossa e salta il vostro lato. Gettate via il martello e balzate in giro per esprimere all’amico la vostra opinione in tutta quella faccenda; mentre, nell’atto stesso, egli balza in giro nella medesima direzione per venirvi a spiegare la sua. E vi seguite l’un l’altro, intorno alla tenda, scagliandovi imprecazioni a gara, finchè tutto va a catafascio, e rimanete a fissarvi fra le ruine, esclamando indignati nello stesso istante – Lo vedi ora? Non te l’avevo detto? Intanto il terzo compagno, che s’è affannato a vuotar la barca dell’acqua, riversandosela tutta nella manica e bestemmiando continuamente negli ultimi dieci minuti, vuol sapere a che maledetto giuoco state giocando, e perché quella maledetta tenda non è ancora piantata. Infine, in un modo o nell’altro, la tenda è piantata, e vi trasportate gli utensili. Siccome è inutile tentar di accendere un fuoco di legna, accendete il fornello a spirito denaturato, intorno a cui vi date da fare. L’acqua piovana è il principale ingrediente del vitto a cena. Il pane è per due terzi acqua piovana, il pasticcio di carne ne è fradicio, e la marmellata, il burro, il sale e il caffè si son tutti alleati con essa per far la minestra. Dopo cena, si trova che il tabacco è umido, e non si può fumare. Fortunatamente c’è una bottiglia di ciò che, preso in giusta quantità, rallegra e inebria; ed è la sola cosa che riesce a ridestarvi tanto interesse nella vita da mandarvi a letto. Vi sognate che un elefante vi s’è improvvisamente seduto sul petto, e che un vulcano ha esploso scagliandovi nel fondo del mare – l’elefante continua tranquillamente a dormirvi in seno. Vi svegliate e credete che realmente sia accaduto chi sa che cosa di terribile. La prima impressione è che sia la fine del mondo, e poi si pensa che non può essere, e che si tratti di ladri, o di assassini o di un incendio, invece, e questa opinione si esprime nella maniera consueta. Nessuno accorre in aiuto, però, e tutto ciò che sapete è che centinaia di persone vi pigliano a calci e che siete soffocato. Sembra, inoltre, che qualche altro soffra la stessa disgrazia. Sentite che delle deboli grida si levano di sotto il vostro letto. Proponendovi, in ogni caso, di vender cara la vita, lottate eroicamente, picchiando a destra e a sinistra, con le braccia e le gambe, e latrando forte nel frattempo, finchè qualcosa cede, e sbucate con la testa all’aria fresca. Un paio di metri lontano, scorgete oscuramente un brigante seminudo che aspetta per ammazzarvi, e vi preparate per una lotta a sangue, quando comincia a balenarvi in niente che sia l’amico Gianni. – Ah, sei tu? – egli dice, riconoscendovi nello stesso momento. – Sì – rispondete, stropicciandovi gli occhi – che è accaduto? – Credo che sia andata in aria la tenda – egli dice. – Dov’è Guglielmo? Allora voi due vi mettete a chiamar forte Guglielmo, e il suolo al di sotto si solleva e barcolla, e la voce soffocata, che avete sentito prima, risponde di sotto le macerie: – Presto, liberatemi la testa! E Guglielmo si divincola, ed esce fuori tutto pesto e infangato, e in atto abbastanza aggressivo, giacché ha l’impressione che tutta la faccenda sia stata a bella posta tramata contro di lui. Nella mattinata siete tutti e tre muti, per il forte raffreddore che vi siete beccato durante la notte, e spinti da un umore litigioso, imprecate l’uno contro l’altro in rauchi bisbigli per tutto il tempo della colazione, Deliberammo perciò di dormire all’aperto nelle notti serene, e di andare negli alberghi, nelle locande, negli alloggi e stallaggi, da persone rispettabili quali eravamo, nelle notti di pioggia, o tutte le volte che ci sentissimo disposti a cambiare. Montmorency salutò questo accordo con viva approvazione. Esso non apprezza la solitudine romantica. Dategli qualche cosa di rumoroso, che tanto più gli piacerà quanto più sarà volgare. Guardando Montmorency, immaginereste che fosse un angelo mandato in terra, per una ragione impenetrabile all’umanità, sotto la specie d’un piccolo fox-terrier. Par che Montmorency dica col suo aspetto: – Oh che malvagio mondo che è questo, e come vorrei farlo migliore e più nobile! – un’espressione da far spuntare le lacrime agli occhi di tutte le vecchie bigotte. Dal primo giorno che cominciò a vivere a mie spese, pensai che non sarei stato in grado di tenerlo per molto tempo. Solevo star seduto a considerarlo, mentre esso mi fissava dal tappeto, e mi dicevo: – Questo cane non camperà; sarà rapito nei lucenti cieli in una carretta. Ecco ciò che gli capiterà. Ma, dopo ch’ebbi pagato per una dozzina di pulcini da lui uccisi, e lo ebbi tratto fuori, digrignante e riottoso, per la pelle del collo, da un centinaio di mischie, ed ebbi veduto un gatto morto portato al mio esame da una femmina irata, che mi diede dell’assassino; dopo che fui citato, per aver mandato in giro un cane feroce, da un vicino, che era rimasto confitto, per due ore di una rigida notte, nel bugigattolo dei suoi strumenti agricoli, temendo di avventurare il naso fuori dell’uscio, ed ebbi appreso che il giardiniere, a mia insaputa, s’era guadagnato una cinquantina di lire con l’addestrare Montmorency ad ammazzare topi in un tempo dato, allora cominciai a pensare che dopo tutto, lo avrebbero fatto rimanere in terra un po’ più a lungo. Gironzare intorno alle stalle, raccogliere un branco dei peggiori cani che errano per la città e condurli per i più miserabili quartieri a combattere contro altri cani della stessa risma, è l’idea che della vita si fa Montmorency; e così, come ho già osservato, esso diede alla proposta degli alberghi, delle locande e degli alloggi e stallaggi, la sua più energica approvazione. Prese, quindi, le disposizioni del ricetto notturno con soddisfazione di tutti e quattro, la sola cosa alla quale rimaneva da provvedere era ciò che avremmo portato con noi; e s’era cominciato già a discutere, quando Harris disse che aveva già speso abbastanza oratoria per quella sera, e che ci proponeva di uscire, perché aveva trovato un posticino sulla cantonata della piazzetta, dove si poteva bere un sorso di nettare degno degli dei. Giorgio disse che si sentiva assetato (mai una volta che Giorgio non abbia sete); e siccome io avevo un presentimento che un po’ di alcool caldo, con una fettina di limone, avrebbe lenito il mio male, la discussione fu, di comune accordo, rimandata alla sera seguente; e l’assemblea si mise il cappello e uscì.
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